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Il brigadiere e l’“antilingua”. Una pagina ormai classica di Italo Calvino

27/06/2026

Italo Calvino (1923-1985) scrisse nel 1965 questo breve ma incisivo (e presto divenuto celebre) corsivo, apparso sul quotidiano “Il Giorno”.  Nel quale in poche righe metteva sotto accusa quella tipica deformazione della lingua italiana che icasticamente definiva come “l’antilingua”.

Altri avrebbero poi detto “burolingua” (è questo il titolo di un libro di Cesare Garelli), o anche, più diffusamente, “burocratese” (cfr. Domenico Proietti, in Enciclopedia dell’italiano, Roma, Treccani, 2020).  Uno dei più noti studiosi italiani della lingua, Michele A. Cortelazzo, ha così descritto la complessità morfo-sintattica (sovente inutile, spesso incomprensibile) del linguaggio dell’amministrazione:

“I testi burocratici –presentano una costruzione sintattica molto elaborata, che porta alla produzione di frasi lunghe e con un ampio e ramificato uso della subordinazione. In particolare, si nota la frequente tendenza, derivata dalla testualità giuridica, alla “frase unica”, cioè alla produzione di testi nei quali l’intero contenuto è condensato in una sola frase (o comunque la tendenza a far coincidere il capoverso con la frase)” (cfr. la voce dello stesso autore Il burocratese, https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/speciali/burocratese/cortelazzo.html).

Qui di seguito, con qualche taglio, l’articolo di Calvino.

Il brigadiere è davanti alla macchina da scrivere. L’interrogato, seduto davanti a lui, risponde alle domande un po’ balbettando, ma attento a dire tutto quel che ha da dire nel modo più preciso e senza una parola di troppo: “Stamattina presto andavo in cantina ad accendere la stufa e ho trovato tutti quei fiaschi di vino dietro la cassa del carbone. Ne ho preso uno per bermelo a cena. Non ne sapevo niente che la bottiglieria di sopra era stata scassinata”. Impassibile, il brigadiere batte veloce sui tasti la sua fedele trascrizione:

«Il sottoscritto, essendosi recato nelle prime ore antimeridiane nei locali dello scantinato per eseguire l’avviamento dell’impianto termico, dichiara d’essere casualmente incorso nel rinvenimento di un quantitativo di prodotti vinicoli, situati in posizione retrostante al recipiente adibito al contenimento del combustibile, e di aver effettuato l’asportazione di uno dei detti articoli nell’intento di consumarlo durante il pasto pomeridiano, non essendo a conoscenza dell’avvenuta effrazione dell’esercizio soprastante».

Ogni giorno, soprattutto da cent’anni a questa parte, per un processo ormai automatico, centinaia di migliaia di nostri concittadini traducono mentalmente con la velocità di macchine elettroniche la lingua italiana in un’antilingua inesistente. Avvocati e funzionari, gabinetti ministeriali e consigli d’amministrazione, redazioni di giornali e di telegiornali scrivono parlano pensano nell’antilingua.

Caratteristica principale dell’antilingua è quella che definirei il «terrore semantico», cioè la fuga di fronte a ogni vocabolo che abbia di per sé stesso un significato, come se «fiasco» «stufa» «carbone» fossero parole oscene, come se «andare» «trovare» «sapere» indicassero azioni turpi. Nell’antilingua i significati sono costantemente allontanati, relegati in fondo a una prospettiva di vocaboli che di per sé stessi non vogliono dire niente o vogliono dire qualcosa di vago e sfuggente. Abbiamo una linea esilissima, composta da nomi legati da preposizioni, da una copula o da pochi verbi svuotati della loro forza, come ben dice Pietro Citati che di questo fenomeno ha dato un’efficace descrizione. Chi parla l’antilingua ha sempre paura di mostrare familiarità e interesse per le cose di cui parla, crede di dover sottintendere: «io parlo di queste cose per caso, ma la mia «funzione» è ben più in alto delle cose che dico e che faccio, la mia «funzione» è più in alto di tutto, anche di me stesso ». La motivazione psicologica dell’antilingua è la mancanza d’un vero rapporto con la vita, ossia in fondo l’odio per se stessi. La lingua invece vive solo d’un rapporto con la vita che diventa comunicazione, d’una pienezza esistenziale che diventa espressione. Perciò dove trionfa l’antilingua – l’italiano di chi non sa dire ho «fatto», ma deve dire «ho effettuato» – la lingua viene uccisa. (…)

Italo Calvino, L’antilingua, in “Il Giorno”, 3 febbraio 1965.

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