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La legge urbanistica: come fallì il Piano Sullo

12/06/2026

Nei primi anni Sessanta, si aprì nella stampa e in particolare sulle riviste la battaglia senza esclusione di colpi sulla nuova legge urbanistica del ministro democristiano Fiorentino Sullo. Manin Carabba, che da giovane socialista si era già molto impegnato nello studio della riforma, racconta qui, in una pagina del suo diario postumo, le polemiche anche aspre che si aprirono nella sinistra del Psi candidata a entrare nei prossimi governi di centro-sinistra.

Il Piano Sullo, la prima riforma dell’urbanistica italiana, presentava numerosi elementi di radicale novità. Sullo peraltro non era un ministro di seconda fila: aveva partecipato venticinquenne alla Costituente, si era battuto in favore delle Regioni, godeva di grandi simpatie popolari nel suo collegio di Salerno-Avellino, era stato già membro di vari governi. Dopo la morte di Ezio Vanoni era divenuto un punto di riferimento della sinistra Dc Nel governo Fanfani IV ebbe il ministero del Lavoro, nel quale si impegnò per varare una moderna legge urbanistica. Sulla quale però incontrò una durissima opposizione non solo nel suo partito (che lo sconfessò) ma anche nel Paese, dove ebbe contro la potente rendita fondiaria.

Il Piano Regolatore generale, che avrebbe dovuto attuarsi per mezzo di Piani particolareggiati (prescrizioni con valore temporaneo) nel cui ambito i Comuni avrebbero promosso l’esproprio di tutte le aree inedificate  e anche quello delle aree già occupate da altre costruzioni quando queste contrastassero col Piano particolareggiato. Era per quei tempi (e forse non solo per quelli) un progetto audace, che la destra politica bollò subito come eversivo. Perciò non andò in porto.

Nelle pagine qui riproposte delle sue memorie Carabba, che al Piano aveva creduto sin dall’inizio e che fortemente vi si era impegnato, compie però, per così dire, una interessante autocritica postuma: ne attribuisce la compilazione a una componente “estremistica” della cultura urbanistica dell’epoca, ricorda  le riserve e le critiche al progetto da parte dei grandi intellettuali dell’area socialista e radicale, da Ernesto Rossi a Paolo Sylos Labini; e ammette che si trattava  di un azzardo, condotto generosamente ma senza troppo costrutto.

Il Piano Sullo rimase dunque sulla carta (non arrivò neppure in Parlamento) e il ministro che lo aveva generosamente sostenuto (per citare le parole di Carabba) “ci rimise la pelle”, dovendo cedere la poltrona dei Lavori pubblici nel successivo governo Moro I  al socialista Giovanni Pieraccini.

La legge urbanistica invece fu una battaglia perduta , anche per l’estremismo degli urbanisti  sull’esproprio generalizzato, come previsto dal disegno di legge  proposto dal ministro democristiano dei lavori pubblico Fiorentino Sullo, deputato di Avellino, lo stesso collegio dove poi è fiorito De Mita.  Era il momento della grande battaglia urbanistica. La proposta di legge fu pubblicata su “Urbanistica”,  che era allora una bella rivista, e divenne una bandiera. Io me ne preoccupai subito. (…) Paolo Barile, nel cuio studio lavoravo, mi portò con sé al congresso dell’INU [l’Istituto nazionale di urbanistica], a Milano, dove fu lanciata. Ne discutevo anche con Ludovico Quaroni, professore  di urbanistica a Firenze, di cui ero stato assistente volontario facendo un corso di legislazione urbanistica. (….) Quaroni non ebbe mai accondiscendenza per le cose estreme, come l’esproprio generalizzato, che non convinsero mai molte persone dabbene. Io ero tra. i socialisti che sostenevano l’esproprio generalizzato; anche se ero piccino, facevo il giovane giurista degli arrabbiati urbanisti, che erano Paolo Moroni, detto “Pierre l’Amour” per la sua grande capacità di seduttore, morto poi prematuramente, e Marcelli Venturini, scientificamente il più qualificato. Mi ricordo le discussioni a casa di Ernesto Rossi, un grande personaggio della sinistra liberal-radicale ma indipendente, mitico autore de I padroni del vapore, il libro che di fatto portò poi alla nazionalizzazione dell’energia elettrica. Agli incontri a casa sua partecipavano Sylos Labini, Fuà, Lombardi, Giolitti, Piccardi, un giovane Nitti poi morto giovane, figlio o nipote dl Nitti d’inizio secolo. C’ero anch’io e si discuteva, appunto, di urbanistica. Mi ricordo  che Ernesto Rossi, quando a casa sua si discuteva, sbiascicava, era un personaggio, diceva a Vittorini “ma perché tu vuoi espropriare anche il cocuzzolo del Monte Bianco”.

Devo dire che Ernesto Rossi e Sylos Labini non si convinsero mai dell’esproprio generalizzato, sostenuto da Moroni, Vittorini e Zevi, grande studioso che era il portavoce di questi estremisti che come politico era limitato, faceva se come politico era limitato, faceva il vanitoso. Il peso culturale degli estremisti, secondo me, fu sopravvalutato. Io, che allora ero un giovane giurista, ero d’accordo con loro, però l’esproprio generalizzato era una dottrina insostenibile, estremista, tanto è vero che pii la legge che fece molto bene al governo del territorio fu la 167 del 1962 che, per sostenere l’intervento pubblico nell’edilizia, con norme molto serie e severe, prevedeva e consentiva piani per l’esproprio delle aree dedicate alla realizzazione di quartieri di edilizia economica e popolare. Fu la legge voluta dal Pci, che mollò gli urbanisti alle loro utopie, e aveva ragione. Io ero con gli utopisti, ma era una fesseria.

I ricordi di Manin Carabba raccolti e annotati da Adele Asnaghi e Roberto Gallia, presentazione di Adriano Giannola, Roma aprile 2023, “Quaderno Svimez” n. 69. La citazione è alle pp. 114-116.

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