“Think Open”: al via l’Open Source Software Strategy 2020-2023 dell’UE

La Commissione europea, con comunicazione n. C(2020) 7149 final del 21.10.2020, ha ufficialmente inaugurato l’Open Source Software Strategy 2020-2023 (riassunta con l’espressione “Think Open”), sviluppando una nuova visione per incoraggiare e sfruttare il potere trasformativo ed innovativo dell’open source, i suoi principi e le pratiche di espansione, attraverso la promozione della condivisione e del riutilizzo delle soluzioni software, delle conoscenze e delle competenze.

 

La Commissione europea, con comunicazione n. C(2020) 7149 final del 21 ottobre 2020, ha dato il via alla nuova Open Source Software Strategy 2020-2023, con la quale si intende incentivare la trasformazione digitale utilizzando un approccio collaborativo ed interdipendente, allo scopo di favorire ed incentivare il processo di autonomia digitale dell’UE. Pensare in modo aperto, trasformare, condividere, contribuire, proteggere e mantenere il controllo (nel linguaggio comune europeo “think open, transform, share, contribute, secure, stay in control”) sono i principi alla base della sopracitata strategia della Commissione, il trait d’union tra la digitalizzazione open software e il nuovo programma europeo, di ampio respiro, “Digital Strategy Europe”.

Più nel dettaglio, tale strategia interna definisce, de facto, una visione per incoraggiare e sfruttare il potere trasformativo, innovativo e collaborativo dell’open source, i suoi principi e le pratiche di sviluppo. Con essa, la Commissione europea mira a rinvigorire l’economia sociale di mercato, a promuovere la concorrenza e a incoraggiare le PMI, attraverso un approccio “slacciato” dalla burocrazia ed un ambiente digitale inclusivo. Ciò, in buona sostanza, al fine di addivenire: (i) al raggiungimento di un approccio digitale autonomo ed indipendente da parte dell’Europa (al riparo dai c.d. “hyper-scalers” della tecnologia cloud); (ii) alla piena condivisione e riutilizzo di software e applicazioni, nonché di dati, informazioni e conoscenze; (iii) alla creazione dei c.d. “codici sorgente condivisi” comunitari; (iv) alla realizzazione di un servizio pubblico comune efficace ed efficiente (sul ruolo della tecnologia sui servizi pubblici, si veda anche N. Posteraro, “Come rendere trasparenti gli algoritmi utilizzati dalle città per offrire servizi pubblici migliori: Amsterdam ed Helsinki adottano i registri dell’Intelligenza Artificiale”).

Per quanto qui di interesse, l’espressione “open source” costituisce un termine sostanzialmente nuovo, definito recentemente per descrivere quel software che è disponibile al pubblico in forma di codice sorgente e che non ha restrizioni di licenza che ne limita l’uso, la modifica e la redistribuzione. Il software open source (cioè software “libero”), in sintesi, garantisce agli utenti la piena libertà di utilizzarlo, studiarlo e modificarlo, di condividerne il codice e le modifiche con altri utenti, facilitando la collaborazione, l’innovazione e l’agilità informativa. Come evidenziato dalla Commissione UE, tale sistema – già oggetto di alcune timide indagini da parte dell’Unione (da ultimo, si veda l’Open Source Software Strategy 2017-2014) – costituisce, soprattutto nel settore dei servizi pubblici, un efficace metodo “collaborativo” per innovare e costruire nuove soluzioni a favore di cittadini/utenti (sulla trasformazione digitale, si veda G. Sgueo, “Governare la trasformazione digitale”). Secondo la Commissione, infatti, l’open source è “vicino all’essenza stessa del servizio pubblico”, in quanto: (a) è un codice pubblico, che lo rende verificabile e controllabile in qualsiasi momento e che promuove la libertà di scelta; (b) facilita l’uso e il riutilizzo delle soluzioni software, sviluppando sinergie tra gli Stati membri per creare servizi transfrontalieri di valore che siano interoperabili ed adeguati per i cittadini; (c) consente, bypassando la burocrazia hardcore di alcuni Paesi, di aggiungere, e modificare, funzionalità ai software, condividendone i contenuti liberamente con tutti gli utenti e per qualsiasi scopo lecito. L’Italia, a tal proposito, costituisce certamente un esempio tangibile di Stato membro in cui la preferenza per l’open source nei servizi pubblici è passata dalle raccomandazioni iniziali della Commissione ad una discreta applicazione concreta del software de qua, attraverso la definizione di un primo quadro normativo ad hoc (sul punto, G. Buttarelli, “L’Italia adotta una Strategia per le competenze digitali”). Recentemente, infatti, l’Agenzia per l’Italia Digitale (AgiD), in collaborazione con il Team Digitale – istituito dal Presidente del Consiglio dei ministri nel 2016, con l’obiettivo di modernizzare i servizi pubblici italiani anche attraverso l’adozione di strumenti e prodotti in ottica open source –, ha predisposto delle “Linee Guida” dettagliate proprio sull’approvvigionamento e il riutilizzo del software per le pubbliche amministrazioni ed i servizi pubblici, definendo un processo decisionale che considera e dà priorità al software open source in tutte le sue fasi procedimentali (sull’andamento del processo di digitalizzazione italiano, si veda B. Carotti “Le confessioni dell’indice DESI”).

Alla luce di quanto sopra esposto, l’open source consentirebbe, a tutta evidenza, un’innovazione di tipo incrementale, basata non tanto sulla mera “sovranità tecnologica”, bensì sulla condivisione di conoscenze e competenze (per un approfondimento, G. Sgueo “The practice of democracy – La partecipazione nell’era digitale”). Condivisione ed apertura che potrebbero chiaramente, da un lato, aumentare la fiducia dei cittadini nei servizi pubblici – consentendo agli utenti di contribuire all’implementazione degli stessi attivamente ed aiutando a risolvere problemi tecnologici complessi – e, dall’altro, offrire più opzioni per aumentarne la verificabilità e la sicurezza, attraverso audit indipendenti e ispezioni del codice sorgente. La chiave di volta del sistema open source sembrerebbe, dunque, non tanto una tecnologia quanto un soggetto: il cittadino. Il software altro non è, infatti, che un mezzo attraverso cui il cittadino contribuisce, concretamente, allo sviluppo dei processi tecnologici europei e di gestione delle informazioni, realizzandone la trasformazione digitale. In circostanze fattuali sempre più incerte, complesse e mutevoli, la co-creazione della tecnologia (Stato-cittadino) contribuisce senz’altro ad aumentare la capacità della collettività di agire in modo indipendente, per salvaguardare interessi comuni, sostenere i valori e il modus operandi europeo, eliminando barriere legali superflue e condividendo soluzioni.

 

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