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L’intelligenza artificiale nell’editoria, tra opportunità e rischi per autori e lettori

Di: Livia Baldinelli

14/10/2026

L’intelligenza artificiale sta trasformando profondamente il settore editoriale, offrendo nuove opportunità ma nel contempo sollevando questioni complesse non solo per gli autori, ma anche per gli editori e i lettori. Nel tentativo di dar conto dei principali nodi, il contributo analizza i rischi legati alla diffusione di contenuti AI-generated, all’utilizzo di opere protette per l’addestramento dei sistemi di IA e alla tutela dei diritti patrimoniali e morali degli autori, soffermandosi infine sul possibile ruolo delle società di gestione collettiva come strumenti di governance del rapporto tra creatività umana e intelligenza artificiale.

Negli anni Sessanta, precorrendo l’avvento dell’intelligenza artificiale, Italo Calvino si chiedeva, in “Cibernetica e Fantasmi”, se la macchina avrebbe un giorno potuto sostituire il poeta e lo scrittore.

Tale eventualità non appare più appartenere ad un futuro distopico, se si considera il crescente ruolo che le nuove tecnologie hanno assunto non solo nelle case editrici ma anche nelle redazioni giornalistiche e nel lavoro dei singoli autori. L’intelligenza artificiale può difatti essere proficuamente impiegata nell’intera filiera editoriale, dalla creazione dei contenuti fino alla distribuzione di questi, semplificando lo svolgimento di compiti automatizzati e ripetitivi ma anche apportando benefici ai lettori, che possono ora godere di suggerimenti di lettura personalizzati, utili ad orientarsi ad un mercato editoriale sempre più ricco.

Proprio la mole di contenuti presenti all’interno di quest’ultimo costituisce una prima spia delle possibili ricadute negative dell’intelligenza artificiale – specialmente nella sua forma generativa – nel settore dell’editoria. Al momento si sta difatti assistendo ad una crescita esponenziale del numero delle opere AI-generated, che si affiancano a quelle invece realizzate da esseri umani e che spesso non appaiono facilmente distinguibili da queste ultime, con un danno consistente non solo per gli autori ma anche per il pubblico.

Tali problematiche, con le quali si stanno confrontando oggi numerose case editrici che negli ultimi mesi hanno rimosso dal mercato opere AI-generated da loro per errore pubblicate (un esempio recente è quello dell’horror “Shy Girl”, ritirato nel marzo 2026 da Hachette Book Group) o allontanato autori a causa di un sospetto utilizzo dell’IA (si pensi in tal senso alla bufera che negli Stati Uniti ha travolto l’esordiente Jerry Falade), nel comparto giornalistico assumono peraltro contorni ulteriormente critici: la diffusione – spesso senza controllo – di notizie generate dall’intelligenza artificiale difatti non solo contribuisce alla circolazione di fake news, ma sottrae anche utenti ai principali siti di notizie, rimpiazzati dai c.d. “snippets” offerti dai principali motori di ricerca.

Ad ogni modo, i rischi posti dall’intelligenza artificiale nel comparto editoriale non si esauriscono nell’annacquamento del mercato e nella circolazione di contenuti AI-generated: due ulteriori profili critici risultano infatti emergere, il primo riguardante l’utilizzo dei testi coperti da copyright per addestrare l’IA, il secondo concernente invece l’utilizzo di quest’ultima per la realizzazione ad esempio di copertine o di audiolibri – elementi accessori ma pur sempre legati a doppio filo all’opera libraria – con ripercussioni non trascurabili sui diritti morali dell’autore.

Con riguardo al primo aspetto, vengono in rilievo le attività di c.d. text and data mining (TDM), ossia uno dei principali strumenti per il training dei sistemi di IA mediante l’elaborazione automatica di grandi quantità di dati. Se da un lato infatti un’intelligenza artificiale addestrata sulla base di contenuti solidi e verificati è un’indubbia garanzia di affidabilità, dall’altro utilizzare dati coperti da copyright senza corrispondere alcun corrispettivo al titolare di quest’ultimo risulta estremamente problematico. Tale questione, di recente emersa in una moltitudine di cause, come ad esempio quella che ha visto contrapporsi negli Stati Uniti OpenAI e il New York Times, non appare essere di facile soluzione, risultando particolarmente complesso garantire un’ equa remunerazione per gli autori. Difatti, tanto in modelli caratterizzati da una sostanziale flessibilità – in primis quello statunitense basato sulla dottrina del fair use – quanto in regimi che invece prevedono una serie di eccezioni predeterminate per il text and data mining – come quello delineato nell’Unione Europea dalla direttiva copyright – permangono concrete difficoltà, di natura diversa ma ugualmente lesive dei diritti patrimoniali degli autori, dovute in ultima analisi agli incerti confini del diritto d’autore quando quest’ultimo si contrappone alle attività di TDM.

Passando invece al tema dei diritti morali, occorre notare come l’integrità delle opere librarie possa essere danneggiata dall’impiego dell’intelligenza artificiale per la realizzazione di elementi visuali del libro – come ad esempio la copertina – o di audiolibri, mediante l’utilizzo di voci sintetiche. In entrambi i casi, infatti, l’IA interviene sulle modalità di fruizione dell’opera alternandone gli elementi espressivi essenziali, finendo anche con il poter incidere sulla reputazione dell’autore, il cui nome viene legato a prodotti in cui il ricorso all’IA è evidente.

Data tale grande complessità di fondo, che si inscrive nel più ampio dibattito sulla regolazione dell’IA (si veda quanto scritto per l’Osservatorio da R. Arcangeli e N. Diana, AI e regolazione: il modello europeo tra tutela dei diritti, competitività tecnologica e scenari globali, nonché da B. Scialla, Alla ricerca di un equilibrio tra standard tecnici e diritti fondamentali nel quadro dell’A.I. Act), un elemento appare imporsi con forza, ossia la necessità di coinvolgere le società di gestione collettiva. Coadiuvando il legislatore nazionale ed europeo, predisponendo regole complementari a quelle ancora in forma embrionale contenute ad esempio nell’AI Act o nella sopracitata direttiva copyright, tali soggetti nei prossimi anni potrebbero giocare difatti un ruolo chiave in primis nel consolidamento del mercato delle licenze per le attività di TDM, tutelando così i diritti patrimoniali degli autori, così come potrebbero salvaguardare il diritto all’integrità dell’opera mediante la predisposizione di clausole standard da inserire nei contratti tra autore ed editore (esemplificativo in questo senso il lavoro della Authors Guild statunitense). Peraltro, i medesimi attori potrebbero favorire la diffusione di vere e proprie certificazioni volte a garantire il carattere non AI-generated delle opere, e questo richiedendo specificamente agli autori di certificare la natura umana delle opere per le quali gli stessi richiedono di essere remunerati: in questo modo, andando oltre la tutela dei diritti patrimoniali e morali degli autori, le società di gestione collettiva potrebbero contribuire alla salvaguardia del mondo dell’editoria complessivamente considerato, presentandosi come infrastrutture di governance del rapporto tra creatività umana e sistemi automatizzati e promuovendo un mercato editoriale diversificato in quanto capace di valorizzare l’espressione creativa umana.