Patemi di un impiegato dello Stato nella Torino del 1859
06/06/2026
Torino capitale, 1859. Un impiegato dello Stato fa i conti col suo magro stipendio e congettura tra sé e sé su come potrebbe integrarlo con altri servizi e occupazioni occasionali. L’autore di questo racconto, Paolo Bettoni, bresciano, fu un romanziere di qualche fama nei decenni a cavallo dell’unificazione d’Italia (pubblicando anche altri libri, sebbene non più di ambientazione burocratica). In queste pagine, tratte dal volume “Un impiegato e la sua famiglia”, Milano, 1859, Bettoni riporta con meticolosa esattezza il conto spese mensile di un impiegato dello Stato, il signor Benigno; e ne segue poi i progetti per riuscire a guadagnare qualche lira extra: per esempio copiare di notte a pagamento carte notarili o legali, o impartire lezioni di a poco prezzo agli scolari delle famiglie bene di Firenze. Insomma, acrobazie finanziarie per tirare sino al 27 del mese.
Il signor Benigno, passando per anditi e corridoi, giunse al luogo di sua stazione e sedette allo scrittoio. Prima di occuparsi di cose d’ufficio prese la penna e con tutto il raccoglimento si diede a conteggiare sulla distruzione del suo stipendio mensile. “Io ho cento e cinquanta lire al mese e nulla più”, disse fra sé medesimo. “E questa somma non c’è modo di farla bastare presentemente ai bisogni della mia famiglia. È un esame che ho fatto cento volte. Ecco qua le spese mensili ridotte ai minimi termini, e sfido qualunque padre di famiglia a poterle diminuire ancora:
Al fornaio……………………….Lire 20
Legna e carbone………………Lire 8
Alla lavandaia………………….Lire 5
Fitto di casa……………………..Lire 20
Colazione e pranzo……………Lire 60
Olio e candele…………………..Lire 8
Alla serva…………………………Lire 6
Nolo del piano forte…………..Lire 8
Oggetti vestiario, scarpe…….Lire 20
Altre piccole spese…………….Lire 6
Totale:…………………………….Lire 161
Esiste dunque un deficit di lire 11 al mese, la cosa è chiara come la luce del sole. E questo calcolo è basato sulla stabilità della nostra salute, e sulla immunità di qualunque disgrazia. Noi non dobbiamo aver mai bisogno del medico, né di medicine. Non non dobbiamo mar rompere stoviglie e mobili di casa, né fare alcuna spesa straordinaria, sebbene di estrema necessità. Nel caso diverso bisognerebbe indebitarsi, ed io aborro dal prendere in prestito la più piccola somma. Finora sono andato là consumando quel capitaletto che avevo alla cassa di risparmio, ma in avvenire come farò? Via, via, non affliggiamoci, e qualche santo provvederà. Io ho d’uopo di coraggio e di forze per tirare innanzi la mia barca. Ho già pensato al modo di procacciarmi un altro guadagno, e quanto prima darò mano all’impresa. A chi ricorrerò io per avere carte da copiare? Diamine, fra cinque o sei avvocati e notai miei amici sarà facile che uno almeno mi fornisca il lavoro di un paio d’ore per sera. In quanto al trovare un fanciullo o una ragazza da insegnar loro il francese, non veggo che la cosa sia più difficile dell’altra. Diciamolo con la debita modestia, io so la lingua e la pronuncio come un parigino. Chi ha imparato può anche andare a insegnare. Le mie lezioni poi saranno a buon mercato, e questa circostanza farà sì che uno scolaro non mi manchi.
Un impiegato e la sua famiglia. Racconto contemporaneo di Paolo Bettoni, Milano, Libreria di Francesco Sanvito, 1859 (ma qui si cita da “Burocrazia”, IV, n. 1, gennaio 1949, pp. 27-28).
Relatore non socio:

