Il dramma dell’impiegato delle imposte tra miseria e corruzione
11/04/2026
Nino Palumbo (1921-1983) è stato nel dopoguerra autore di libri forse poco conosciuti ma in compenso mai banali, spesso, almeno i primi, ambientati nel mondo grigio e triste dei piccoli impiegati dello Stato, i travet degli anni Cinquanta, perennemente afflitti dall’attesa del 27 del mese (il giorno fatidico dello stipendio), dall’ansia mai sopita della sospirata promozione di grado, dalle tante alienazioni (e umiliazioni) patite nella vita d’ufficio.
Nel 1957 uscì per Mondadori, nella collana “La Medusa degli italiani”, il primo dei libri di Palumbo, “Impiegato d’imposte”, che parve ad alcuni critici (tra i quali il Manacorda) un tentativo interessante di superare il realismo, introducendovi una analisi psicologica dei personaggi. L’anno successivo avrebbe pubblicato ancora per Mondadori “Il giornale”, anch’esso di ambientazione burocratica. In seguito Palumbo si sarebbe sempre meglio inserito nell’élite letteraria italiana. Iscrittosi al Partito socialista, avrebbe vissuto (da consigliere comunale a Rapallo) gli anni “eroici” del primo centro-sinistra e intanto modificato, arricchendola di altri motivi, la sua vena letteraria (del 1977 fu il romanzo “Il serpente malioso” pubblicato dagli Editori Riuniti, nel quale abbandonava definitivamente lo sfondo burocratico dei primi romanzi).
“Impiegato d’imposte”, che ricevette al suo apparire il Premio letterario Grazia Deledda a Nuoro, è la storia triste e senza speranza di un piccolo burocrate dell’ufficio delle imposte in una città qualunque dell’Italia del miracolo economico. Quel “miracolo” che non aveva toccato né la sua condizione di impiegato déraciné, perennemente alle prese con l’insufficienza dello stipendio e le miserie del bilancio familiare, né tanto meno la sua mortificante collocazione sociale. A Tranífilo (tale il nome del protagonista) accadrà però un evento che ne sconvolgerà l’esistenza: abbordato da uno spregiudicato avvocato, emissario a sua volta di un industrialotto in ascesa del tutto simile ai nuovi ricchi del miracolo economico, disperato per i debiti e per la miseria incombente sulla sua famiglia (quattro figli tutti rachitici, lui affetto di ulcera), la prima volta nella sua vita di uomo onesto accetterà di truccare una pratica d’ufficio, falsificando la somma dovuta dal contribuente in cambio di una piccola somma di danaro. Scoperto, sarà graziato per pietà dal capo dell’ufficio ma perderà tuttavia il suo impiego. L’ultima scena, la pagina finale del libro, ce lo mostra disperato, nei gradini del palazzo dell’avvocato corruttore opportunamente eclissatosi: “I miei figli”, saranno le sue ultime parole miste alle lacrime.
Dovette aspettare per circa cinque minuti. Passeggiava avanti e indietro sul pianerottolo; ogni tanto si fermava alla finestra che dava nel cortile. Dalla porta del direttore uscì un signore. In quel momento l’usciere disse a lui di aspettare perché l’avrebbe annunciato. Ritornò quasi subito e lo pregò di entrare. La porta gliela chiuse dietro.
Il direttore era solo. Dietro la scrivania, aspettò che lui s’avvicinasse e poi l’invitò a sedersi a una delle due sedie che erano lì davanti. Sul tavolo il fascicolo di Terrini, un poco più a lato alcuni fogli scritti a macchina, tenuti assieme da uno spillo.
“Dunque, ragioniere, qui c’è la pratica Terrini” e gliela indicava. “Ho studiato e ristudiato le responsabilità. La sua mancanza è stata grave. Lei lo sa bene. Reato di peculato, Non le dico ciò che ho tentato di fare in questi giorni. Non rimane altra soluzione, la migliore, se così si può dire. Della sua confessione – indicò i fogli scritti a macchina – sono a conoscenza solamente io. La cosa sarà seppellita. Lei però non può rimanere nell’amministrazione. Mi firmi la sua domanda di dimissioni e questa deposizione verrà distrutta”.
Tranífilo, ora, fissava il capo con gli occhi sbarrati.
“Le dimissioni… così?” riuscì a domandare, e tese la mano verso il fascicolo.
Il direttore non rispose. Continuò a guardarlo, facendogli capire che non aveva alternativa. O firmava, oppure la pratica passava all’autorità inquirente.
“Ho un figlio all’ospedale, dottore. Qui (e indicò il collo) ha tutto aperto. E viene fuori materia.., pus…Capisce, dottore! Quella pratica la feci in un momento di disperazione. Perdetti il controllo. Non era mai successo. I miei figli hanno fame, sono tutti malati…Anch’io sono malato, lei lo sa. È stata la prima volta, glielo giuro su ciò che ho di più sacro, sulla testa dei miei bambini, dottore… Che farò? Dove andrò?”.
“Tranífílo, non è possibile”, disse risoluto il direttore: “Non me lo chieda ancora. Leo capisce quanta responsabilità grava sulle mie spalle per la decisione che le ho proposto. La dovrei denunciare, lei lo sa, no?”
“Ma i miei figli, dottore?”
Il direttore fingeva di stringersi nelle spalle pur facendo fatica a guardarlo in faccia e a rimanere impassibile. “Per favore, non insista oltre. O firma le dimissioni” e gli allungò il foglio scritto a macchina “oppure dovrò passare la pratica all’autorità giudiziaria”.
“È fatto” disse allora Tranífilo, prendendo la penna e firmando.
“E la devo anche ringraziare. È proprio così. Lei non mi manda dentro, e per quest’atto di umanità la devo ringraziare. Quando i miei figli saranno grandi, se ci arriveranno, sapranno chi devono ringraziare”.
“Cosa vuol dire?!”
“Niente, dottore. O forse soltanto che con quella firma pago peggio che con il carcere; ma pago anche il bene che lei mi fa. Per questo la ringrazio. Buon giorno”.
Nino Palumbo, Impiegato d’imposte, Milano, Arnoldo Mondadori editore, 1957, pp. 323-325.
Relatore non socio:

