
Il potere digitale: la nuova opera di Luisa Torchia
24/06/2026
La computerizzazione del mondo – secondo la definizione di J.C. De Martin – ha prodotto un’alchimia singolare, di cui oggi vediamo esiti piuttosto estremi. Essi sono il frutto di circa ottant’anni di informatica – se consideriamo come riferimento, del tutto opinabile, come ogni cesura temporale troppo netta – le prime macchine computazionali degli anni Quaranta (si potrebbe tuttavia risalire almeno a Babbage e alla Lovelace, con le loro sofisticate operazioni pratiche e teoriche di un secolo prima, o persino a Leibniz e al suo Calculus). Appartengono a quel periodo anche gli studi di Wiener e del sempre citato, e mai troppo conosciuto, Turing, che in realtà aveva compiuto una ricerca fondamentale un decennio prima, o la essenziale intuizione di Shannon su comunicazione e compressione dei messaggi.
Successivamente, alla ricerca del dialogo con le macchine computazionali, prima con le schede perforate e, quindi, con i linguaggi di programmazione, si è affiancato un elemento esplosivo: la comunicazione a distanza, veicolata attraverso i dati “spacchettati” sulla rete. Gli studi di Baran sui sistemi comunicativi complessi sono fondamentali, nel decennio che conduce l’Uomo sulla Luna, alla nascita di Internet – solo tre mesi dopo quello storico luglio. La creazione del fondamentale protocollo TCP/IP di Cerf e Kahn, quattro anni più tardi, costruisce una vera e propria rampa di lancio della “rete delle reti”.
Negli anni Cinquanta si svolge una conferenza molto citata (ma non aperta a tutti: Wiener è assente) e vedono la luce le prime automazioni, di cui lo stesso termine informatica risente. È noto il “perceptron” di Rosenblatt, ingiustamente oggetto di feroci critiche proprio da parte di chi avrebbe radicalmente sbagliato le proprie previsioni, così come, negli anni Sessanta, la chatbot di Weizenbaum, in grado di generare una falsa percezione su vasta scala. Sono anni (meglio: decenni) di profonda ricerca sul linguaggio naturale, debitrice degli studi sulla linguistica moderna, a partire da de Saussure. L’obiettivo è la creazione di una presunta “intelligenza”, che però intelligenza non è. In realtà, questi sistemi sono caratterizzati da previsioni mancate e lunghi “inverni”, espressione che indica, a ben vedere, dissidi tra scuole, riduzione di finanziamenti, crisi di borsa, come avvenuto negli anni ’80 – e si ricordi bene che, oggi, assistiamo a un boom senza precedenti, che lascia presagire una enorme contrazione.
Questa piccola divagazione è parziale e incompleta, ma non ha pretese, e potrà essere perdonata per ogni carenza, sostanzialmente voluta. Essa, infatti, cerca solo di gettare una gamma di impressioni en plein air su questo intenso arco temporale in cui siamo immersi, come fecero le nebbie fluviali e la luce marina su una persona di nome Claude, artista universale e senza tempo, lontano anni luce – e non solo un secolo e mezzo – da un prodotto tecnico balzato in cima alle cronache qualche tempo fa, con cui, fortunatamente, condivide solo il nome.
È proprio in questo lungo percorso che si pongono le premesse perché i risultati tecnologici arrivino alle istituzioni e producano cambiamenti impressionanti. I prodotti dell’informatica sono tangibili; evidenti ne sono le capacità e, con esse, i riflessi sociali ed economici. Non sono un prodotto magico e inaccessibile: al contrario, rappresentano il consolidamento di un coriaceo assetto di interessi (in ragione di determinate scelte di fondo, di linee di tendenza ingessate, della stratificazione di aspetti tecnici sempre più intricati). Quando gli interessi prendono il sopravvento e si coniugano al potere pubblico, fino ad influenzarlo (oppure, al contrario, vengono da quest’ultimo promossi e incoraggiati, per i fini che il primo intende perseguire, secondo una peculiare eterogenesi dei fini), il quadro riceve l’ultima pennellata e il disegno si compie. La tecnica si salda al potere; la neutralità – ammesso che sia mai esistita – si perde definitivamente; i risultati vengono indirizzati a fini politici.
