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Ennio Flaiano e la Repubblica dei “Timbri”

09/05/2026

La penna straordinaria di Flaiano, inventore geniale di gustosi e taglienti aforismi (il più celebre: “L’Italia, paese del diritto; e del rovescio”), dipinge qui l’invasione barbarica di un popolo prima sconosciuto (“i Timbri”) che rapidamente e inesorabilmente si impadronisce in epoca remota della penisola e mai più la libererà dai mille cavilli e dalle centomila complicazioni della propria presenza.
È la satira, sferzante e senza pietà, dei vizi organici della burocrazia italica, della quale neppure le rivoluzioni più radicali potranno liberare il derelitto cittadino che ne è la vittima.

Dopo la calata dei Goti, dei Visigoti, dei Vandali, degli Unni e dei Cimbri, la più rovinosa per l’Italia fu la calata dei Timbri. Erano costoro barbari di ceppo incerto, alcuni dicono autoctoni, dall’aspetto dimesso e famelico, che ispiravano più pietà che terrore. Invece di assediare le città e passarle, una volta occupate, a ferro e fuoco, essi usavano introdurvisi a piccole frotte senza dar nell’occhio. E vi si stabilivano a spese della comunità, rendendo piccoli servigi inutili ma che col tempo venivano ritenuti indispensabili. Ben presto ci si accorgeva che era impossibile fare qualcosa senza di loro. Né promettere, né mantenere, o andare a nozze o vendere. Portati per natura a discutere ogni cosa e all’approfondimento implacabile e cavilloso delle più semplici leggi e costumanze. I Timbri si trovarono a possedere le chiavi di tutto. Senza la benevolenza di un Timbro non si poteva nemmeno morire; e se questo vi pare assurdo, vi dirò che si poteva sì morire, ma non essere creduto.
Nel tempo furono fatte varie leggi per contenere la loro preponderanza. Ma tutte erano viziate all’origine dalla necessità che anche per rendere esecutive quelle leggi occorresse un Timbro. La moltiplicazione dei Timbri, estremamente prolifici, era anche favorita dalla pratica che questi barbari affermarono, sospettosi com’erano anche dei propri simili, di doversi approvare l’un l’altro. Sicché diventavano necessari in numero sempre maggiore. E ve n’erano di varia importanza, dai più umili, i Lineari, ai più imponenti, i Tondi, ma nessuno disposto a subire il predominio degli altri. Perciò feroci lotte intestine, che ancora oggi perdurano. Non è infrequente nei pubblici uffici, allorché ritenete di avere assolto i vostri obblighi verso i Timbri, che qualcuno vi dica: Manca il Timbro Tondo, o Lineare, o Secco, o Punzone. Bisogna mettersi alla ricerca dell’assente, blandirlo, convincerlo, spesso corromperlo. La vostra identità, la vostra nascita, la vostra famiglia, i vostri beni, il semplice fatto che siete in vita, tutto è messo in dubbio dall’assenza di un solo Timbro; e così essi hanno stabilito che nessun cittadino può dirsi esistente senza il loro totale consenso. Colpita alla radice, la società patriarcale e nominale cadde preda di questi barbari, che ancora oggi governano l’Italia con il più semplice ed astuto dei mezzi: ignorandola, anzi immersi nella continua contemplazione della propria forza, che nessun mutamento ha mai potuto domare; poiché è dimostrato che i mutamenti eccitano i Timbri fino al delirio. Per un po’ scompaiono, ma poi tornano più forti e resistenti di prima come succede del resto con certe specie di insetti. E sempre con nuove idee.
Ennio Flaiano, Dei Timbri e dei Ladri, in Id., Le ombre bianche, a cura di Anna Longoni, Milano, Adelphi, 2004, pp. 255-256.

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