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L’onorevole socialdemocratico e l’“inclemente temperie”: l’ironia pungente di “Fortebraccio”

11/07/2026

“Fortebraccio”, al secolo Mario Melloni (1902-1989), come certo ricordano gli ormai attempati lettori dell’“Unità” -quotidiano del Pci, fu il corsivista principe di quel giornale. Il taglio basso in prima pagina, poche contate righe dominate dal suo sapido humor, era di sua quotidiana ed esclusiva pertinenza.

Melloni aveva alle spalle una interessante storia personale: aveva preso parte alla Resistenza nelle file dei partigiani “bianchi”, di orientamento cattolico; era stato apprezzato giornalista nel quotidiano della Dc “Il Popolo”; era stato eletto nella prima legislatura deputato di quel partito, e rieletto anche nella seconda ma poi espulso per dissidi col partito. Fu in quei frangenti che Melloni aveva conosciuto Franco Rodano, l’intellettuale cattolico amico di Palmiro Togliatti, che lo aveva convinto a dirigere un giornale (“Il Dibattito politico”) creato per iniziativa del Pci allo scopo di aprire un dialogo con la sinistra democristiana, Di lì a poco Melloni avrebbe aderito al Pci e diretto i quotidiani comunisti “Il Paese” e “Paese sera”, nonché, poi, i periodici “Stasera” e “Vie nuove”. Nella IV legislatura (1963-68) sarebbe stato eletto di nuovo deputato, ma questa volta in quota Pci. 

Il 12 dicembre 1967 Melloni iniziò a scrivere, firmandosi “Fortebraccio” (il nom de plume lo scelse Maurizio Ferrara), i suoi brillanti corsivi sulla prima pagina del quotidiano comunista. In questo “pezzo” del 1972 bersaglio dell’ironia mai greve ma sempre efficace del corsivista era, come spesso gli capitava, un deputato del Partito socialdemocratico.

Il pudore non si esercita solo evitando le pose sconce o gli atteggiamenti scostumati, ma anche con l’uso delle parole, quelle magniloquenti o rare o preziose costituendo un segno di immodestia e di presunzione, fermamente rifiutato dalle persone di gusto, amanti della misura e della compostezza. Questo pensiero, d’altronde gracile, ci ha attraversato la mente ieri quando abbiamo letto le prime parole di un articolo del socialdemocratico on. Umberto Righetti, il quale, tra la generale indifferenza, dirige “Umanità”, quotidiano del Psdi. L’articolo comincia così: “L’inclemente temperie di questo scorcio d’estate…”. Ora, a parte il fatto che dire “inclemente temperie” equivale a dire “inclemente bel tempo”, temperie significando in primo luogo atmosfera mite e serena, voi dovete provare a immaginarvi uno che si esprima con questo linguaggio: “Vede, caro amico, l’inclemente temperie…”, e l’altro, premuroso: “Vuole che le porti il cilindro al guardaroba?”.

Tutto l’articolo è del resto ispirato alla suprema idea che si fanno di sé i socialdemocratici. Ora, se c’è un partito del quale nessuno si occupa, questo partito è il Psdi, perché tutti sanno benissimo che i socialdemocratici “ci staranno”. Essi sono come la zia Emma. Quando in famiglia si enumerano i partecipanti a una gita, c’è sempre qualcuno che dice: “E poi c’è la zia Emma”. Ma è inutile ricordarlo: la zia Emma è sempre nel conto.

Consapevole della insignificante ineluttabilità del suo partito, l’on. Righetti cerca di rivalersi per mezzo di avvertimenti che nessuno gli chiede. “C’è chi sostiene…”: chi e che cosa? Ci mette sull’avviso: non commettete – dice – il “grossolano errore” di “scambiare la collocazione, dei socialdemocratici, con la vocazione”.

A questo punto l’onorevole deve fare i nomi: chi ha scambiato la collocazione per la vocazione? Come è stata possibile una così sciagurata confusione?

È vero che quando si vede l’on. Cariglia [deputato Psdi] pare sempre che sia stato collocato lì dagli uomini di Gondrand [nota azienda di trasporti]. Ma perché fermarsi a questa prima, ingannevole impressione?

Nell’ inclemente temperie si vede Tanassi che galleggia al largo: la navi in transito facciano attenzione.

Fortebraccio, La temperie, in “L’Unità”. 20 settembre 1972, ora in Fortebraccio. Vita e satira di Mario Melloni, a cura di Pasquale Di Bello e Paola Furlan, prefazione di Michele Serra con un ricordo di Marisa Rodano, Reggio Emilia, Edizioni Diabasis, 2009, p. 115.

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