È proprio in questo quadro, attualissimo ma ancora in chiaroscuro, che Luisa Torchia prosegue nel suo lavoro scientifico, approfondendo il rapporto tra poteri pubblici e informatica. Se, finora, ha concentrato le sue ricerche sullo Stato digitale, oggi compie un passo ulteriore, che la eleva verso un punto di osservazione più alto, da cui si vede ‘il’ nuovo potere: quello digitale, appunto. Riconoscerlo ed evidenziarne i legami con i poteri pubblici “tradizionali” è un percorso complesso, ma doveroso, per schematizzare, illuminare, permettere la comprensione di quanto avviene.
Il Volume costituisce un passo deciso per sottrarre l’ambito digitale da quella specie di iniziazione orfica che alcune voci gli vorrebbero associare. Tali voci sfociano in correnti astratte o futuristiche, tali solo in apparenza: in realtà, sono saldamente ancorate agli interessi concreti di chi le propugna. L’Insigne Autrice, con la straordinaria capacità che notoriamente la contraddistingue – aderente al reale e attentissima al dominio concettuale – conduce invece il discorso in una dimensione presente e concreta.
È questa la prima impressione che si ha nell’affacciarsi su un testo che, sin dal titolo, si concede a una sfida notevolissima: ricostruire il cammino storico che ci ha condotti nello scenario attuale, svelarne i presupposti, comprenderne i caratteri, la struttura e le sfide. Uno scenario, nel complesso, difficile, e per questo brillantemente illustrato, spiegato e ricostruito – secondo uno sforzo intellettuale che permette, voltando l’ultima pagina, di avere una visione diversa e più consapevole.
Le impervie direzioni di questa storia si riflettono in una precisa architettura espositiva: è il primo elemento che colpisce nello sfogliare (sì, ho letto il formato cartaceo) le pagine del Volume. Si inizia dalla natura globale del potere digitale, per passare alle forme nuove del capitalismo e agli effetti sulla società. Si tratta dei presupposti strutturali che condizionano l’organizzazione politica ed economica, con la conseguente (o mancata) risposta giuridica e istituzionale. A valle, vengono trattati lo Stato digitale, la risposta normativa e la sfida di governo.
Iniziamo il viaggio. Il potere digitale si basa sulla sua “capacità di influenza sugli individui, sulla società, sull’economia, sulle istituzioni” (p. 35). Non poteva esservi premessa più chiara, che sintetizza i caratteri del nuovo potere e le sue potenzialità, benefiche e nefaste allo stesso tempo.
Come nasce tale potere? L’eziologia è varia: dai garage, si sviluppa, si estende su scala mondiale, arriva alla quotazione in borsa per assenza di regolazione (sono citate le ventisei parole più famose di Internet, ossia la famosa Section 230). È, questa, una condizione foriera di una espansione senza freni, imparagonabile con le imprese tradizionali. Tale condizione è stata quasi sempre sostenuta, anche finanziariamente, dalle istituzioni, saldando un legame che dura fino ai nostri giorni (p. 14, 15, 17).
L’economia “dell’attenzione e della classificazione” (p. 17 ss.) ha un ruolo centrale in questo processo di crescita, perché su di essa si basa quella capacità attrattiva che diventa forza tecnico-economica e potere di monitoraggio. La connessione senza confini (ma sappiamo tutti, oggi, che questi confini ci sono) ha consentito l’espansione su scala planetaria di nuovi servizi, legati alla crescente abilità di raccogliere dati. Attraverso la connessione capillare ai singoli – in ogni parte del globo e in ogni angolo della loro esistenza – le piattaforme hanno generato un aumento vertiginoso di conoscenza e di capacità economica. Su tale drammatico cambiamento insiste il tratto caratteristico dell’evoluzione (o, meglio, dell’involuzione) di Internet, che è andata nella direzione dei giardini recintati, dei microcosmi, della riduzione del panorama a camere di risonanza (eco-chambers). Il tutto a detrimento di una esperienza aperta e partecipata, con una situazione da cui ormai è difficile uscire (se non mettendo in discussione l’uso di sistemi ormai diffusissimi, ma imperfetti e dannosi, come le applicazioni per smartphone, le email universitarie, i sistemi della pubblica amministrazione).
