Tra discontinuità e sopravvivenze. I retaggi del corporativismo nella cultura costituente

Il crollo del regime mussoliniano portò con sé il tramonto del modello corporativo, uno dei nuclei essenziali intorno a cui si erano sviluppate la propaganda e la rivoluzione istituzionale fascista. Oggetto di condanna unanime, il corporativismo fu rapidamente espunto dal discorso pubblico, ma non smise di proiettare le proprie ombre nella vita politica e nella riflessione giuridica dell’Italia dei maturi anni Quaranta. Lo fece anzitutto in negativo rappresentando una sorta di antimodello nella definizione dei nuovi assetti
democratici, ma alcune delle istanze su cui era sorto continuarono a risuonare nel contesto repubblicano. Di corporativismo si era del resto iniziato a parlare prima dell’avvento del fascismo e furono proprio alcune delle componenti culturali che ne avevano alimentato lo sviluppo (in particolare la cultura cattolica), a dare parziale continuità, pur in piena discontinuità con la stagione fascista, alla riflessione corporativa. L’esame della cornice programmatica di alcune forze politiche (Dc e Msi) e di una parte del dibattito costituente (le proposte di istituzione di una seconda Camera a rappresentanza organica, la formazione del Cnel, la definizione del modello sindacale repubblicano) consente di rintracciare le tracce del discorso corporativo nel secondo dopoguerra.