“Bisognava incorporarsi agli archivi diventandone custode”: l’autodifesa di Guido Leto davanti alla Commissione di epurazione

Guido Leto (Palermo, 1895- Roma, 1956) fu un importante dirigente della Polizia italiana attivo nel periodo della dittatura fascista e nell’immediato dopoguerra repubblicano, dal 1935 capo della Divisione Affari Generali e Riservati e dal 1938 al 1945 alla guida della Divisione polizia politica, strettissimo collaboratore del capo della Polizia Arturo Bocchini. Aderì alla Repubblica Sociale, curando il trasferimento delle carte del Ministero nella nuova sede del Nord, posta a Valdagno, dove l’archivio della Polizia venne ospitato nei locali del lanificio di proprietà del conte Gaetano Marzotto. All’atto della Liberazione Leto fu confermato dalle autorità alleate quale “conservatore” di quell’archivio e quindi responsabile del rientro delle carte a Roma. Nel corso del viaggio però – come è stato accertato – l’archivio fu largamente rimaneggiato per proteggere coloro che col fascismo erano stati più compromessi. Leto, colpevole di adesione alla Rsi, fu arrestato e sottoposto al giudizio della Commissione di epurazione. Ma il 12 aprile 1946 fu sorprendentemente assolto dalla Corte di assise di Roma da tutti i reati imputatigli. Reintegrato nell’amministrazione nel 1948, collaborò alla riattivazione dei servizi segreti italiani. Terminò la carriera nel 1951 come direttore tecnico delle scuole di Polizia. Le sue memorie sono raccolte in diversi volumi, tra i quali questo Zibaldone di polizia dal quale sono tratte le poche righe che seguono, contenute in un capitolo dal titolo eloquente: “Il fallimento dell’epurazione nel settore della polizia”. Qui è descritto il trasferimento al Nord ed è espressa quella che fu la tesi difensiva di Leto: “bisognava incorporarsi agli archivi diventandone custode”.

È d’uopo riportarsi (…) alla pochissimo nota cronaca del trasferimento degli uffici alla Direzione generale della Polizia, dopo l’armistizio, da Roma al «nord». Chi ha una vaga conoscenza della mole e della complessità degli archivi di un ministero potrà considerare le grandissime difficoltà che si dovettero affrontare e superare. Gli archivi della Polizia, per quanto annualmente alleggeriti degli atti che andavano al macero (pochissimi) e di quelli che erano affidati alla custodia dell’archivio di Stato (pure pochissimi), risalivano alla costituzione del Regno d’Italia ed erano integri dal 1914: trent’anni di carteggi che racchiudevano, sotto certi aspetti e non dei meno saporiti, la storia d’Italia! Il periodo 1922-1944 era, naturalmente, il più ricco. (…).

In quei momenti tragici, checché ne dicano gli eroi della sesta giornata, era assolutamente impossibile impedire il trasferimento degli uffici [al Nord]; bisognava, invece, avere pazienza e giocare d’astuzia verso tutti per preservare questo inestimabile patrimonio allo Stato. Era semplice abbandonare l’ufficio per qualche ospitale rifugio, ma qualcuno doveva tentare l’impresa: bisognava incorporarsi agli archivi diventandone custode. Furono, dunque, approntate parecchie migliaia di casse costruite con un ingegnoso sistema che ne consentiva la trasformazione in caselle d’archivio con la semplice asportazione del coperchio; l’immenso materiale fu razionalmente suddiviso per materia, divisione e sezione, e per ordine alfabetico-sillabico, e si procedette al condizionamento dei fascicoli ed alla spedizione con colonne di autotreni. Per dare l’esatta idea della grandiosità del lavoro, bisogna aggiungere che anche tutto il materiale della scuola di polizia scientifica, del casellario centrale d’identificazione (centinaia di migliaia di cartellini segnaletici che richiedevano (…) la più scrupolosa cura nell’imballaggio, perché sarebbe stato quasi impossibile correggere in futuro lo spostamento di uno di essi) e del bollettino delle ricerche prese la via del nord. In breve, negli uffici del Viminale rimasero soltanto i tavoli spogli ed i telefoni.

 

Guido Leto, Zibaldone di polizia, Roma, Edizioni Mediterranee, 1974, pp. 249-250.