Microwork in Brazil. Il contributo umano per le piattaforme digitali

Una recente ricerca, “Microwork in Brazil”, condotta da Matheus Viana Braz, Paola Tubaro e Antonio A. Casilli, in collaborazione con CNRS, MSH Paris-Saclay, e Minas Gerais Research Foundation (FAPEMIG), ha messo in evidenza la questione dei c.d. microworkers, lavoratori che contribuiscono allo sviluppo e al funzionamento delle piattaforme digitali. In particolare, il fenomeno assume dei profili di elevato rischio nel Sud globale, per esempio in Brasile, dove sono state rilevate circa cinquanta piattaforme di microwork.  

 

La ricerca Microwork in Brazil mostra con il supporto di una serie di dati la preoccupante situazione dei c.d. microworkers. Si tratta di lavoratori che svolgono mansioni per lo più ripetitive in modalità online per lo sviluppo e il funzionamento di piattaforme digitali. È un lavoro a carattere informale e tipicamente manchevole di tutele e protezioni sociali, ma gioca un ruolo decisivo per il potenziamento dell’intelligenza artificiale, in quanto rappresenta la principale attività di training delle piattaforme che fanno uso dell’AI.

Con riferimento alla definizione, si sottolinea che nel linguaggio commerciale l’accostamento del prefisso micro alle parole lavoro o lavoratori intende apportare una connotazione sminuente e dispregiativa, connessa a incarichi umili e poco qualificati. Si tratta di una nozione, a ogni modo, diffusa anche per il fatto di essere spesso connessa alla nozione di microcredito, uno strumento finanziario teso a fornire inclusione finanziaria alle popolazioni più marginalizzate, che non hanno accesso ai servizi bancari. I profili più controversi della nozione di microwork risiedono, però, non tanto e non solo nell’accezione svalutativa, ma soprattutto, anche alla luce della connessione con il microcredito, nella mancata e non mantenuta intrinseca promessa di sviluppo di una fetta del mercato del lavoro.

I microworkers popolano tendenzialmente tutto il globo, ma ci sono alcune regioni a più alta intensità e le cui condizioni lavorative sono più disagevoli. Si tratta, in particolare, del Sud globale, in cui per esempio il Brasile è uno dei paesi in cui il fenomeno risulta altamente diffuso e scarsamente, o per nulla, tutelato.

La ricerca mostra che in Brasile sono attive circa cinquantaquattro piattaforme, da suddividere in cinque categorie. Si va dalle piattaforme per l’annotazione dei dati e l’addestramento dell’intelligenza artificiale a quelle per la realizzazione di ricerche di mercato, da quelle per il potenziamento dei profili social, come Instagram, Facebook, YouTube, TikTok, Kwai e Spotify (c.d. click farm) a quelle per la fornitura di piccoli servizi freelance o quelle per la realizzazione di test di usabilità a distanza, e quindi la misurazione dell’interazione utente-prodotto.

Per avere un’idea più chiara della diffusione del fenomeno in Brasile, è sufficiente prendere in esame alcuni dati. Le tre città a più alta intensità sono anche quelle a più elevata densità demografica. Si tratta, infatti, di São Paulo, Rio de Janeiro e Minas Gerais. Le peculiarità di questi microlavoratori sono molteplici: in primis, la mancanza di una valida alternativa lavorativa, tanto che il 33.5% di microworkers non ha altro lavoro pagato, e il 38.8% prima dell’incarico non era impiegato e non aveva un’attività professionale. Oltre alla situazione originaria di particolare debolezza, che dunque fa sì che la prospettiva di un incarico di microwork rappresenti l’unica via possibile per la sopravvivenza, degne di attenzione sono le condizioni lavorative. Tra i primi elementi di disagio vi è senz’altro il fattore remunerazione. La paga oraria media si attesta intorno a US$1.80, e si giunge a una paga mensile di circa US$112.05, pari a un terzo del guadagno medio della popolazione generale. Con riferimento ai tempi, si osserva che la media di ore settimanali per il lavoro su piattaforma è di circa 15 ore e 30 minuti e che poco meno della metà dei lavoratori svolge quest’attività a tempo parziale. Si osserva al contempo che il 31.9% dei microworkers lavora sette giorni su sette, senza nessun riposo settimanale.

