Le stablecoin sono una particolare categoria di cripto attività, la cui caratteristica principale risiede nel fatto che il relativo valore è ancorato a un asset determinato per mantenerne stabile il valore. Le stablecoin sono infatti state create come alternativa rispetto alle ‘tradizionali’ criptovalute (come Bitcoin o Ethereum), al fine di superarne l’elevata volatilità. Proprio per questa caratteristica di mantenere (o, perlomeno, tentare di farlo) un valore stabile, le stablecoin potrebbero prestarsi a un utilizzo come mezzo di scambio o riserva di valore, ciò che ne ha determinato una vasta diffusione in tempi recenti. Difatti, da mercato di nicchia, esse hanno registrato una forte crescita: oggi la capitalizzazione di mercato raggiunge i circa 300 miliardi di dollari (dati al 18 dicembre, disponibili su Coinmarketcup), spinta in particolare dalle due più diffuse a livello globale, Tether USDT e Circle (USDC), entrambe ancorate al dollaro.
Questa crescita ha fatto delle stablecoin uno dei principali argomenti di discussione nel dibattito pubblico, specie per le preoccupazioni legate ai possibili impatti negativi sulla stabilità finanziaria e con riguardo al futuro stesso della moneta.
Con questo Punto di Vista dell’Osservatorio sullo Stato digitale dell’IRPA, si offre al lettore una illustrazione di carattere generale della regolamentazione delle stablecoin, analizzando gli approcci degli Stati Uniti e dell’Unione europea, nonché le implicazioni di determinate scelte politiche sulla stabilità finanziaria e sulla sovranità monetaria.
Le cripto-attività (comunemente definite come rappresentazione digitale di un valore o di un diritto che può essere trasferita e memorizzata elettronicamente, utilizzando un registro distribuito o altra tecnologia simile), ormai, “nascono come funghi”: hanno superato la quota di 20 milioni in circolazione e raggiunto una capitalizzazione di circa 4mila miliardi di dollari.
Le stablecoin costituiscono una tipologia di cripto-attività, che si caratterizza per il fatto che il relativo valore è ancorato a un altro asset, come una valuta fiat o l’oro, al fine di mantenere un prezzo stabile. L’art. 3, par. 1 n. 6, del Regolamento MiCA le definisce come “un tipo di cripto-attività […] che mira a mantenere un valore stabile facendo riferimento a un altro valore o diritto o a una combinazione dei due, comprese una o più valute ufficiali”.
Comunemente vengono individuate quattro tipologie di stablecoin, a seconda dell’asset sottostante a cui è ancorato il valore:
- Fiat-backed: in questo caso il valore è ancorato a una o più valute, come la USD Tether (USDT);
- Commodity-backed: qui il valore è ancorato a un bene come l’oro o altri metalli preziosi;
- Crypto-backed: il valore è ancorato a quello di altre cripto-attività;
- Algorithmic: in tal caso è un algoritmo a mantenere stabile il valore, aggiustando l’offerta di moneta in base alla domanda; non vi è quindi alcun sottostante (un esempio di tale tipologia di stablecoin era TerraUSD).
Le stablecoin più diffuse sono quelle fiat-backed, in particolare quelle ancorate al dollaro, come Tether e Circle; recentemente è stato avviato un progetto di stablecoin ancorata all’euro, Qivalis, il cui lancio è previsto per la seconda metà del 2026.
La diffusione di tali cripto-attività discende essenzialmente dal fatto che l’ancoraggio a un valore sottostante per mantenerne stabile il valore ne determinerebbe il possibile impiego come strumenti di pagamento, che andrebbero a sostituire (in alcuni tipi di transazione) le monete emesse da banche centrali.
Tuttavia, alcuni scandali che hanno interessato il settore (si pensi al crash di TerraUSD) ci dicono, in realtà, proprio il contrario: le stablecoin non sono così stabili come si dice. In proposito, sono stati posti in evidenza vari rischi che sollevano perplessità di non poco conto sulla capacità delle stesse di mantenere realmente un valore stabile e di essere utilizzate come mezzi di pagamento (si veda, sul punto, l’analisi della IOSCO, Policy Recommendations for Crypto and Digital Asset Markets, 2023). Lo stesso MiCAR, al considerando 40, espressamente afferma che “i token collegati ad attività potrebbero essere ampiamente adottati dai possessori per trasferire valore o come mezzo di scambio e comportare in tal modo maggiori rischi in termini di tutela dei possessori di cripto-attività, in particolare dei detentori al dettaglio, e di integrità del mercato rispetto ad altre cripto-attività”.
