Piero Gobetti: “La caserma è l’antitesi del pensiero”

Dall’agosto 1921 Piero Gobetti (Torino, 1901-Neully-sur-Seine, 1926) prestò servizio militare di leva, ottenendo poi, nell’ottobre 2022, il congedo per problemi di salute. In questa prima lettera a Ada del 1° agosto, che avrebbe poi sposata nel 1923, racconta l’alienazione e la miseria della vita di caserma. Nella seconda, datata 2 agosto, che segue, riflette sulla distanza che separa tra chi ha potuto studiare e un mondo di “candidi analfabeti”.

Mia cara, due giorni bastano per un’esperienza assai  intensa. La vita militare è la consacrazione di tutti gli egoismi e di tutte le meschinità: rappresenta il perfetto ideale negativo, proprio, come dicevano un tempo, il termine dialettico del nostro sviluppo. La meccanicità pervade ogni forma di vita; tutto si riduce ad elemento a vegetazione. La caserma è l’antitesi del pensiero. Nella tua solitudine non sei solo nemmeno un istante e nella comunicazione esterna fredda con gli altri trionfa l’idiozia più perfetta. Non avrei pensato mai di poter stare un’intera mattinata dalle 4 ½ alle 12 senza pensare. Il presente è miseria e mentre guardi il mondo della luce e della verità non lo puoi afferrare, non ti puoi ravvivare.

Mia cara, un mutamento completo del modo di vivere, e soprattutto di pensare: non è senza efficacia. Spesso la nuova posizione, anche se nettamente vi si oppone, illumina la prima. La mia vita di ieri era vita d’intelligenza con persone intelligenti; lotta continua per affermare in ogni istante una volontà di operare e di costruire più vasta, per elaborare concettualmente nuove esperienze. Qui sono con i più candidi analfabeti che mai siano stati: una selezione a rovescio; giovani che stanno facendo l’istituto tecnico e perciò ignorano tutto ciò che non è calcolo professionale o considerazione utilitaria. Accettano la vita militare come una via nuova. Resteranno ufficiali finché troveranno una via più lucrosa. Questo mercato cosciente c’è in tutti quelli che ho avvicinato; è la piccola borghesia che si sfa per mancanza di una coscienza ideale: la burocrazia che passa dalle funzioni pratiche nella mentalità. L’arma sola che la società ha contro costoro (a parte ogni sentimentalismo) è quella che essi temono: la fame: qualunque riforma che riguardi gli impiegati deve avere questa base. Ci salveremo dalla loro impotenza affamandoli. Ad ogni modo per ora essi sono il mio ambiente spirituale! Pensare a riformarli idealmente mi par vano per ora. Parliamo due linguaggi diversi. Quale sia il superiore credo di saperlo ancora, ma per saperlo sempre bisognerà molto lottare.

Piero e Ada Gobetti, Nella tua breve esistenza. Lettere 1918-1926, a cura di Ersilia Alessandrone Perona, Torino, Einaudi, 1a ed. 1991, qui ed. 2017, pp. 374, lettera di Piero a Ada, da Torino, 1° agosto 1921; e 377, lettera di Piero a Ada, da Torino, 2 agosto 1921.