Settembre-ottobre 1955. Una delegazione italiana va per la prima volta nella Cina comunista di Mao. Non esistono ancora relazioni diplomatiche tra Italia e Cina (le relazioni bilaterali inizieranno formalmente solo il 6 novembre 1970). Fanno parte della delegazione, presieduta da Piero Calamandrei, Antonello Trombadori (comunista, come segretario), Carlo Cassola, Franco Fortini, Franco Antonicelli, Carlo Bernari, Umberto Barbaro, Cesare Musatti, Ernesto Treccani, Franco Berlanda, Rodolfo Margaria. E Norberto Bobbio.
Del viaggio, che può ben dirsi pioneristico sebbene assistito dalla eccellente ospitalità cinese, possediamo diverse testimonianze, tra le quali un numero speciale del “Ponte”, la rivista di Calamandrei. Più di recente (2022) la nipote di Piero, Silvia Calamandrei, ha raccontato in un bel libro, “Sguardi dal ponte: il dialogo Italia-Cina e il viaggio nel 1955 della delegazione culturale guidata da Piero Calamandrei” (curato insieme a Roberto Taiani) le varie fasi (e le molte emozioni) di quella che fu – dati i tempi – un’autentica avventura: il libro di Silvia raccoglie testimonianze, appunti di viaggio dei protagonisti, fotografie.
Tra gli altri un resoconto lo scrisse, a caldo, anche Franco Fortini (Firenze 1917 – Milano 1994, saggista e raffinato poeta). Si intitolava “Asia maggiore”. Da quelle pagine è tratto questo non banale ritratto (a tratti anche sapido forse) di un Norberto Bobbio allora men che cinquantenne: che il giovane Fortini soprannomina “Delle Carte”.
Delle Carte. Avrà fra quaranta e cinquant’anni. Da tutta la sua persona esprime, più ancora che la forza intellettuale, un tipo di educazione ben radicato, una fedeltà ai genitori e ai nonni. L’energia delle convinzioni ha, in lui, la sola debolezza di esprimersi, appunto, come energia; senti che le virtù di ordine, di tenacia, di sobrietà mentale, di onestà intellettuale gli sono ben coscienti. E sarebbero magari accompagnate da una qualche passione pedagogica, non intervenisse a correggerle, di tanto in tanto, un sorriso, fra imbarazzato e ironico. È autoironia, ogni qual volta il discorso si permetta un aggettivo in più del necessario, una cadenza appena più appassionata; è imbarazzo, forse timidezza, tentativo appena abbozzato di mondanità e disinvoltura. Si capisce che da ragazzo dev’esser stato bravo e diligente e deve aver disprezzato ogni forma di mollezza sentimentale. Quando dorme non si rilascia. Il suo moralismo è continuamente controllato, urbanissimo. Costringe all’ammirazione e al rispetto; ma senti che le sue preferenze e i suoi giudizi sulle cose e sugli uomini nascono da un orrore dell’ambiguità e dell’incertezza. Il suo atteggiamento morale preferito è certo questo: “Vediamo un po’…”. Se è profondamente conservatore, lo è nella volontà più che nella persuasione di aver superato il decadentismo, di aver potuto approdare a un’età di ragione e di precisione nella quale tornino a valere le virtù nei nonni e dei bisnonni, laconismo, chiarezza, decoro. Perché questo sia possibile, perché non gli venga mai meno la possibilità di un’integrazione sociale nel mondo delle persone serie (la spartizione del mondo in persone serie e in dilettanti dev’essergli congeniale fin dall’infanzia), bisogna che, nel mondo turbinoso e rivoluzionario, una cittadella resista alla tentazione del disordine, non già quella dello spirito critico libertino ma quella dello spirito critico scientifico. Se c’è, nel gruppo nostro, una persona che non dovrà abbandonarsi né al riso né al pianto ma solo all’intelletto, essa è Bobbio, cioè Delle Carte, come volevo soprannominarlo per la sua somiglianza con Cartesio.
Franco Fortini, Asia maggiore, Torino, Einaudi, 1956, pp. 121-123. Il brano è stato poi riportato anche dallo stesso Norberto Bobbio, Autobiografia, a cura di Alberto Papuzzi, Roma-Bari, Laterza, 1997, pp. 107-108.