“Come abbiamo cambiato la Comit, fatto l’Iri e impostato la Legge bancaria”. Una lunga intervista concessa a Eugenio Scalfari da Raffaele Mattioli nel 1972: il grande banchiere che proprio in quell’anno si ritira dalla scena della finanza italiana, va in pensione.
Mattioli (Vasto, 1895-Roma, 1973) ebbe un ruolo decisivo sia nel secondo decennio del fascismo (quello, appunto, della creazione dell’Iri e della “irizzazione” delle tre grandi banche miste, nonché della ideazione della Legge bancaria del 1936) sia anche nel dopoguerra, quando fu uno dei principali registi della ripresa italiana, del miracolo economico e dello sviluppo che ne conseguì.
Nel brano qui estrapolato egli ripercorre, con una malcelata passione che è anche orgoglio, la storia della “sua” Banca Commerciale, dalla trasformazione nel 1931 da banca d’affari qual era stata sino ad allora in un istituto dell’Iri, impegnato nei grandi obiettivi della economia “mista” a partecipazione dello Stato, ai traguardi del dopoguerra, al servizio dello sviluppo e del miracolo economico. Il gigante Iri, la Banca Commerciale e l’Italia nuova: Mattioli ne è stato il discreto ma capace timoniere. Chi verrà dopo di lui lo sarà molto meno.
Quando la Banca Commerciale fu fondata, nel 1894, c’erano stati da poco i due grandi fallimenti della Banca Generale e del Credito Commerciale. La Comit nacque con l’appoggio della finanza tedesca, avendo le medesime caratteristiche di quelle due banche, cioè fu fin dall’inizio una banca d’affari. I clienti erano pochi e quasi tutti molto grossi. I depositi provenivano anch’essi da un numero relativamente ristretto di clienti, cosicché una parte cospicua della raccolta avveniva attraverso il risconto di cambiali alla Banca d’Italia. Questa situazione, che comportava certamente notevoli pericoli, rispondeva però alle necessità del paese in quegli anni. Eravamo all’inizio dell’epoca industriale in Italia, il paese era povero, il capitale liquido faceva difetto o s’indirizzava verso i fondi pubblici. Restava alle banche d’affari il compito di promuovere l’industria e di fornirle il capitale di rischio, ma questo ruolo non avrebbe potuto essere svolto dalla Banca centrale.
Passarono gli anni ma la natura della Comit non cambiò di molto. Quando entrai in banca, nella seconda metà degli anni ’20, eravamo ancora la banca di poche grandi imprese e ne eravamo diventati in larga misura i proprietari. Purtroppo eravamo anche proprietari della banca, e io non dimenticai mai questa situazione. I nostri direttori centrali sedevano nei consigli di amministrazione di quelle società, mentre alcuni industriali comproprietari di esse avevano cariche nel nostro consiglio di amministrazione. (…)
Scalfari: È vero che la prima idea, il primo progetto concreto dal quale sarebbe nato l’Iri fu sua?
Sì, è vero, il documento esiste ancora negli archivi della Comit. Ci lavorai per parecchi giorni, ma non moltissimi. Si doveva lavorare in fretta perché erano settimane tremende. Però le idee su quanto bisognava fare io le avevo molto chiare. Era il settembre 1931. (…).
[Allora la Comit] diventò un’altra cosa: non più una banca d’affari, cioè non più una società finanziaria come era stata in pratica nei primi quarant’anni, bensì una banca come la intendiamo noi oggi, con una quantità innumerevole di depositanti e di impieghi (…). La trasformazione avvenne rapidamente e la legge bancaria ne fornì lo strumento legislativo necessario. (…)
Scalfari: Lei ebbe un ruolo fondamentale nella formulazione della Legge bancaria.
Sì. Mi ricordo che un giorno, nell’aprile, Beneduce mi chiese di stendere un progetto. Mi pare che fosse di sabato e lo voleva per il lunedì. Lo feci e glielo diedi mentre passava per Milano: andava a Basilea per una riunione della Banca dei regolamenti. Parecchie delle idee contenute in quel mio appunto furono poi attuate, per esempio l’istituzione dell’Ispettorato centrale della Banca d’Italia, la liquidazione del credito marittimo e altre cose.
Eugenio Scalfari, Un banchiere racconta, in “L’Espresso”, 30 aprile 1972.