Dalla riduzione del digital divide alla semplificazione dei servizi online: le nuove misure del decreto di attuazione del PNRR

Pubblicato in Gazzetta Ufficiale il D.L. 152/2021 che introduce nuove misure a vantaggio di cittadini, amministrazioni ed imprese per attuare la prima “mission” del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Implementazione delle competenze digitali, interoperabilità delle banche dati e semplificazione dei servizi sono alcune delle azioni chiave con le quali il decreto intende dare maggiore impulso alla transizione digitale.

 

 

L’implementazione delle competenze digitali costituisce una priorità strategica per realizzare la transizione digitale e conseguire, attraverso di essa, obiettivi di efficienza, sostenibilità e inclusione. La carenza di digital skills, infatti, impedisce alle Pubbliche Amministrazioni di sfruttare a pieno le potenzialità delle tecnologie e, al contempo, ai cittadini di esercitare i diritti previsti dal Codice dell’Amministrazione Digitale: dalla possibilità di interagire telematicamente con la PA e di fruire di servizi pubblici online, alla partecipazione democratica attraverso modalità digitali. A fronte dell’ormai generalizzato processo di digitalizzazione della società e dei mercati, inoltre, la mancanza di una cultura digitale espone una fetta consistente della popolazione al rischio di esclusione dal mondo del lavoro e di isolamento sociale, ostacolando lo scambio delle conoscenze e acuendo le diseguaglianze.

Si suole parlare di digital divide per indicare il divario tra chi ha accesso alle tecnologie e chi ne è escluso, tanto per ragioni infrastrutturali che cognitive: al fine di colmare tale divario, non è sufficiente assicurare la parità di accesso a Internet e alle relative infrastrutture tecnologiche (5G, fibra ottica, connettività a banda larga o ultra-larga ecc.), ma occorre, altresì, favorire la formazione di quelle conoscenze e abilità necessarie per un impiego agevole e, soprattutto, consapevole degli strumenti digitali (ne abbiamo parlato QUI).

Tuttavia, l’Italia presenta ancora un significativo gap di alfabetizzazione informatica: secondo l’indice DESI (Digital Economy and Society Index) 2020, in Italia appena il 42% delle persone di età compresa tra i 16 e i 74 anni possiede competenze digitali di base (58% nell’UE) e solo il 22% dispone di competenze digitali di livello superiore (33% nell’UE). È significativo, inoltre, che soltanto l’1% dei laureati italiani sia in possesso di una laurea in discipline ICT (il dato più basso nell’UE) e che la percentuale di donne tra gli specialisti di tale comparto sia inferiore di un terzo rispetto a quella degli uomini (ne abbiamo parlato QUI).

Fondamentale è, dunque, il ruolo dello Stato che, ai sensi dell’art. 8 del CAD, deve promuovere “iniziative volte a favorire l’alfabetizzazione informatica dei cittadini, con particolare riguardo alle categorie a rischio di esclusione”. La giurisprudenza costituzionale ha precisato che tali interventi rispondono a “finalità di interesse generale” e, in particolare, allo sviluppo della cultura attraverso l’uso dello strumento informatico e, come tali, devono essere ascritti ai compiti di promozione che l’art. 9 Cost. assegna alla Repubblica, “anche al di là del riparto di competenze per materia fra Stato e Regioni di cui all’art. 117 della Costituzione” (Corte Cost. sentenza n. 307/2004).

Per assolvere a tale compito, il D.L. 152/2021, adottato a novembre 2021 per dare attuazione al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, ha istituito il “Fondo per la Repubblica Digitale”: uno stanziamento di 250 milioni di euro destinato a finanziate iniziative formative, con l’obiettivo di raggiungere il target del 70% di cittadini digitalmente competenti entro il 2026 prefissato dall’Europa. La previsione si inserisce nel solco dell’omonima iniziativa avviata dal Governo a partire dal 2019, a seguito della quale l’Italia si è dotata della sua prima Strategia per le Competenze digitali, nonché della Coalizione nazionale aderente alla Digital Skills and Jobs Coalition della Commissione europea (ne abbiamo parlato QUI).

Oltre all’istituzione del Fondo, il decreto introduce nuove misure di semplificazione e rafforzamento dei servizi digitali. Una delle novità riguarda il domicilio digitale, definito all’art. 1 del CAD come l’“indirizzo elettronico eletto presso un servizio di posta elettronica certificata o un servizio elettronico di recapito certificato qualificato, come definito dal regolamento (UE) 23 luglio 2014 n. 910” (c.d. Reg. eIDAS). Si tratta, in sostanza, di un luogo virtuale nel quale cittadini e professionisti possono ricevere e scambiare comunicazioni telematiche aventi pieno valore legale (ne abbiamo parlato QUI). La novella consentirà ai cittadini di attivare e gestire online il proprio domicilio digitale direttamente dall’Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente (ANPR), accedendo con SPID e CIE. In tal modo, i Comuni disporranno di unico punto di riferimento per reperire dati e informazioni anagrafiche e, conseguentemente, potranno erogare servizi integrati e più efficienti.

Infine, il decreto mira a semplificare i servizi digitali anche per le imprese, le quali potranno acquisire le certificazioni necessarie per le proprie attività attraverso un’unica piattaforma interoperabile. A tal fine le Camere di commercio, per il  tramite del gestore del sistema informativo nazionale, metteranno a disposizione delle imprese il servizio di collegamento telematico con la Piattaforma Digitale Nazionale Dati (PDND). Si agisce, dunque, anche sul fronte dell’interoperabilità, assicurando l’integrazione tra le banche dati del sistema pubblico, al fine di facilitare l’interscambio delle informazioni tra PA e imprese ed evitare inutili duplicazioni.

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