Renato Fucini e la statistica «falsata»

Renato Fucini (1843-1921), toscano, fu scrittore, poeta, patriota acceso, seguace in gioventù di Garibaldi. Nel 1865 assunse servizio come aiuto ingegnere presso l’ufficio tecnico comunale di Firenze, restando però l’attività letteraria la sua vera passione. Abilitato nel 1876 all’insegnamento, dal 1879 fu ispettore delle scuole pubbliche per il circondario di Pistoia. Più tardi, rifiutata la nomina a provveditore agli studi, si sarebbe trasferito come bibliotecario a Firenze. Il brano che segue, raccontando un piccolo gustoso episodio di vita burocratica in provincia, testimonia della condizione ancora fortemente critica della scuola postunitaria.

 

Quando fui nominato ispettore scolastico del Circondario di Pistoia mi misi all’opera pieno di zelo e con la ferma intenzione di fare scrupolosamente il mio dovere di impiegato e di galantuomo. Giunto, a fine d’anno, al momento di fare la statistica e di mandarla al Ministero, mi accinsi con tutta la buona volontà a quel lavoro che, in verità, non era punto adatto alle mie condizioni e alla mia natura. Ma bisognava farlo e lo feci più scrupolosamente che mi fu possibile. C’era un piccolo guaio: tre o quattro colonne di quello smisurato lenzuolo di carta che avevo da riempire di numeri, rimasero bianche perché non era assolutamente possibile riempirle per mancanza di dati e per la difficoltà insuperabile a procurarmeli. Stetti un po’ perplesso, ma poi, dinanzi alla difficoltà e anche dinanzi alla inutilità di rispondere a tante minuziose domande, che al mio giudizio parevano e forse erano assolutamente superflue per il bene delle scuole, mi determinai a mandarlo a Roma, consolandomi nel pensare che, esponendo per lettera d’accompagnamento le giuste cause delle lacune, tutto sarebbe andato bene. Ero un galantuomo. Passati tre o quattro giorni, mi vedo tornare dal Ministero l’enorme rotolo di carta della mia statistica e insieme con quello una lettera di rimprovero e di minaccia, che, a me, inesperto neofita, fa gelare il sangue nelle vene.

Con quel rotolo sotto il braccio, corro dal Sottoprefetto, col quale ero in rapporti amichevoli, a chiedere consiglio e soccorso. Egli vedendomi entrare stravolto e sgomento, si turba e mi domanda spiegazione. Io gli racconto tutto; lui dà in una risata, prende il rotolo, lo svolge, mi domanda dove sono le lacune e io gliele dico. Allora, brandita la penna, incomincia a riempire i vuoti con cifre cervellotiche. Gli prendo la mano per fermarlo ma lui continua imperturbabile, dicendomi:

«Lei è troppo giovane nel mestiere; mi lasci fare».

Quando ha finito mi restituisce il rotolo dicendo:

«Lei lo rimandi al Ministero e non tema nulla».

«Sulla Sua responsabilità», dico io.

«Sulla mia responsabilità», dice lui.

Dopo altri due o tre giorni m’arrivò da Roma una lettera di caldo elogio per la prontezza e la mirabile precisione del mio faticoso lavoro, una lettera che mi rimise il sangue nelle vene.

Ma intanto, da quel giorno, l’impiegato zelante e galantuomo diventò un impiegato grossolano e disonesto.

 

Renato Fucini, Quando la burocrazia può apparire fabbrica di disonesti, in «Il rintocco del campano», a. XXXVIII, aprile 2008, pp. 39-40.