Altro fattore determinante nell’ascesa del potere digitale è lo sviluppo dei sistemi di programmazione statistica (comunemente definita “intelligenza artificiale”) e, in particolar modo, quelli impostati sul linguaggio naturale (LLM). Ne viene messa in luce, da un lato, l’attitudine bulimica, che fagocita ogni oggetto, al fine di una crescita siderale che genera una situazione dirompente (p. 18); dall’altro lato, i limiti a esso connaturati, come l’incapacità di discernere e comprendere i dati (si ricordino i pappagalli statistici di Timnit Gebru, non smentiti nemmeno da alcune sue recenti dichiarazioni). Fattori che segnano una pulsione predatoria, nel cuore del sistema capitalistico che pure sono destinati a mutare e cambiare dall’interno (come svelerà la stessa A. nel seguito del testo).
Nell’insieme, l’A. qualifica il potere digitale come riduzionista, basato sui dati (non compresi), con una pretesa all’unicità rispetto alle imprese tradizionali (soprattutto, come anticipato, al fine di operare in assenza di regole: p. 20-21). È comparato agli ordinamenti statali, per la sua tendenza onnicomprensiva e l’attitudine a strutturarsi in un’articolazione complessa, che introduce norme proprie, definisce ruoli, arriva persino a giudicare le controversie che lo riguardano (p. 36: vengono in mente i self-contained regimes di matrice internazionalistica, ma il discorso eccederebbe lo scopo di queste pagine).
Per comprendere il potere digitale, va necessariamente analizzato il contesto “ideologico” (p. 29 ss.): l’operazione deve essere puntuale, nonostante la natura altalenante e mutevole dell’oggetto. La prima e perenne dicotomia, in merito, è tra la visione ottimistica e pessimistica circa l’introduzione della tecnologia nei processi sociali ed economici (già parlare di “innovazione” significa dare un giudizio di valore). È richiamato Socrate, di cui Platone cita, nel Fedro, il riferimento all’invenzione della scrittura, da parte di Thamus, e alla temuta perdita di conoscenza (p. 34). La tecnologia, insomma, ha sempre due volti, sin dai tempi classici.
L’inquadramento serve a definire una posizione seria e fondata, che per l’A. non deve sfociare né nel catastrofismo, né in un acritico ottimismo: occorre ricercare, invece, il dato reale, senza fermarsi alle apparenze e riconoscendo le ombre (così da uscire dalla caverna, per tornare a Platone). Rischi e danni (ancora troppi) non sono edulcorati, poiché l’invito a governare tale potere è chiarissimo (p. 39): per trovare e porre rimedi, però, è necessario guardare al presente, perché è l’unico modo per combatterli e razionalizzarli, senza che la paura si trasformi nella sola speranza di un domani migliore, tipica di alcune teorie (che, con un evidente astrattismo, producono il solo effetto di sottrarre al giudizio critico i problemi attuali, in primis quelli sul lavoro, su cui l’A. tornerà puntualmente nel corso del libro).
L’espansione dei mercati e la nuova configurazione dei potentati economici sono il secondo fenomeno analizzato nel libro, in base alla formula del capitalismo digitale (p. 39 ss.). La relazione è ambivalente: l’economia ha beneficiato dei nuovi poteri e i nuovi poteri hanno sfruttato l’economia, secondo un moto circolare che, come la curvatura spazio-tempo, innesca cambiamenti non facilmente intuibili.
La Storia, compagna necessaria del diritto, accompagna anche formazione e conformazione del potere digitale. Un parallelismo emozionante viene dal riferimento alla Compagnia delle Indie (p. 41 ss.), che evoca panorami esotici e remoti periodi, e induce alle molteplici domande, ancora aperte, del tempo presente. Alla gloria delle conquiste di allora si associava lo sfruttamento, riconosciuto solo ex post: oggi, sembra accadere lo stesso, con una consapevolezza, tardiva, su rischi, condizionamenti, esternalità, sconfitti.
