Massimo Severo Giannini, Scienze giuridiche e politiche: un bilancio del 1992
04/07/2026
Poche parole scarne ma dense bastano com’era suo costume al grande giurista Massimo Severo Giannini, uno dei maestri del diritto del XX secolo, per tracciare un non banale bilancio dello stato di salute delle scienze giuridiche e politiche in Italia all’inizio dell’ultimo decennio dello scorso secolo. Giannini (1915-2000) è autore di una sterminata bibliografia, di volumi fondamentali, di saggi acutissimi (le sue opere “minori” sono raccolte in una collana di Giuffrè, i suoi libri – in gran parte classici del diritto – sono ripubblicati molte volte). Questo breve scritto costituisce un intervento forse “minore”, ma non per questo da dimenticare.
Vorrei occuparmi delle scienze giuridiche e politiche, cioè di un settore in cui non è successo niente, quindi a questo punto potrei chiudere il discorso. Non è successo niente, notate bene, non nel senso che non siano sorti nuovi istituti di ricerca, nuovi centri di studi (no, ce ne sono, anche se molto pochi per la verità), rispetto a quelli che esistevano alla fine del regime fascista.
Però questo gruppo di discipline è il gruppo che non avrebbe bisogno di istituzioni di supporto, se ci fossero le biblioteche. Ma voi sapete come funzionano le biblioteche in Italia: vi è stato già narrato. Qualche eccezione c’è per le biblioteche specializzate soprattutto nell’Italia settentrionale, ma sono appunto eccezioni che confermano la regola. Se noi consideriamo l’insieme degli istituti che fungono da supporto a queste due discipline il discorso, è estremamente elementare: è vero che questi due gruppi di discipline hanno cambiato contenuto, ma questo, vorrei dire, per il movimento naturale che c’è nel corpo scientifico. Non dimentichiamo che la scienza giuridica italiana è stata sempre una delle prime del mondo ed è sorta alla fine del secolo scorso attraverso due riformatori, che furono Serafini e Orlando. Ambedue peraltro si richiamavano al cosiddetto metodo giuridico nato in Germania, ed erano quindi fautori di una corrente metodologica che riteneva essere quella giuridica una scienza che utilizzava unicamente concetti propri, e che quella politica fosse invece la scienza della realtà umana.
I grandi studiosi di scienza politica che noi abbiamo avuto, e ne abbiamo avuti tanti, al principio del secolo, erano convinti che tale scienza praticamente assorbisse anche la sociologia. In realtà per quanto riguarda la politologia sono caduti i limiti rispetto alle altre scienze dell’uomo, in particolare alla sociologia, tanto che oggi si può dire c’è una koinè che comprende tutte le scienze sociali, sociologiche, politologiche e simili. Quanto hanno giocato su questa cosa gli istituti esistenti? Direi nulla, poiché non c’è nessun istituto che abbia avuto in queste discipline l’importanza che altri istituti di studio e di ricerca hanno avuto in altri campi. Questo anche per una ragione di fondo: infatti esse si basano sulla capacità di ragionare dello studioso, quindi da quando esistono prescindono in un certo modo dall’apparato degli istituti esterni.
Questo ci porta a un discorso più generale: deve essere data una attuazione ai principi costituzionali di cui si è già parlato per le scienze naturali, anche per le nuove scienze sociali? La mia risposta è no. Vorrei fare un passo indietro per ricordarvi che l’art. 9 della Costituzione, il quale dice che lo Stato, inteso come pubblici poteri, promuove la cultura, è un articolo assolutamente superfluo; perché è dal tempo dello Stato assoluto che esso promuove la cultura; non solo, ma se ci soffermiamo a pensare, perfino lo Stato liberale, il quale assumeva la completa neutralità nei confronti delle manifestazioni della società, ha svolto opera di promozione della cultura.
Vi ricordo soltanto tre punti: l’istituzione delle scuole primarie di carattere obbligatorio, la statizzazione dell’Università, la nuova disciplina dei beni culturali; tutte cose che appaiono come istituti giuridici nello scorso secolo. Notate bene, che quando si introdusse la statizzazione dell’istruzione primaria le proteste furono pochissime, e i parlamenti in cui si discusse di questa introduzione furono sostanzialmente consenzienti (a differenza di quanto accadde quando si volle statizzare il servizio delle telecomunicazioni, che si pensava fosse meglio lasciare ai privati), così come avvenne per il servizio ferroviario, ove l‘elemento che convinse le Camere fu quello militare, poiché le ferrovie servono per i trasporti militari e conseguentemente per la difesa. Quindi sulla statizzazione della istruzione primaria e dell’Università, e sulla introduzione della tutela dei beni culturali, vi fu un sostanziale convergere dei consensi in questo Stato, in cui i protagonisti si disinteressavano di ciò che accadeva nella società.
Questo è significativo poiché dimostra che c’è una continuità di interventi pubblici nel settore della cultura che ormai abbraccia tre secoli; quindi ciò che facciamo in campo culturale in realtà è antiquato e privo di interesse. (…). Dovremmo fare, per esempio, in base all’articolo 9, comma 1, una legge sui beni ambientali, poiché quella del 1939 considera soltanto i beni aventi un valore estetico, cioè il paesaggio. Ciò che rimane lo possiamo trarre dalla normativa regionale sui parchi, sulle zone umide, sulle riserve ecc. Ma lo Stato è assente in questo campo. Lo stesso discorso può essere rapportato all’organizzazione della scienza poiché da svariati anni ormai si parla della riforma del Consiglio Nazionale delle Ricerche, di riforma del Ministero dell’Istruzione, di riforma degli istituti di ricerca, ma nulla viene fatto.
Quindi è certamente un grande assente in tutto questo pro- gramma di riforme istituzionali lo Stato in cui viviamo. Da notare che la sua assenza non è giustificata, poiché non si tratta di inventare cose nuove, di scomodare principi che esistono da tre secoli, ma si tratta soltanto di toccare l’ambito della spesa pubblica: il Ministero per i Beni Culturali finanzia oltre cinquecento istituti di cultura, ma quanti di questi sono veramente utili? Di questo nessuno se ne occupa. La realtà è che il problema è molto empirico, che non coinvolge i problemi di fondo, ed è anche facilmente risolubile, poiché assumendo per esempio: il campo più discusso, quello dei beni ambientali, oggi abbiamo tanti studi in questa materia che per creare una legge occorrerebbero quindici giorni.
Eppure non si provvede, e le amministrazioni, che si occupano dell’ambiente, si preoccupano di problemi periferici, importanti (relativamente), anziché di quelli centrali.
Massimo Severo Giannini, Scienze giuridiche e politiche, in La scienza in Italia negli ultimi quarant’anni, Milano, FrancoAngeli, 1992, pp. 93-96.
Relatore non socio:

