Non solo criptovalute: la gestione dell’immigrazione clandestina passa anche attraverso la blockchain

Uno dei principali problemi che derivano dal fenomeno migratorio consiste nelle notevoli difficoltà che gli Stati di destinazione e le organizzazioni umanitarie incontrano nella gestione delle identità dei migranti, spesso privi dei documenti di riconoscimento perché andati perduti o distrutti in occasione di conflitti o nel corso della migrazione, oppure perché le stesse istituzioni tenutarie dei registri anagrafici di riferimento risultano non più operative nel paese di provenienza. Diverse esperienze a livello internazionale stanno impiegando la tecnologia blockchain per arginare l’impatto e le conseguenze di questa diffusa problematica.

 

Io non ti conosco, io non so chi sei”, così recita una delle più intense poesie cantate italiane del secolo scorso, ma il problema della mancata possibilità di identificare le generalità dei migranti rappresenta un assai meno piacevole leitmotiv nei campi profughi o nei centri accoglienza sparsi per il mondo: chi è senza nome e cognome, chi non ha un’origine certa, chi non può provare la sua età anagrafica è di fatto un invisibile, con tutte le conseguenze negative che questo comporta in situazioni, spesso al limite della condizione igienico – sanitaria, in cui una qualsivoglia forma di identificazione è necessaria per accedere ad aiuti economici, alle cure sanitarie, al cibo, o per essere correttamente indirizzato verso specifiche forme di protezione (si pensi ai rifugiati di guerra, rispetto ai migranti economici).

 

Il WFP – World Food Programme, con il supporto delle Nazioni Unite, a questo proposito ha varato il progetto Building Blocks attraverso il quale, nella regione della Giordania, è stata avviata una campagna di identificazione dei rifugiati basata sulla tecnologia blockchain e sulla biometria: con una scansione dell’iride, a Zaatari – il più grande centro di accoglienza per rifugiati siriani, 80.000 persone – è divenuto possibile non solo fornire a ciascuno dei residenti un ID digitale del tutto sostitutivo e univoco per certificarne e autorizzarne gli spostamenti in entrata e in uscita dal campo, così limitando l’infiltrazione di esponenti di movimenti terroristici, ma anche gestire e migliorare il supporto alimentare fornito alla popolazione. Insieme all’ID digitale, infatti, ciascun ospite del campo è dotato di un portafoglio virtuale (ammontano a 107.000 i soggetti beneficiari di un trasferimento economico nell’ambito del progetto Building Blocks) tramite il quale è possibile pagare acquisti presso i supermercati convenzionati con un semplice battito di ciglia (si tratta del sistema “eye – pay” di Iris Guard), nel contempo riducendo drasticamente – grazie alla rete di conio virtuale Ethereum – i costi di tassazione e di transazione bancaria cui normalmente soggiacciono i fondi umanitari, a tutto beneficio di quelle economie precarie.

 

Molto più a nord, in Finlandia, al medesimo problema dell’identità migratoria negata viene data risposta con il sistema Moni, ovvero il connubio tra carta prepagata, identità digitale e blockchain su rete pubblica, grazie al quale il servizio immigrazione finnico è in grado di supportare economicamente e di monitorare la coerenza delle scelte di acquisto dei migranti beneficiari, il tutto a “burocrazia zero”, in quanto la card è sì strumento di pagamento ma, soprattutto, documento di riconoscimento univocamente collegato alla corrispondente identità digitale registrata sulla blockchain.

 

Merita, infine, una doverosa citazione il progetto Bitnation che, pur non essendo destinato ad una applicazione territoriale specifica, costituisce un interessante esperimento di “nazione volontaria” (Decentralised Borderless Voluntary Nation – DBVN), basato sulla blockchain di Ethereum e il cui obiettivo è quello di fornire agli iscritti un sistema di accreditamento e riconoscimento digitale, univoco e perciò esportabile, indipendente dai tradizionali assetti anagrafici degli stati – nazione e in grado di registrare informazioni vitali quali ad esempio certificati di nascita, di matrimonio o dati sanitari. Ad oggi sono più di 10.000 i membri attivi, e il sistema Bitnation Refugees Emergency Response (BRER) – che procura una blockchain ID a soggetti rifugiati o apolidi e che costituisce uno dei primi tentativi di cittadinanza globale – è stato anche premiato dall’UNESCO.