Che fare dei social network? Più regole, più educazione o più diritti?

Accademici, attivisti e internauti sono divisi tra favorevoli e contrari rispetto ai benefici introdotti dai social network nella società. I primi esaltano la capacità della rete di generare impatti durevoli su politica e multinazionali. I contrari insistono invece sulla qualità dell’impegno civico digitale che ritengono qualitativamente deteriore rispetto alle forme tradizionali (e perlopiù analogiche) di partecipazione. Le riposte possibili sono tre, nessuna delle quali pienamente soddisfacente: regolare le piattaforme digitali, educare i cittadini all’utilizzo del digitale, oppure rinforzarne i diritti.

 

È davvero merito di Twitter se con le proteste della ‘Primavera Araba’ sono caduti i regimi dittatoriali nordafricani? Senza i social media la sollevazione turca del 2013 e quella scoppiata a Zuccotti Park (New York) due anni prima, ma presto divenuta globale al grido di “Occupy Wall Street!”, avrebbero avuto lo stesso impatto? La reazione di una multinazionale florida come Netflix al tema delle molestie sessuali sarebbe stata altrettanto decisa, al punto di rescindere un contratto milionario con un attore di fama mondiale come Kevin Spacey, se decine di milioni di individui non avessero fatto pressione in tal senso attraverso i social network? E infine, quando e quanto avremmo saputo delle stragi di civili ucraini da parte dei soldati russi senza i contenuti diffusi a più riprese attraverso i social network da giornalisti e attivisti? (di quest’ultimo aspetto parliamo diffusamente QUI)

Nessuna di queste domande trova una risposta univoca e definitiva. Accade anzi l’esatto contrario. Il simbolo di punteggiatura noto come ‘cancelletto’, che spesso aggrega iniziative di mobilitazione digitale, ha una storia brevissima alle spalle. L’informatica lo ha introdotto negli anni Ottanta del secolo scorso, ma su Twitter è apparso per la prima volta nell’Ottobre del 2007 (per diffondere notizie sui California Wildfires, gli incendi che devastarono oltre nove milioni di acri di terreno in California), mentre su Instagram è approdato nel 2010 e su Facebook solamente dal 2013. Durante questo breve lasso di tempo le comunità di accademici, attivisti e internauti hanno dibattuto vivacemente il ruolo e la funzione dei social network nella società. Oggi le opinioni si separano in due fazioni: favorevoli e contrari.

I primi esaltano la capacità della rete di generare impatti durevoli su politica e multinazionali. Ci raccontano di legami sociali costruiti sui social network che, è vero, sono certamente deboli e volatili, ma scalano anche rapidamente nell’ordine delle centinaia di migliaia o dei milioni, con ricadute sui sistemi pubblici spesso sorprendenti.

I contrari insistono invece sulla qualità dell’impegno civico digitale che ritengono qualitativamente deteriore rispetto alle forme tradizionali (e perlopiù analogiche) di partecipazione. Uno studio pubblicato nel 2021 ha individuato una correlazione diretta tra la qualità del segnale di accesso alla rete e il livello di impegno civico dei cittadini. Al crescere della prima diminuisce paradossalmente il secondo – a voler suggerire che una buona qualità di connessione incentiva attività frivole (il gaming per esempio) rispetto alla partecipazione attiva nelle vicende politiche e sociali.

Tra i favorevoli c’è chi, come Ethan Zuckerman, propone di ripensare la tassonomia dell’impegno civico, mantenendo la separazione nota tra forme di impegno civico thin o thick, a seconda della minore o maggiore intensità del carico di responsabilità richiesto ai soggetti coinvolti, ma considerando accanto a quella l’impatto prodotto dalla mobilitazione digitale dell’opinione pubblica. In alcuni casi questo impatto è meramente simbolico (per esempio con i filtri che alcuni applicano alle proprie immagini profilo su Facebook, per sostenere cause civili o politiche). In molti altri casi tuttavia, tra cui quelli citati all’inizio, è tangibile nei risultati che produce.

