Amendola, Bottai e la gabbia del leone di Cesare Maria De Vecchi
20/06/2026
Giovanni Spadolini rievoca, in questo pezzo apparso su “La Stampa” nel gennaio 1981, una vecchia vicenda risalente all’estate del 1937, al tempo del fascismo al potere. Protagonista della prima parte dell’articolo è il comunista Giorgio Amendola, trentenne, figlio del martire del fascismo Giovanni (liberale) ma militante comunista, all’epoca detenuto politico a Ponza. Il giovane “sovversivo” ricevette all’epoca due curiose proposte di incontro da parte di due gerarchi fascisti: il genero di Mussolini Galeazzo Ciano e il Giuseppe Bottai, che nel novembre 1936 aveva sostituito al Ministero dell’Educazione nazionale (così si chiamava la vecchia Pubblica istruzione) il quadrumviro Cesare Maria De Vecchi. Bottai e Amendola si erano conosciuti – scrive Spadolini – “nel mondo post-fiumano, pieno di fermenti futuristi e dannunziani”. Sull’invito di Ciano Amendola non ebbe esitazioni nel rifiutare l’incontro. Quanto a Bottai, viceversa, le cose andarono diversamente e sono approfonditamente narrate nel libro di ricordi “Un’isola”, che Amendola avrebbe pubblicato nel 1980. Nel 1937 il confino si era tramutato in ammonizione, il che aveva permesso al prigioniero di trasferirsi a Roma, sia pure con l’obbligo di non allontanarsene e di firmare ogni sera il registro in questura. Qui, appunto, erano giunte le avances di Ciano e soprattutto di Bottai. Di quest’ultimo Amendola aveva un diverso giudizio, più benevolo (“Bottai alimentava una certa fronda”, scriverà in “Un’isola”). La richiesta di poter restare a Roma per incontrare il gerarca fu tuttavia bocciata dal centro estero del Pci. Clandestinamente, Amendola emigrò a Parigi.
Questo il contesto, tipico di un momento molto particolare della vicenda del fascismo (e anche dell’antifascismo, per lo meno di quello comunista). Ed è in questo scenario che si colloca nel 1981 il ricordo-testimonianza di Spadolini qui riportato:
Il Bottai ministro dell’Educazione sta a sé, con le sue accortezze, con le sue illusioni, coi suoi progetti, con certe “aperture” sempre strumentali e una sua visione del fascismo (come la rivista “Primato”). Egli trae una patente “liberale” dallo stesso confronto col predecessore [De Vecchi]. Nei mesi infuocati in cui sono stato ministro dell’Istruzione, tra marzo e agosto del 1979, ho scoperto che esiste ancora nell’inventario del vecchio glorioso ministero, la gabbia che nell’attico del pomposo palazzo di viale Trastevere ospitava, negli anni di De Vecchi, il vecchio leone, vivente e ruggente simbolo della potenza imperiale proiettata sulla scuola italiana. Per chi ha conosciuto Bottai (e io l’ho incontrato poco prima della morte, tra ’57 e ’58 in casa di Pompeo Biondi a Roma) non è difficile immaginare il sorriso sarcastico del nuovo ministro quando nel novembre ’36 raccolse quella successione. Il consenso dei professori universitari, anche antifascisti, era facile: basti pensare alla risposta, sprezzante e squillante, che Mussolini aveva dato a un gruppo di docenti che protestava prima dell’avvento di Bottai, per certe incomprensioni e durezze del ministro piemontese ex quadrumviro. “Lo so. De Vecchi è di una granitica ignoranza, ma proprio per questo è il solo in grado di resistere alle camorre universitarie”.
Giovanni Spadolini, Bottai, una “fronda” con licenza dei superiori, in “La Stampa”, 8 gennaio 1981. Devo la segnalazione di questo articolo al dottor Israel El Gharras (Trento), al quale sono molto grato. Le citazioni di Amendola sono tratte da Un’isola, Milano, Rizzoli, 1980, in particolare pp. 195-198.
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