Vorrei sottolineare, in merito, due punti. Primo, l’assenza di governo del territorio non è una caratteristica intrinseca, né assoluta, in quanto il potere digitale ha un’intima relazione con i governi; questi ultimi usano a loro vantaggio i potentati tecnologici, secondo una relazione biunivoca che non va dimenticata e che si sostanzia, in modo drammatico, nelle operazioni belliche, nel controllo dei singoli, nella limitazione dei diritti. Secondo, la grandezza e la forza tecnico-economica degli operatori sono spesso determinate dai soggetti politici, come avviene negli imperi digitali di cui parla Anu Bradford: anche alla loro volontà, e ai loro disegni, si deve la natura “globale” di fenomeni e operatori informatici.
Proseguendo l’analisi del testo, la mancanza di coraggio nell’applicazione della disciplina antitrust costituisce il primo fattore di crisi del sistema economico, in cui il potere digitale acquisisce un dominio senza precedenti; i giganti di oggi hanno superato di gran lunga quelli del passato – e recentissime vicende di borsa testimoniano l’inimmaginabile. Con una ricostruzione ricchissima di dati e con un’analisi estesa di casi specifici (dal tying alle applicazioni per dispositivi mobili), il Volume mostra come le risposte siano state troppo timide e troppo lontane dalle originarie intenzioni di Sherman; l’adozione di recenti normative ha cercato di colmare questa lacuna, ma l’efficacia dei rimedi è ancora lontana. Del resto, il potere digitale diviene esso stesso un mercato (p. 54), si atteggia come tale e ambisce a mantenersi in pieno vigore, in ragione della sua capacità espansiva, estesa e senza freni: solo comprendendo tale salto quantico si possono congegnare risposte adeguate.
Il capitolo, poi, si muove verso il diritto d’autore. Qualcuno forse ricorderà la domanda della rivista The Economist: “Is Generative AI built on Theft?”. Domanda da non sottovalutare e ancora attuale: sebbene, dopo qualche anno, il fenomeno sembra essere inquadrato con maggiore postura, è necessario interrogarsi sui meccanismi giuridici che tutelino la persona, e alla persona ritornino, senza inventare inesistenti profili di soggettività della macchina.
Due casi specifici, quindi, conducono a considerazioni generali: Open AI e Deep Seek. Se la prima è il paradigma di un cambiamento qualitativo, che passa da una impostazione no-profit a una completamente opposta (con tanto di azioni giudiziarie, promosse sul punto da alcuni fondatori, ma respinte, quantomeno al momento in cui scrivo), la seconda testimonia la fortissima presenza statale, che non è un mistero e che segue, come un’ombra, gli avanzamenti tecnologici. Con questo caso, l’A. mostra concretamente che i poteri statali si sono serviti, e si servono, dei giganti tecnologici: anche nel mondo occidentale, dichiaratamente favorevole al mercato, l’intreccio tra le scelte pubbliche e la crescita privata è indissolubile. È quanto testimoniano proprio le “politiche” sulla cd. IA, in primo luogo quella statunitense, che promuovono la primazia “statale”, secondo un disegno egemonico. Una vera e propria strategia mondiale, basata sull’idea di dominanza nazionale oltre confine, sottende le direzioni governative, a testimonianza dell’interesse politico, economico e militare agli ultimi ritrovati della tecnica – e non certo dell’indifferenza verso questi ultimi. Il mercato, che è sempre una struttura relazionale, è influenzato dal riassetto degli interessi e da nuovi equilibri.
Il testo conferma, inoltre, come sia ormai acquisita la lezione della Zuboff e di altri A. che, ancor prima, avevano parlato del sistema economico basato sulla raccolta, sulla centralizzazione e sullo sfruttamento senza precedenti di dati, secondo correlazione diretta tra capillarità della rete, capacità di raccolta e analisi, consolidamento di posizioni di mercato.
