Azzone G. e Caio F., In un mare di dati. Quali dati per le politiche quali politiche per i dati, Mondadori, 2020

L’inestimabile valore dei big data non dipende dal peso specifico di ciascuna delle informazioni raccolte, bensì dalla possibilità di estrarre – attraverso la relativa combinazione – moduli cognitivi inediti e significativi: «Big Data is not about the data, any more than philosophy is about words. Big Data is about the value that can be extracted from the data, or, the MEANING contained in the data», è stato osservato.

 

Sebbene già oggi le banche dati pubbliche raccolgano un immenso patrimonio di dati – inclusi quelli personali di natura sensibile – il tema della potenzialità (e dei rischi) di impiego dei big data da parte delle autorità pubbliche resta ancora in gran parte inesplorato.

Senza pretese di analisi sistematica, il breve saggio In un mare di dati. Quali dati per le politiche quali politiche per i dati contribuisce a tracciare alcune linee direttrici per orientarsi nel dibattito, evidenziando le potenzialità virtuose legate al corretto ed efficiente impiego della mole di dati raccolti nei database pubblici.

 

L’enorme quantità di dati disponibili – è la tesi di fondo del volume – può aiutare a cogliere i fabbisogni specifici della popolazione, individuare un insieme realistico di obiettivi da raggiungere e allocare correttamente le risorse necessarie, contribuendo ad aumentare la complessiva efficienza ed efficacia degli interventi pubblici. Adeguatamente trattati, i big data possono costituire un valido strumento per la progettazione di politiche di precisione, con un significativo impatto positivo sul benessere delle comunità coinvolte.

 

Tuttavia, mettono in guardia gli Autori, «l’avvento e la crescita dell’economia dei dati non si orienterà in modo autonomo ed automatico verso forme di creazione del bene comune e di vantaggi competitivi per il nostro Paese». Affinché ciò sia possibile, è necessario sviluppare un paradigma del tutto nuovo, basato su una gestione intelligente ed integrata dei dati, in grado di superare l’approccio monolitico e frammentato (un vero e proprio «ritardo cognitivo e strategico», secondo gli Autori) che sino ad ora ha caratterizzato l’azione delle pubbliche amministrazioni nella gestione dei rispettivi database.

 

Tre sono le aree di intervento indicate da Azzone e Caio per raggiungere tale obiettivo. Anzitutto occorre implementare le infrastrutture tecnologiche del Paese per assicurare un accesso diffuso ai dati e la loro efficiente archiviazione. In secondo luogo, è indispensabile intervenire sulle infrastrutture immateriali di sostegno, principalmente investendo nella formazione delle competenze tecnico-scientifiche indispensabili per trasformare i dati in motore di conoscenza e di sviluppo. Infine, perché l’ecosistema dei dati si sviluppi in senso virtuoso, è indispensabile contestualizzare – e questo è la terza area di intervento – tali interventi infrastrutturali all’interno di un quadro regolatorio certo ed equilibrato, «in grado di bilanciare positivamente libertà individuale e interesse collettivo».

 

Dopo avere dato evidenza di alcuni progetti già oggi sperimentati con successo in Italia, nel capitolo conclusivo gli Autori stilano una lista (“Dieci proposte per un Italia digitale”) di idee concrete per la digitalizzazione del Paese. Ad esempio, viene proposto di rendere gli uffici postali hub di accesso ai servizi digitali per le persone prive di competenze digitali e di costruire un’infrastruttura nazionale per la conservazione dei dati sensibili, con accesso differenziato per le diverse categorie di utenti, da allocare presso la Fondazione Human Technopole di Milano.

Rispetto a tale ultima proposta, va – per la verità – detto che l’art. 50-ter del Codice dell’amministrazione digitale già prevede l’istituzionalizzazione di una piattaforma digitale dei dati (il cd. “PDND”) in cui convogliare il patrimonio di dati raccolto dalle singole amministrazioni. Tale piattaforma – «finalizzata a favorire la conoscenza e l’utilizzo del patrimonio informativo detenuto» dalle amministrazioni (comma 1) attraverso «la condivisione di dati ed informazioni» (comma 2) – è peraltro inclusa tra gli interventi di cui al Piano triennale 2020-2022 per l’informatica nella P.A.

 

Per quanto i temi e le proposte siano indubbiamente stimolanti, il volume restituisce solo una parte del fenomeno: fermi gli indiscussi vantaggi che la circolazione dei dati tra le pubbliche amministrazioni è in grado di assicurare, non possono essere però sottovalutate le persistenti zone d’ombra.

Come osservato dal Garante per la privacy, l’istituzione di una piattaforma unica per la raccolta e la gestione dei dati pone diversi interrogativi in ordine alla compatibilità con la normativa europea sulla protezione dei dati personali, principalmente in quanto si determinerebbe «una concentrazione presso un unico soggetto di informazioni, anche sensibili e sensibilissime, con evidenti rischi di usi distorti e accessi non autorizzati». La pur necessaria valorizzazione del patrimonio informativo pubblico – evidenzia il Garante – «non deve avvenire a discapito della tutela dei diritti fondamentali e con possibili ricadute anche in termini di sicurezza nazionale».

 

La gestione integrata dei dati raccolti dalle pubbliche amministrazioni può effettivamente rivelarsi uno strumento di policy making innovativo ed efficace, come mettono in evidenza gli Autori. Ma può anche determinare, in assenza di un sistema ponderato di bilanciamento e limiti alle informazioni circolabili, una significativa compressione della privacy dei cittadini coinvolti nonché – specie ove i dati siano utilizzati per esperire verifiche incrociate – tradursi in un formidabile dispositivo di controllo al servizio di pubbliche amministrazioni (rese) onniscienti.