
Formazione contro il lock-in. Innovare l’apprendimento per governare l’innovazione. Il caso AGORÀ e la formazione dei funzionari sull’IA
30/09/2026
Le attuali linee guida AgID sul procurement di IA collocano la carenza di competenze tra i rischi strutturali dell’acquisto di sistemi di IA nella PA, e la formazione tra le voci di costo che ne determinano davvero la sostenibilità nel tempo. Un caso concreto, rivolto ai Comuni e alle Province del Lazio, e che ha coinvolto 228 discenti, mostra cosa significhi prendere sul serio questa indicazione, come si possa insegnare un tema innovativo innovando, prima di tutto, il modo di insegnarlo, e dove restano i nodi aperti.
Le Linee guida AgID sul procurement di intelligenza artificiale — la cui consultazione pubblica si è chiusa lo scorso 11 aprile, in attesa dei pareri di Conferenza Unificata e Garante Privacy prima dell’adozione definitiva — non trattano la carenza di competenze come un dettaglio organizzativo, piuttosto la collocano, insieme al rischio tecnologico, economico e di lock-in, tra le quattro categorie di rischio strutturale nell’acquisto di sistemi di IA da parte della PA. Quando si passa dai rischi ai costi, la formazione del personale non è una spesa accessoria, ma una voce distinta, classificata come “progressivo e strutturale”, con un impatto di medio-lungo periodo sulla capacità di governo del sistema. La carenza di competenze è dunque una delle determinanti economiche nel percorso di adozione degli strumenti di intelligenza artificiale.
Questa impostazione emerge ancora più nettamente nella struttura-tipo del capitolato tecnico proposta dalla bozza: tra le sezioni essenziali compare “Competenze e trasferimento di know-how”, con la finalità dichiarata di ridurre la dipendenza dal fornitore e mitigare il lock-in operativo, la situazione in cui l’amministrazione paga un sistema che nessuno, al suo interno, sa davvero gestire. Il capitolato, prima ancora del contratto, è il luogo in cui si decide se il sapere tecnico resta in amministrazione o resta al fornitore. Non è un’osservazione isolata: anche altri contributi di questo Osservatorio segnalano lo stesso rischio, quello di delegare ai fornitori non solo lo sviluppo dei sistemi ma anche la loro comprensione (B. Sciuto, L’efficienza a rischio di responsabilità? L’intelligenza artificiale nella pubblica amministrazione).
È in questo quadro che si inserisce AGORÀ, Artificial Intelligence, Governance, Orientamenti, Regole e Appalti: un percorso di 24 ore commissionato da ANCI ed UPI Lazio e realizzato da LUMSA per il personale dei Comuni e delle Province dell’area, che ha coinvolto complessivamente 228 discenti, articolato in tre moduli complementari. Il primo, giuridico-normativo, affronta AI Act, Codice dei contratti pubblici e valutazione d’impatto algoritmica, con una sessione finale sui casi reali di adozione dell’IA in Italia e in Europa. Il secondo, curato da AgID, unisce fondamenti tecnici e analisi di strumenti di IA generativa e predittiva già in uso nella PA. Il terzo è un laboratorio in cui si costruiscono, in condizioni simulate, gli elementi chiave di un capitolato tecnico per l’acquisizione di un sistema di IA. Non tre argomenti giustapposti, ma un’architettura in cui norma, tecnologia e pratica costruiscono insieme la stessa competenza.
La scommessa metodologica del progetto è che un tema innovativo non si impari con strumenti tradizionali: ascoltarne solo parlare rischia di riprodurre in aula lo stesso “lock-in cognitivo” che il corso vuole scongiurare negli uffici — la stessa dipendenza che, nel capitolato, si traduce in dipendenza dal fornitore.
Nel laboratorio, i partecipanti applicano vincoli reali dell’AI Act, lo stesso tipo di clausole che la bozza AgID chiede di inserire nel capitolato per il trasferimento di know-how, non affidandole a un consulente esterno ma al funzionario che dovrà poi gestire il contratto. Si passa dalla lettura della norma alla sua scrittura operativa, tramite due esercitazioni e-learning interattive in stile serious game, con scenari decisionali e feedback contestuali.
I riscontri dei discenti confermano la tenuta di questa impostazione. Al questionario di gradimento ha risposto un partecipante su due (114 su 228), con giudizi concentrati sui valori più alti della scala: la quasi totalità attribuisce alla soddisfazione complessiva un punteggio di 4 o 5, soprattutto su docenza e qualità dei materiali. Ma sono i commenti aperti a restituire l’indicazione più interessante. Accanto agli apprezzamenti per la fruizione asincrona e per le attività laboratoriali (“replicare privilegiando sempre più le attività laboratoriali”), la richiesta più ricorrente è di più formazione, edizioni periodiche, un aggiornamento all’adozione definitiva delle Linee guida AgID.
Resta ora dunque da capire se la formazione debba diventare un presidio permanente e la risposta dei discenti sembra già confermarlo. Resta anche vero che l’autonomia interna totale è, in molti casi, un traguardo più che un punto di partenza: la capacità limitata della PA di reclutare esperti rende spesso l’esternalizzazione una scelta quasi obbligata (M. Cappai, L’approvvigionamento dei sistemi di cd. IA da parte delle amministrazioni: legittime istanze di protezione e rischi di protezionismo). Proprio per questo la formazione non è alternativa all’esternalizzazione, ma la condizione perché l’amministrazione resti un interlocutore consapevole. L’esperienza di AGORÀ suggerisce che, se l’innovazione è ormai l’ambiente in cui la PA opera e non più un settore a parte, sarebbe paradossale non aggiornare anche il modo di apprenderla: la simulazione, il feedback continuo e la libertà dei tempi di fruizione sono già una traduzione pratica dei principi delle linee guida AgID. Se la carenza di competenze è un costo strutturale, anche la sua soluzione va pensata come un investimento strutturale, non come una voce residuale di capitolato.

