I discorsi del Presidente Draghi e la PA digitale

Nei discorsi del Presidente del Consiglio al Senato e all’inaugurazione dell’anno giudiziario della Corte dei Conti, viene dedicata attenzione anche al tema della digitalizzazione della PA. Tema risalente, con il Codice dell’amministrazione digitale (Cad) che ha compiuto tre lustri lo scorso anno. Tema che ancora necessita di accorgimenti e assestamenti ma, soprattutto, di una chiara visione per lo sviluppo del Paese. Il tema delle infrastrutture sembra essere ben còlto, così come quello della formazione dei pubblici dipendenti, per rafforzarne le competenze; manca, forse, una maggiore incidenza sulla diffusione della cultura informatica, unico vero strumento per riposizionare i saperi e consentire finalmente di scegliere senza farsi scegliere (per richiamare De André).

Il discorso tenuto dal Presidente del Consiglio al Senato della Repubblica il 17 febbraio scorso e quello all’inaugurazione dell’anno giudiziario alla Corte dei conti il 22 febbraio hanno toccato alcuni temi concernenti il processo di digitalizzazione della pubblica amministrazione.

Pur riconoscendo lo sforzo fatto nel corso della pandemia, il Presidente del Consiglio punta diritto ai problemi che ancora frenano la pubblica amministrazione rispetto a uno sviluppo pieno: “[l]a fragilità del sistema delle pubbliche amministrazioni e dei servizi di interesse collettivo è, tuttavia, una realtà che deve essere rapidamente affrontata”.

Nel tracciare le linee di una (ulteriore) riforma, vengono in rilievo tre aspetti. Primo, “[l]a riforma dovrà muoversi su due direttive: investimenti in connettività con anche la realizzazione di piattaforme efficienti e di facile utilizzo da parte dei cittadini”. Secondo, occorre un “aggiornamento continuo delle competenze dei dipendenti pubblici, anche selezionando nelle assunzioni le migliori competenze e attitudini in modo rapido, efficiente e sicuro, senza costringere a lunghissime attese decine di migliaia di candidati”. Terzo, “bisogna agire sul versante del rafforzamento della qualità dell’azione amministrativa, a partire dalle competenze delle persone. È un diritto innegabile dei cittadini e le imprese di ricevere servizi puntuali, efficienti e di qualità. È un dovere delle Pubbliche Amministrazioni attrezzarsi perché ciò avvenga”.

Una esortazione meritoria, che sottolinea quanta ancora sia la strada da compiere, nonostante l’attenzione dedicata al tema, costantemente oggetto di considerazioni e proclami.

Il  tema della connettività può essere solo succintamente richiamato: è oggetto di politiche pubbliche ultra-ventennali ed è ancora attuale, nonostante siano stati compiuti progressi importanti (soprattutto nel secondo lustro degli anni ’10 del XXI Secolo grazie ad alcuni cambi regolatori).

Maggiore interesse, invece, destano gli altri due aspetti citati: la formazione del personale e la revisione di norme e procedure di fronte alla digitalizzazione.

Quanto alla prima, la formazione ha scontato i severissimi tagli che hanno colpito queste attività a seguito della crisi finanziaria del 2007 e della crisi del debito del 2009-2010. La formazione, oggi, langue. Le conoscenze sono ferme. Si investe poco, mentre va rafforzato il patrimonio conoscitivo dei public officers: solo così si può sperare in un innalzamento delle competenze delle strutture. In assenza, è difficile lamentarsi della “burocratizzazione”, che, al netto di evidenti disfunzioni, cela anche un abuso terminologico e una scarsa comprensione di fenomeni complessi.

Di pari passo si pone il tema della selezione del personale, in cui sembra alludersi alla possibilità di reclutare esperti secondo formule innovative, che ne valorizzino l’esperienza, la maturità, la comprensione dei fenomeni attuali circostanti, la capacità di risolvere problemi, più che una conoscenza orizzontale e mnemonica delle materie (quasi sempre oggetto di studio all’università). Particolare attenzione andrà posta sullo sviluppo di hard skills e soft skills: guardando alle prime, occorrerà dotarsi di personale altamente competente in programmazione e in conoscenza informatica; guardando alle seconde, alla capacità di governare i processi, di tradurre le competenze tecniche (hard, appunto, da comprendere e tenere in considerazione) in indirizzi amministrativi e realizzarli in concreto (e non solo in astratto).