La centralizzazione, però, mette a rischio l’equilibrio economico e sociale. Ne sono incisi la convivenza, lo sviluppo e la crescita dell’individuo, così come la possibilità di dialogo paritario e aperto. Non a caso l’A. chiama in causa Habermas, che aveva visto gli albori di una contraddizione all’interno delle dinamiche economiche tradizionali: a una libertà economica maggiore (presunta, perché vera solo per alcuni) si contrappone una minore libertà generale (effettiva e percepibile per molti). Oggi, vi è la promessa “di liberarci e di sorvegliarci, di arricchirci e di rendere le nostre vite più precarie” (p. 73). Si tratta di una contraddizione dei nostri giorni, di ordine costituzionale. Nasce da un falso dilemma, costruito ad arte: la regolazione frena l’innovazione e, dunque, va evitata, se non si vuole rinunciare al “progresso”. Un approccio decisamente sbagliato, che ha condotto a effetti deleteri, riflessi nelle dinamiche sociali.
Il terzo capitolo, in modo consequenziale, è dedicato agli effetti del potere digitale sullasocietà. Quest’ultima sta sostenendo i costi dell’accentramento delle risorse e della capacità tecniche. Lo comprendono non solo gli esperti, ma anche chi viene direttamente toccato nella propria sfera personale, nella propria vita. È del maggio scorso la notizia che Eric Schmidt, examministratore delegato di Google, è stato fischiato dai laureati dell’Università dell’Arizona. Il motivo è che quasi metà dei giovani statunitensi sotto i trent’anni considera la cd. intelligenza artificiale un danno per il loro futuro, e ritengono che non vi sia compensazione tramite benefici (figuriamoci tramite promesse), ritenuti pochi e per troppo pochi. Il mondo del lavoro cambia drasticamente in base alla tecnologia: se questo è sempre avvenuto (come con la sostituzione dei lampioni stradali a olio con quelli elettrici), oggi possiamo trarre lezioni precise dal passato: quella principale è che i costi sociali vanno guardati con attenzione perché la Storia, visto che di lì si è partiti, vigila.
In merito, il primo aspetto richiamato nel testo è la continuità tra il mondo online e quello offline (p. 76), che si concretizza nell’offerta di agenti falsamente pronti al dialogo, all’ausilio, a una risposta pronta (è citato il drammatico caso di Aedam Rain; in Italia, un altro caso tragico, sfociato in una controversia giurisdizionale, suscita ulteriori, tremendi interrogativi). L’assenza di limiti, costantemente pretesa dal potere digitale dietro lo schermo, artatamente costruito, della libertà di espressione, è alla base di una espansione incontrollata di questi ‘strumenti di condizionamento’ (e non di utilità: p. 78 ss.). Per sintetizzare il fenomeno, viene efficacemente richiamato il cd. “effetto Eliza” (p. 82), del citato Weizenbaum, per un corretto parallelismo con le “false amicizie” delle chatbot e la presunta capacità… terapeutica: oggi, come ieri, la falsa conoscenza e la credulità continuano a causare danni.
Sullo stesso piano si pone la ricaduta devastante del potere digitale sul mondo del lavoro: ciò accade in termini quantitativi, come perdita delle occupazioni più facilmente sostituibili, e in termini qualitativi, quale peggioramento delle condizioni di lavoro. Di casi gravissimi come quelli concernenti i lavoratori kenioti – sconvolti dalla visione e dalla lettura di orribili contenuti, a fini della loro etichettatura, con conseguenti controversie promosse dinanzi ai giudici kenioti – l’A. dà una esatta ricostruzione, facendo propria un’altra lezione: quella di S. Crawford del suo Atlas (recensito per l’Osservatorio da E. Midena, Né intelligente né artificiale: il lato oscuro dell’AI).
Oltre all’effetto di denuncia di simili fenomeni (si veda la instancabile e capillare opera di A. Casilli, di cui si può citare Il paradosso dell’IA: il lavoro nascosto per creare un futuro senza lavoro), è da evidenziare la lettura – a mio sommesso giudizio, superba – che l’A. compie del principio dello human in the loop. Nel frangente lavorativo, infatti, il principio mostra un rovesciamento funzionale: la cd. intelligenza artificiale è talmente intelligente… da non essere in grado etichettare autonomamente i contenuti. Serve l’intervento umano per farla funzionare. Altro argomento che l’A. utilizza per demistificare i sistemi di programmazione statistica (e gli interessi di chi li propugna).
