Lo Stato fascista

Se la bibliografia sullo Stato fascista è molto ampia, pochi sono gli studi che hanno saputo scandagliare, con pazienza e sapienza, hard e soft law dell’epoca fascista per studiarne il tipo di Stato (tra di essi, l’ormai datato volume di Alberto Aquarone sull’organizzazione dello Stato totalitario e uno dei volumi biografici di Renzo De Felice su Mussolini).

Il contributo che il volume offre agli studi è prezioso, poiché si sommano conoscenze storiche e tecnicità giuridiche, tenendo a mente le coordinate istituzionali sia prefasciste, sia postfasciste. Ciò consente di cogliere aspetti che sfuggono agli storici contemporanei o agli studiosi (specialisti) del ventennio e, quindi, di mettere insieme analisi storiografica, delle scienze sociali, giuridica.

Uno tra i profili di maggior interesse del volume è quello della continuità tra lo Stato liberale (nella sua appendice giolittiana) e quello fascista, da un lato, e tra lo Stato fascista e quello repubblicano, dall’altro. Con la conseguenza che ragionare sulla natura dello Stato fascista ha non soltanto un rilievo storico, ma esplica riflessi anche sull’oggi, a causa delle tracce che il ventennio ha lasciato sullo Stato costituzionale.

Si tratta di un tema importante e controverso, su cui gli studiosi sono tuttora fortemente divisi. L’autore dubita della natura totalitaria dello Stato fascista e propende più per una indole autoritaria e per un accentuato mussolinismo di stampo cesarista.

L’elemento della continuità rispetto allo Stato prefascista e postfascista emerge con evidenza nella prima parte dello studio, che tenta di rispondere alla domanda «Che tipo di Stato è lo Stato fascista?». Si parte dai tratti essenziali dello Stato fascista (concentrazione, pluralizzazione, personalizzazione del potere) lo si definisce, si esaminano le sue strategie istituzionali, si analizzano nel dettaglio gli elementi di continuità nei diversi settori (stampa, associazionismo, libertà d’opinione, interventi di polizia, sistema amministrativo, ordine corporativo) si conclude avanzando dubbi sul valore euristico della nozione di totalitarismo e sostenendo che quello fascista non fu uno Stato totalitario.

La seconda parte del libro è dedicata al corporativismo fascista quale risposta alla prima crisi dello Stato, nella prima parte del Novecento. Si prendono le mosse dal corporativismo, evidenziando la portata mondiale del fenomeno, non limitato all’Italia e all’esperienza fascista; si prosegue esaminando le istituzioni corporative fasciste; si studia l’attività delle corporazioni, che dettero vita, secondo l’autore, a un vero e proprio «manuale di pratiche anticoncorrenziali»; si conclude, da un lato, nel senso che il corporativismo fu un surrogato della rappresentanza politica e, dall’altro, uno strumento di verticalizzazione della società.

Insomma, si tratta di uno studio acuto e dettagliato delle istituzioni e del sistema amministrativo dello Stato fascista, che mira a prendere le distanze da un approccio semplificato al fenomeno e a farne emergere, viceversa, la complessità e i paradossi. (Aldo Sandulli)

 

Pubblicata in Giornale di diritto amministrativo, n. 1/2011