C’è da chiedersi, però, chi sono i microworkers? Tre sono gli aspetti principali: genere, istruzione, età. La maggior parte dei microworkers brasiliani sono giovani, e hanno un’età compresa tra i 18 e i 35 anni (70.6%), e più della metà è rappresentata da donne (63.9%), circa tre donne su cinque, e tra queste in numero maggiore quelle sposate o conviventi con un partner. Le donne non impiegate che svolgono microtask sono infatti più del 70%, e ciò dimostra come la disoccupazione colpisca maggiormente il genere femminile. Con riferimento poi al profilo della formazione, i dati mostrano che poco meno del 40% dei microworkers ha una laurea triennale, e solo circa un 3% ha un’educazione primaria. È evidente come in breve i microworkers per la maggior parte siano persone di sesso femminile, giovani, disoccupate, e altamente formate, la cui unica fonte di remunerazione è spesso il lavoro su piattaforma.

Queste medesime peculiarità sono state analizzate anche a livello globale, infatti, un report pubblicato nel 2018 e condotto dall’International Labor Organization (ILO) ha rilevato, con un’indagine su 3.500 persone provenienti da 75 paesi, che l’età media dei microworkers è di 33,2 anni, che nei paesi in via di sviluppo un lavoratore su cinque è donna, e che il 37% ha un diploma di laurea. Ha rilevato, inoltre, che la tariffa media guadagnata per ora è di $4.43, trascorrendo una media di 18.6 ore settimanali su piattaforma.

Tornando poi alle condizioni disagevoli, che connotano questo fenomeno, si osserva che in termini di assicurazione sanitaria globalmente il 66% dei microworkers la possiede, mentre in Brasile la percentuale cala drasticamente al 31%, oltre al fatto che in questo Paese in molti rinunciano ai trattamenti sanitari per mancanza di denaro. Questi dati sono rilevanti se si pensa inoltre all’impatto che i microtask hanno sul lavoratore. Molte delle mansioni sono, infatti, così alienanti da produrre costi psicologici ad alto impatto. Il disagio deriva, ad esempio, dall’incarico di dover moderare contenuti violenti o pornografici con attività alienanti e ripetitive, che producono nel lavoratore sentimenti di rabbia, angoscia, impotenza e tristezza, come rilevato da una serie di interviste a microworkers brasiliani. Le principali evidenze raccolte mostrano come tali attività siano fonte di incertezza e instabilità, e siano connotate dall’assenza di motivazione in caso di licenziamenti/rigetto degli incarichi. Un ulteriore profilo è dato poi dalla mancanza di interazione con colleghi e dalla frustrazione di svolgere tutta l’attività lavorativa senza mai alcun confronto con altri.

Resta comunque rilevante che questa attività esercita un’attrazione influente per le categorie di lavoratori sopra menzionate, in quanto fonte di guadagno, flessibilità oraria e possibilità di svolgimento dell’attività da remoto. Le piattaforme sono viste, infatti, come un’alternativa di reddito all’aumento della scarsità e precarietà lavorativa. Le attività di microlavoro rientrano, inoltre, in un ecosistema più ampio di attività che si svolgono su Internet e forniscono reddito, e che la maggior parte dei microworkers ha svolto o svolge contemporaneamente ai microtask. Si tratta di attività legate alla vendita online, al gioco d’azzardo e alle scommesse sportive.

L’utilità di questa ricerca risiede, da un lato, nella possibilità di prendere atto del fenomeno e dei disagi a esso connessi, e, dall’altro, nella speranza che i lavoratori stessi prendano coscienza dell’importanza del loro ruolo. La loro attività lavorativa è infatti fondamentale per lo sviluppo della nuova generazione di soluzioni digitali. Tra tutti, ChatGPT è addestrato dai microworkers per imparare a rispondere alle più svariate richieste degli utenti. Essi gli forniscono esempi e input per vari modelli linguistici, inserendo trascrizioni di frasi o conversazioni, o descrivendo immagini.

Emerge, infine, dal report “Microwork in Brazil” che le attività svolte dai microworkers per le piattaforme digitali sono sfruttate maggiormente dalle aziende tecnologiche del Nord globale, mentre i paesi del Sud globale perdono l’occasione di valorizzarle e di ricavarne maggiori entrate fiscali, e quindi la possibilità di garantire tutele e prestazioni sociali più solide a questi lavoratori.

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