Vengono illustrati, poi, gli esperimenti sul versante della giustizia, che qui ci si limita a richiamare: dall’utilizzo della programmazione statistica per le analisi documentali alla due diligence, fino alle difese processuali e al “giudice robot” (p. 98). Ogni scelta non controllata comporta conseguenze gravi, come dimostrano le sanzioni disciplinari già irrogate nel nostro ordinamento.
La società è uno specchio delle trasformazioni tecnologiche, le cui immagini il diritto deve inquadrare e mettere a fuoco. Per questo il capitolo è così importante: oltre a restituire un’affresco realistico, infatti, suggerisce il metodo da seguire.
Si arriva così allo Stato digitale, cui è dedicato il quarto capitolo. La sua presenza e la sua collocazione nel Volume testimoniano il percorso scientifico dell’A., che di Stato digitale si occupa da anni (l’Osservatorio, cui sono destinate le pagine che sto scrivendo, è nato da una Sua intuizione). Lo Stato deve fronteggiare il potere digitale, che si accampa di fronte a lui e nello stesso tempo si insinua al suo interno. Ne risultano intaccate la democrazia, la rappresentanza, il potere politico. Questo capitolo, pertanto, rappresenta uno snodo centrale: il “nuovo” raggiunge quei capisaldi che si ritenevano immuni dall’invasione informatica e che, invece, ne sono condizionati. È vero che lo Stato può plasmare il potere digitale, per raggiungere a sua volta i propri fini, quasi in un moto circolare, come già anticipato: ma come si difendono lo Stato, il popolo, gli organi costituzionali, da poteri tecnologicamente molto avanzati e finanziariamente estremamente forti?
La ricostruzione dell’A. muove dalla partecipazione politica, secondo il prisma della libertà di manifestazione del pensiero: le interferenze sono mostrate da diverse vicende, come la molto nota Cambridge Analytica e la meno nota Deloitte (p. 109 e p. 119). Quindi, ci si sposta sull’amministrazione algoritmica, da intendere in senso ampio, ossia come generale capacità di “governare con l’informatica”. Sul piano materiale, sono attraversati aspetti diversi, che spaziano dall’archivistica all’ordine pubblico (p. 120). Sul piano funzionale, sono indicate tre opzioni di base: compiti meccanici, supporto all’istruttoria, sostituzione decisoria – le cd. decisioni automatizzate, da evitare ça va sans dire. A tali opzioni sono sottesi principi ormai consolidati, che dovrebbero orientare la ricostruzione del fenomeno nel suo insieme, piuttosto che in modo parcellizzato. Va ricordato come tali principi siano nati dall’esigenza di colmare le lacune normative: prima, lo hanno fatto in modo integrale, quando l’assenza di norme era assoluta; poi, in modo complementare, quando le norme sono introdotte, ma presentano ancora mancanze, o non si rivelano sufficienti ad affrontare una realtà in costante evoluzione. Da notare il riferimento esplicito alla figura della Shadow AI, che indica un uso non trasparente da parte di chi svolge, a vario titolo, funzioni pubbliche o pubblici servizi; ciò dimostra che, senza disclosure, è vanificato lo sforzo di assicurare controllo, trasparenza e responsabilità.
L’amministrazione digitale in Italia (p. 130 ss.) è un altro caposaldo del capitolo: la trasformazione riguarda il versante organizzativo e funzionale, il cui cuore pulsante alimenta l’erogazione di servizi pubblici digitali. Funzioni e organismi si estendono, si compongono reti sovranazionali di enti e regolatori, come avviene con la cybersecurity, ma la transizione è ben lungi dal realizzarsi completamente. Le norme, cambiate di continuo, in base allo sforzo senza fine di migliorare il rapporto amministrativo, sono sotto pressione; è da notare, anzi, che all’entusiasmo iniziale fa seguito un approccio più critico e cauto (p. 131). Una conseguenza dell’accresciuta consapevolezza sui condizionamenti che il potere digitale esercita.
