Intervista con l’autore. Lorenzo Casini, “Lo Stato nell’era di Google. Frontiere e sfide globali”, Mondadori, 2020

In “Lo Stato nell’era di Google. Frontiere e sfide globali” Lorenzo Casini ricostruisce i legami tra innovazione tecnologica, poteri pubblici e globalizzazione. In questa intervista con l’autore proviamo a comprendere meglio i punti cruciali del libro – in particolare l’impatto della tecnologia sulle democrazie, la trasformazione degli strumenti attraverso cui si esercita il potere pubblico e l’evoluzione che quest’ultimo subirà negli anni a venire.

 

Ciao Lorenzo, siamo qui per parlare del tuo ultimo libro: “Lo Stato nell’era di Google. Frontiere e sfide globali”, pubblicato con Mondadori nel mese di Aprile 2020. Vorrei iniziare proprio dal titolo che hai scelto, con due domande. La prima: perché del gruppo “GAFAM” (le cinque grandi Big Tech: Google, Amazon, Facebook, Apple e Microsoft) hai scelto Google?

 

Grazie Gianluca. Me lo hanno chiesto in molti e, in effetti, sono stato in dubbio all’inizio su quale “gigante” scegliere. Ma alla fine ho optato per Google perché mi sembra che, al di là dei dati quantitativi (fatturato, utenti, scandali, ecc.), l’invenzione del motore di ricerca e il “controllo” su cosa cerchiamo abbia prodotto il maggior impatto sulle nostre vite, sulla società e sulle istituzioni e, conseguentemente, anche sullo Stato. In una certa misura, un indizio per rispondere a questa tua domanda è all’inizio del libro, quando riporto la celebre frase di Dyson: “Facebook definisce chi siamo, Amazon definisce cosa vogliamo e Google definisce cosa pensiamo”. Ecco, per me il pensiero viene prima di tutto.

 

Una seconda domanda, ancora sul titolo. Mi pare che quest’ultimo offra una sintesi efficace tra le due anime del tuo scritto. Da una parte la globalizzazione, un tema di cui ti sei occupato molto nel tuo percorso accademico. Dall’altro, invece, la tecnologia. Perché dovremmo osservare questi due fenomeni in relazione l’uno all’altro? Quale dei due giudichi più importante per comprendere le trasformazioni dello Stato?

 

Sì, l’intento del libro è stato proprio collegare questi due fenomeni, che, d’altra parte, sono sempre stati connessi. Sono entrambi fattori decisivi per comprendere il ruolo e i poteri dello Stato. Ed è la tecnologia delle comunicazioni, in particolare, che ha accelerato il processo di globalizzazione. Forse la rivoluzione tecnologica è oggi più in evidenza, anche perché, se nei fenomeni globali gli Stati e i governi, anche tramite le organizzazioni internazionali, continuano ad avere un peso strategico – basta vedere quanto avviene con il controllo dei confini e delle frontiere – nella tecnologia il potere delle grandi società private – il gruppo “GAFAM”, da te richiamato – è divenuto enorme e sovrasta spesso gli Stati.

 

Tra le chiavi che offri ai tuoi lettori per interpretare il rapporto tra poteri pubblici e sviluppo tecnologico c’è quella dell’instabilità che il secondo genera a discapito dei primi. La tecnologia, spieghi, destabilizza i tre elementi costitutivi dello Stato, cioè il popolo, il territorio e la sovranità. Ritieni sia una condizione applicabile a qualsiasi tipologia di potere pubblico? Oppure è una condizione a intensità variabile, in funzione del livello di democraticità del governo che consideriamo? In effetti molti regimi autoritari – quello cinese, ad esempio – finora sono sembrati in grado di accrescere la propria influenza e controllo grazie alla tecnologia.

 

Occorre fare qualche distinguo qui. Nel libro metto in luce il modo in cui la tecnologia condiziona e trasforma quei tre elementi – popolo, territorio, sovranità – è vero. Tuttavia, non sempre questa influenza produce una destabilizzazione, perché dipende dal tipo o dalla forma di Stato che prendiamo come punto di riferimento. Se si guarda allo Stato democratico, è innegabile che l’innovazione tecnologica abbia contribuito in alcuni casi a minare le fondamenta del funzionamento delle democrazie contemporanee: mi limito a ricordare le interferenze realizzate tramite social network sulle campagne elettorali negli USA o in altri Paesi. Ma in altri contesti, per esempio i regimi autoritari, la tecnologia può essere strumento per rafforzare e rinsaldare il potere: non è un caso che, nella audizione al Senato degli Stati uniti, Zuckerberg alla fine abbia indicato solo la Cina quale suo unico vero competitor rispetto a Facebook…Difficile quindi dare giudizi univoci, anche se, per quanto mi riguarda, ogni avanzamento tecnologico è sempre positivo: il problema non sono le tecnologie, ma l’uso o troppo spesso l’abuso che se ne fa.