I critici rispondono battendo sulla destrutturazione e assoluta informalità dei movimenti civici digitali. #BlackLivesMatter, #Metoo, #IceBucketChallenge e #FridaysforFuture, ci dicono, sono movimenti privi di vertici, sedi o tessere. Sono iniziative puramente virtuali, come i simboli da cui sono rappresentate, la cui capacità di incidere sulle decisioni pubbliche, a livello globale, è imprevedibile e aleatoria. Al più generano effetti perversi, come nel caso della furia iconoclasta lanciata da #BlackLivesMatter contro le statue e i cimeli di un passato ritenuto improvvisamente immeritevole di essere ricordato.

Cosa fare, allora, di una rete che evidentemente non è più solamente una tecnologia reticolare, ma è divenuta un vero e proprio spazio democratico virtuale, sovrapposto (e talora preponderante rispetto) a quello fisico, di cui però riprende ed esalta tutte le contraddizioni, lacune e opacità? Le ipotesi principali sono tre: più regole, più educazione, più diritti

Prima ipotesi: regolare di più – e meglio (dove meglio va letto come ‘più severamente’) – i social network. Per esempio costringendo le aziende proprietarie delle piattaforme digitali a ripensare i criteri che definiscono la rilevanza e visibilità dei contenuti postati online (quelli attuali premiano i contenuti che generano maggiore interesse – in gergo: engagement – che però inevitabilmente sono anche quelli più aggressivi o controversi (ne parliamo QUI e QUI). Oppure riducendo i margini dell’anonimità degli utenti che, si suppone, privi dello scudo dell’anonimato, potrebbero desistere da commenti e opinioni divisivi o estremi. Altra soluzione potrebbe essere quella di definire codici di condotta o standard mirati agli aspetti più controversi, come la comunicazione politica. È la strada seguita dal Consiglio d’Europa che recentemente ha pubblicato le linee guida sulla comunicazione online durante le campagne elettorali. In tutti questi casi l’obiezione posta è la stessa utilizzata per frenare i tentativi di disciplinare l’evoluzione tecnologica: le regole non sono esposte solamente al rischio di obsolescenza prematura rispetto al passo spedito dell’innovazione, ma addirittura rischiano di rallentare quest’ultima, a discapito di tutti.

Seconda ipotesi: educare al digitale. È quello che prova a fare l’Unione europea attraverso il Democracy Action Plan, che a dispetto del nome altisonante ha un fuoco molto preciso: contrastare la disinformazione online, prevalentemente finanziando e sostenendo programmi di educazione all’utilizzo del digitale per giovani e adulti. In qualche misura, questo obiettivo è anche quello dei piani nazionali di ripresa e resilienza, per la parte relativa alle competenze digitali. Quello italiano ad esempio prevede tre iniziative: il servizio civile digitale, i network di facilitazione digitale e Repubblica Digitale, recentemente rifinanziata attraverso un accordo con ACRI (ne scrivo QUI).

Terza ipotesi: garantire più efficacemente i diritti degli utenti delle piattaforme. Dunque, a differenza della prima ipotesi, in cui le regole riguardavano direttamente le aziende proprietarie, in questa ipotesi le norme tutelano chi fa uso di prodotti e servizi. Segue questo approccio l’Unione europea nel suo tentativo di regolare i mercati e i servizi digitali, oltre all’intelligenza artificiale.

Sono tre ipotesi diverse, che però condividono alcuni tratti. Il primo: l’approccio accrescitivo, definito dalla maggiorazione di regole, di competenze o di diritti; il secondo: la natura transitoria (alcune sono ancora nello stato embrionale della proposta, altre definiscono obiettivi da realizzare); il terzo: l’incapacità di individuare soluzioni soddisfacenti, conseguenza della rapida evoluzione e sostanziale incontrollabilità degli eventi che si prova a contenere entro un perimetro di certezza.

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