Chiude il capitolo un ottimo riferimento al “tecnonazionalismo”, che si inscrive nella dicotomia, introdotta dall’A., tra “Stato digitale” e “Stati digitali” (p. 137 ss.). È un tema che si connette al discusso concetto della sovranità digitale: di essa viene spiegata la stretta correlazione con la dimensione politica, che può crearla, orientarla o annullarla. Attraverso riferimenti a normative come il Cloud Act, alla promessa dei giganti tecnologici di fornire sistemi rispettosi degli ordinamenti in cui intendono offrire servizi (sovereignty washing), e all’intervento pressante di governi su dati ricondotti, più o meno fondatamente, alla sicurezza nazionale (come nel caso del Data Security Law cinese), l’A. evidenzia un equilibrio difficile tra funzionalità tecnica, interdipendenza economica e istanze nazionalistiche. Resta aperta, infatti, la discrasia tra l’introduzione di strumenti pervasivi e l’assicurazione dei diritti – troppo spesso lasciati sulla carta.
Non è mai troppo tardi, al riguardo, per guardare negli occhi l’Europa, e comprendere le sue vere intenzioni. Sembra ormai imprescindibile agire sulla produzione di chip, sulla configurazione e sul controllo server, sul ricorso al software open source o, meglio, libero, secondo la Free Software Foundation, promuovendo realtà industriali e commerciali (le aziende presenti nel vecchio continente sono moltissime e andrebbe sottolineato con maggiore forza); il fine dovrebbe essere quello di ridurre la dipendenza da fornitori esterni e il divario con gli ‘imperi digitali” (Stati Uniti e Cina), in modo da rendere effettivi, anche nel dominio dell’informatica, i diritti proclamati dall’Unione. Le recentissime proposte della Commissione europea, del 3 giugno scorso, sono testimonianza di una maggiore consapevolezza, sebbene le soluzioni siano ancora insufficienti.
La regolazione è uno degli ultimi tasselli del vastissimo mosaico composto con il Volume. Essa è la risposta alle sfide della tecnologia e alle capacità dei rappresentanti della sovranità popolare di dettare regole che la contengano. Sono in grado, oggi, di assolvere al loro mandato? La risposta non è agevole. L’incremento di regole, da salutare con favore, non può essere solo numerico, ma deve spingersi fino a valutarne la bontà e l’efficacia, definendo un percorso normativo che risponda agli interessi generali e alla tutela dei diritti fondamentali, disciplinando gli eccessi degli ultimi lustri.
Di regole vi è bisogno, perché – a questo punto della lettura anche il lettore più distratto se ne sarà accorto – la condizione in cui ci troviamo è il prodotto della loro originaria assenza. Interpretazioni giurisprudenziali, principi, regole, carte internazionali, linee guida, sono state chiamate alla sfida di rispondere a un potere ormai innestato, solido e molto forte. Lo è perché ha agito come un first mover o, meglio, come un free mover, beneficiando di spazi di manovra vastissimi, condizioni vantaggiose e mancanza di controlli, come la stessa A. ha messo in evidenza sin dal primo capitolo.
Le analisi della normativa sono offerte in chiave comparata, spaziando dal Vietnam alla Cina (p. 148-149). L’Unione europea occupa un posto di primo piano, in quanto mostra un tratto differenziale di ordine qualitativo: alla forza della tecnica e dell’economia, risponde con la forza del diritto. Questa formula, utilizzata nel Volume, è davvero un bel respiro, che richiama l’apertura, la non esclusione, la tutela delle persone. La componente trasversale della disciplina normativa europea risiede in questa ricerca, non ancora compiuta, difficile e affannosa, che peraltro deve fare i conti con i diversi ordinamenti nazionali (tanto che viene prediletto lo strumento normativo del regolamento: p. 254).
Il nuovo potere, asimmetrico e influente, necessita di strumenti adeguati, che possono essere tratti da altre esperienze di matrice internazionalistica, in modo da offrire una risposta giuridica, sociale e istituzionale seria (p. 164 ss.).
Si giunge, così, al capitolo finale, sul governo del potere digitale, ove si iniziano a tirare le somme. Il potere da affrontare è al contempo globale, pervasivo, basato su piattaforme,estrattivo, normativo, conservativo e conformista: sono qualificazioni che riflettono il percorso compiuto nelle pagine precedenti del Volume (p. 171).
Di fronte a questi tratti, emerge la necessità di governarlo. Una sfida improbabile agli occhi di molti, eppure possibile. Improbabile per le difficoltà intrinseche di governare un potere che si è insidiato nelle vite dei singoli in modo pervasivo; possibile, perché le risorse generali possono fronteggiarlo e indirizzarlo.