I rischi evidenziati riguardano nello specifico:
- la stabilità finanziaria nel suo complesso: nel caso di perdita di fiducia nella capacità di una specifica stablecoin di mantenere il valore stabile promesso, si potrebbero verificare corse alle richieste di rimborso (c.d. stablecoin run) con possibile conseguenza che, qualora l’emittente non disponga di risorse liquide, non sarebbe in grado di soddisfare le richieste, con forti ripercussioni sull’intero sistema finanziario;
- (ii) i possibili utilizzi illeciti con finalità di riciclaggio, finanziamento del terrorismo ed elusione delle sanzioni finanziarie internazionali;
- (iii) i rischi comuni alle crypto-assets nel sistema finanziario – derivanti ad esempio dall’investimento e/o l’emissione in cripto-attività da parte di intermediari bancari e finanziari;
- (iv) le possibili ripercussioni sulla sovranità monetaria;
- (v) gli schemi c.d. multi-issuance, ossia schemi in cui una stablecoin è emessa da più emittenti.
Le preoccupazioni sono ulteriormente amplificate dalla circostanza che per le stablecoin, così come per le cripto-attività in generale, si registra una forte frammentazione a livello di regolamentazione.
Anche se, secondo alcune analisi, in molte giurisdizioni è stata introdotta – o è in corso di adozione – una disciplina normativa per le cripto attività e le stablecoin (si veda, ad esempio, FSB, Thematic Review on FSB Global Regulatory Framework for Crypto-asset Activities, 2025) in molti casi le regole sono divergenti e, soprattutto, divergente è l’approccio dei regolatori rispetto alla loro diffusione.
A tale ultimo proposito, significativo è il divario che si registra tra gli Stati Uniti e l’Europa. Gli USA, complice l’approccio particolarmente friendly del Presidente Trump al mondo crypto, supportano la diffusione delle monete private ancorate al dollaro e non hanno alcuna intenzione di introdurre un dollaro digitale. Anzi, con il Genius Act, le stablecoin vengono utilizzate come mezzo per sostenere il debito pubblico americano e si pone un divieto di emissione di dollaro digitale da parte della Federal Reserve.
All’esatto opposto, l’Unione europea non solo ha introdotto una rigida regolamentazione con il MiCAR ma ha, altresì, accelerato il progetto di costruzione dell’euro digitale; anzi, proprio la spinta alle stablecoin data dagli Stati Uniti e i timori sulla perdita di sovranità monetaria hanno costituito un acceleratore per la concretizzazione di tale progetto (in generale, sull’emissione di moneta digitale centrale in vari Paesi si veda B. Barmann, Verso l’adozione di una moneta digitale? Benefici e limiti dell’introduzione di una moneta basata sulla tecnologia blockchain, su questo Osservatorio). Difatti, la diffusione delle stablecoin ancorate al dollaro potrebbe mettere in discussione il ruolo dell’euro nei pagamenti, dentro e fuori l’Unione europea.
Come è stato fatto notare “[n]on si può stare oltre in mezzo al guado”: il modo migliore per prevenire il dilagare delle criptovalute è percorrere la strada opposta a quella seguita negli USA, vale a dire istituire l’euro digitale.
Con queste premesse, il Punto di Vista dell’Osservatorio si propone di fornire una panoramica in chiave critica sulla regolamentazione USA e UE in materia e sul progetto volto alla creazione dell’euro digitale.
Al presente post introduttivo ne seguiranno tre, concernenti:
- la disciplina europea per le stablecoin di cui al Regolamento MiCAR (di M. Manocchio);
- la disciplina statunitense prevista dal Genius Act (di B. Barmann);
- il progetto dell’euro digitale (di A. Madeddu).
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