Viene qui fatto riferimento anche all’uso dell’intelligenza artificiale in diversissimi settori, dalla tutela del territorio alla realizzazione di opere con investimenti pubblici. Occasione troppo sensibile per parlare dei rischi, il Presidente del Consiglio ne ha valorizzato il potenziale, con riferimento alla possibilità che i software predittivi siano in grado di migliorare il potenziale cognitivo e il susseguente aspetto decisionale (sempre, a sommesso ammiro di chi scrive, con un controllo umano finale). È interessante, in merito, proprio la definizione che ne viene data: quella di “tecniche predittive” (corretta e accurata), che ha  il merito di sollevare l’attenzione su cosa effettivamente sia, nel suo nucleo atomico, l’intelligenza artificiale. Sembra, dunque, che nel cammino da percorrere nei prossimi mesi, il rapporto tra potere pubblico e algoritmi si confermi centrale (rapporto che altrove ho definito “incendiario”: si veda qui).

Infine, emerge un terzo aspetto: un quadro normativo generale appesantito e troppo complesso, che “ha finito per scaricare sui funzionari pubblici responsabilità sproporzionate che sono la risultante di colpe e difetti a monte e di carattere ordinamentale; con pesanti ripercussioni concrete, che hanno talvolta pregiudicato l’efficacia dei procedimenti di affidamento e realizzazione di opere pubbliche e investimenti privati, molti dei quali di rilevanza strategica”.
Qui il problema è logico, prima che di policy-making. Prima di digitalizzare, infatti, c’è bisogno di rivedere i processi e le procedure (e le norme che ne sono a monte). Sono queste ultime a dover essere ritoccate prima di essere “digitalizzate”. Sono da evitare (sul piano concettuale, prima che operativo) operazioni acritiche che rischiano di riproporre in ambito “digitale” gli stessi problemi che affliggono quello reale. In altri termini, le procedure vanno vanno adattate al digitale, non il  digitale alle procedure.

Nell’insieme, gli aspetti emersi sono di grande momento e  di per sé idonei ad aprire un ampio dibattito sulle misure da intraprendere (aspetti che saranno sicuramente affrontati dal Dipartimento per l’innovazione di Vittorio Colao). Il Presidente del Consiglio ha reso i primi discorsi, di carattere programmatico, e chiaramente non tutti i punti sono stati toccati (architetture, sistemi del cloud computing, controllo locale dei dati, open source, ecc.); allo stesso tempo, l’occasione è importante per sottolineare come ci troviamo a un punto di partenza, con un cammino da definire (e da definire bene).

I discorsi resi ci ricordano la lentezza del cambiamento nel settore pubblico, il mancato ascolto degli esperti, le enormi difficoltà dei processi di attuazione (concetto forse ormai assorbito anche dalla opinione pubblica). Se le istituzioni non possono correre al passo dell’innovazione tecnologia (e adattarsi alla legge di Moore), devono comunque dotarsi di figure idonee a seguirne l’evoluzione e a importarne le modifiche più importanti nel Dna delle istituzioni. In alcuni casi, anche a precederle, se ricordiamo come è stato spesso l’intervento pubblico a consentire, con appositi finanziamenti e una saggia miscela contrattuale, le più grandi innovazioni tecnologiche. Un esempio? La stessa Internet… finanziata dalla statunitense Arpa (poi divenuta Darpa). Abbiamo davanti una sfida enorme, volta a utilizzare in modo efficace, chiaro e a beneficio della cittadinanza il Recovery Fund. Le attese sono altissime e non possiamo permetterci di mancare questo appuntamento.

Come scritto in precedenza (si veda qui), l’indice DESI è impietoso nel mostrare come la performance in tema di servizi digitali è ancora bassissima. Se si vuole adottare una prospettiva di ampio respiro, nelle fondamenta del dibattito pubblico va calato il tema della conoscenza e della cultura informatica all’interno della pubblica amministrazione. Senza personale adeguato e con una formazione costante, non si riuscirà ad affrontare la digitalizzazione fin dalle sue componenti basilari e strutturali. Non a caso, il Presidente del Consiglio ha posto l’attenzione anche sull’educazione e sugli istituti tecnici (citando i casi di Francia e Germania, dove “sono un pilastro importante del sistema educativo”).
Serve, oggi più che mai, un pensiero nuovo, una idea grande: un progetto culturale, un “umanesimo digitale” (si veda qui), che possa invertire una strada che ai più sembra già segnata — e che, invece, necessita di essere ripensata e riscritta non solo (e non tanto) per le esigenze economiche e tecnologiche, ma anche per le primarie urgenze democratiche (si veda qui, qui e qui).

 

Licenza Creative Commons
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione 4.0 Internazionale.