Sotto il primo profilo, il panorama è nebuloso, e si complica quando il lato economico e privato si accosta al potere pubblico, quando gli interessi si intersecano, quando la politica e la geopolitica irrompono sulla scena, secondo una ricerca di dominio che si manifesta in diverse forme. Si prenda il caso del rapporto dello Stato brasiliano con la piattaforma “X”: nel 2024, è stato richiesto all’operatore di stabilirsi e dotarsi di un rappresentante all’interno dell’ordinamento statale, dove offre i suoi servizi, in modo da poter rispondere alle autorità nazionali. A fronte dell’inottemperanza, la Corte suprema ha ordinato la chiusura delle attività e l’azienda si è dovuta piegare: segno della forza della sovranità statale; segno, allo stesso tempo, della validità di alcune soluzioni europee (il Gdpr e l’AI Act prevedono lo stesso meccanismo).
Questi segni, però, non esauriscono la vicenda che, al contrario, è proseguita in forma diversa, coinvolgendo i rapporti tra i due Stati interessati, e dando vita a vere e proprie ritorsioni (p. 178-179). È l’ulteriore dimostrazione della connessione intima del potere digitale con i poteri tradizionali. È anche un viaggio nella storia, verso episodi che grandi studiosi, come Antonio Cassese, hanno evidenziato per spiegare le origini del diritto internazionale, basato proprio su rapporti di forza, poi confluiti in regole, e nella ricerca, parallela, di condizioni più eque e riduzione degli squilibri.
Con il potere digitale stiamo tornando, o siamo tornati, allo stato della forza, sotto diversi profili, mentre lo stato di diritto è una ricerca ancora aperta e da percorrere. Gli sforzi devono andare in questa direzione, per non smarrire il senso della civiltà, dell’eguaglianza, della non esclusione. Governare il potere digitale non è più un anatema, questo il grande insegnamento dell’A. Vale la pena ribadirlo: il potere tradizionale non è solo spettatore del dominio digitale, ma ne è stato spesso il demiurgo. Il primo giace in una posizione primordiale, che plasma e ha plasmato il nuovo arrivato, al di là della retorica dell’innovazione spontanea e non finanziata, o dell’idea di un mercato autopoietico.
Tra automatismi e illusioni, intelligenze che tali non sono, individui dalle risorse sconfinate e un senso di smarrimento causato da una circolazione di dati che sembra inarrestabile, la conclusione del Volume non poteva essere migliore: il progresso ha bisogno dell’intelligenza umana, al di là dei semplicistici proclami talora in voga. Solo attraverso di essa si riesce a migliorare la condizione di convivenza che il diritto è chiamato a presidiare. Una convivenza tra umani, non tra macchine. (p. 186).
Nell’approssimarsi alla conclusione del viaggio, il libro si apprezza per il disegno complessivo, che ripercorre un periodo storico complesso, così aprendo la strada a ulteriori indagini scientifiche; per la presenza di dati ed elementi fattuali, che non devono mancare mai in questo genere di studi; per il carattere trasversale dei temi e la loro originale organizzazione; per il metodo deduttivo, che giunge a considerazioni generali solo attraverso un’analisi seria e concreta. Infine, per l’evidente capacità ricostruttiva derivante dalla profondità dell’indagine. Le pagine non si fermano all’epifenomeno, ma analizzano le cause e il contesto, per poi presentare una ammirevole visione d’insieme. Quest’ultima si sostanzia nella scelta dei temi, nella loro articolazione, nella loro distribuzione tra i capitoli, che per questo ho deciso di mantenere nel loro ordine: è una sequenza concettuale lampante, di grande spessore, frutto di riflessioni pluriennali.
Non è tutto.
L’epilogo svela alcuni “segreti” che testimoniano il confronto diretto dell’A. con la programmazione statistica. Questo gradevolissimo retroscena ne conferma le doti e ne dimostra consapevolezza e trasparenza: non si sottrae al confronto e, anzi, offre esiti rassicuranti. Le migliori lettrici, infatti, si sono rivelate due Studiose.