 

A proposito di democrazie e tecnologia: in molti pensano che l’innovazione tecnologica andrebbe celebrata per l’impatto positivo che produce rispetto alla diffusione dei valori democratici. Di recente qualcuno ha definito le proteste che hanno coinvolto ampie parti della popolazione in Bielorussia figlie del social network Telegram. Qualche anno fa le rivolte in Nord Africa – la cd. “primavera araba” – furono raccontate come conseguenza dell’ampia diffusione di Twitter e Facebook tra le giovani popolazioni di quei Paesi. È davvero così? Come pensi che dovremmo descrivere il rapporto tra avanzamento tecnologico e sistemi democratici?

 

Condivido e anche nel libro ricordo l’importanza che la rivoluzione tecnologica ha avuto per assicurare la libertà di espressione e anche il libero accesso alle informazioni. Ma il punto è che questa libertà non è stata protetta contro uno dei peggiori pericoli che minacciano le democrazie, ossia la disinformazione. Sono le “fake news” il danno collaterale della diffusione globale della tecnologia dell’informazione. Un danno che va limitato e cancellato, prima che possa mettere a rischio l’intero sistema. Se infatti il processo di formazione dell’opinione pubblica poggia su basi false, allora è difficile che possano esservi istituzioni robuste e durature.

 

La recente pandemia ha indotto alcuni studiosi a ritenere conclusa la globalizzazione, almeno per come la conosciamo ora. Costoro ritengono che il perdurare dell’emergenza sanitaria favorirà risposte parziali, e locali. Questo, nel medio periodo, rafforzerà i governi nazionali, a discapito delle organizzazioni sovranazionali. Come giudichi questi scenari? Dovessi scrivere oggi il tuo libro, rivedresti parte delle tue riflessioni?

 

Mi pare che la pandemia, nella sua drammaticità, abbia confermato la maggior parte di quel che avevamo potuto ricostruire negli studi sulle politiche e sulle relazioni internazionali. La globalizzazione va avanti, ma gli Stati restano protagonisti. Le organizzazioni internazionali non hanno in realtà tutti i poteri che attribuiamo loro – anche se, va rilevato, per il COVID-19 la OMS non è intervenuta come fece con la SARS nel 2002. Allo stesso tempo, gli Stati da soli non ce la possono fare a fronteggiare problemi globali. La tecnologia è strumento sempre più importante anche per tutelare i diritti fondamentali – come abbiamo visto con l’app Immuni. Non rivedrei quindi le mie riflessioni, ma certamente inserirei la pandemia come esempio a conferma di quanto esposto: penso alle questioni sul controllo delle frontiere, sulla tutela della riservatezza, sulla cooperazione tra Stati.

 

Nella parte conclusiva del libro richiami gli effetti collaterali degli sviluppi delle tecnologie, la cui comprensione può aiutarci a controllarne gli sviluppi. Ce n’è uno particolarmente interessante: il modo in cui cambia il linguaggio, che diviene più rapido, immediato, ma anche meno complesso, riducendo – o eliminando – i livelli di lettura dei testi. Rinunciare alla complessità del linguaggio però rischia di incentivare regimi autoritari e anti-democratici. Come si possono conciliare la tendenza alla semplificazione della comunicazione e l’esigenza di preservarne la complessità?

 

Si tratta della sfida più difficile che ci aspetta. Anche perché, su questo, purtroppo accusiamo anche un ritardo di decenni. Mi riferisco all’unica riposta possibile che un Paese può offrire per rendere solida la propria democrazia: la scuola. È solo attraverso una istruzione adeguata che possono essere insegnati i diversi livelli di lettura di un testo, il corretto modo di cercare, individuare e consultare le fonti, la distinzione tra un “pettegolezzo” e una notizia. Sotto questo profilo, la semplificazione del linguaggio non è negativa di per sé, ovviamente. Ma essa può diventare dannosa se mira a sostituirsi a ogni altra forma di comunicazione o a cancellare la memoria di quelle passate. Una crisi della scrittura può sì mettere davvero in crisi lo Stato.

 

Ultima domanda, sul tema della disinformazione, cui dedichi un passaggio nel tuo libro. Secondo te di quanta informazione abbiamo realmente bisogno? È una domanda che si è posto anche Cass Sunstein nel suo ultimo libro, provando a contraddire il valore assoluto del ‘right to know’, e argomentando sulla possibilità di stabilire quante e quali informazioni rendere accessibili.

 

Il tema è centrale. Non credo però che il problema sia tanto quello di selezionare le informazioni. Il segreto di Stato è sempre esistito ed esiste ancora oggi. Né troverei giusto stabilire prima quali informazioni siano necessarie e quali no, Altrimenti si darebbe ragione al “sogno” – o incubo – di Mark Zuckerberg di comporre, tramite algoritmo, un giornale con le sole notizie che siano interessanti per noi. Il punto per me è sempre lo stesso: conta la qualità, non la quantità. E, nel caso di informazioni, la qualità corrisponde alla verità e all’attendibilità. Oggi, purtroppo, il numero di informazioni errate, parziali o false è incredibilmente alto. Troppo alto. Ecco perché dobbiamo tutti rimboccarci le maniche per contrastare la disinformazione e migliorare il sistema di istruzione del nostro Paese.