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Un incontro tra poeti nei cieli di Mosca. Libero Bigiaretti e Pablo Neruda nel 1949

18/07/2026

Libero Bigiaretti (1905-1993) è stato un poeta, scrittore, traduttore, vincitore tra l’altro di un Premio Viareggio (con “La controfigura”, 1968), collaboratore di riviste e giornali. Nel dopoguerra collaborò con Adriano Olivetti, che a Ivrea gli affidò l’ufficio stampa della sua azienda, e ciò nonostante Bigiaretti fosse all’epoca comunista militante e non condividesse la visione utopistica olivettiana. In quegli stessi anni scrisse questa sorta di diario di viaggio, imperniato sull’incontro casuale, avvenuto sull’aereo diretto a Mosca, con il grande poeta cileno Pablo Neruda, all’epoca il esilio dal suo paese. Pubblicato su “Mondoperaio”, la rivista fondata poco prima da un Pietro Nenni ancora legato alla prospettiva frontista e alla alleanza col Pci, il pezzo sconta l’ingenua infatuazione per il mondo sovietico negli anni di Stalin, ma proprio per questo si può anche leggere come documento autentico di una passione politica e insieme letteraria comune a molti intellettuali italiani dell’epoca. 

A bordo di quello stesso aereo (linea Praga-Mosca) dove strinsi amicizia con i primi sovietici, feci un’altra conoscenza importante. Un uomo e una donna richiamarono la mia attenzione; ché mi pareva di conoscere almeno lui, e per questo pensiero le loro persone mi inquietavano. Li guardavo, e dicevo tra me: « Questi non sono russi di certo». L’uomo era grande, bruno-pallido di colorito, l’occhio lento e malinconico, il naso robusto; le basette a punta, e il basco messo un po’ di traverso gli davano un’aria spagnolesca, ma poteva benissimo essere francese. Del resto teneva spiegato davanti a sé «Lettres françaises» gettandovi occhiate sonnolente; e la signora che era con lui aveva, benché non più giovane, lo sguardo spiritoso e l’eleganza di ma parigina. La signora ebbe curiosità della mia grammatica russa, l’uomo mi prestò il giornale. Ci presentammo, e subito smettemmo di parlare francese.

Giacché Pablo Neruda e la sua compagna Delia preferivano ascoltare il mio italiano che comprendevano, come io comprendevo il loro spagnuolo. Nomi di amici comuni ci vennero alle labbra, titoli di libri, paesi e fatti nei quali ci sentivamo ugualmente intricati; emozioni comun ci apparentavano, mano mano che ci inoltravamo in territorio sovietico.

Pablo Neruda mi parlò della sue patria, io della mia; le mettevamo a paragone, cosi lontane e diverse, cosi simili nella lingua, nella bellezza, e nella povertà dei loro popoli. La patria di Pablo è lontana, dall’altra parte del mondo, si chiama Cile, e  Temuco si chiama la città dove lui è nato. È’ una lunga stretta patria colorata di giallo negli atlanti, si distende dal golfo del Perù alla “terra del fuoco”: nomi favolosi di romanzi letti da ragazzo È una lunga stretta terra premuta dall’Argentina contro le coste del Pacifico; ed è una stretta ingrata patria dove un tirannello opprime il popolo e ha bandito il suo maggior poeta, uno del più grandi di lingua spagnuola, uno dei più grandi del mondo d’oggi

Nella sua patria, Neruda è stato poeta e agitatore politico. membro dei Parlamento, da dove pronunciò la sua imperterrita accusa contro lI traditore del popolo Gonzales Videla; e fuggiasco, protetto dalla gente del popolo, dai contadini solitari nelle capanne sul monti, braccato dalla polizia del fascista Videla. Da qualche anno Pablo Neruda, esiliato, corre il mondo. E dove trova qualche compagno, o molti compagni o uno solo, subito si ambienta; la sua natura espansiva e cordiale, vince gli assalti della nostalgia per la sua terra e il suo popolo. Pablo la racconta, la storia del suo popolo, agli amici spagnuoli, francesi, russi, italiani. polacchi…; e tutti la intendono, giacché è la storia sempiterna dei popoli poveri oppressi da un gruppo di ricchi. Lui che incominciò, giovanissimo, la sua carriera letteraria come poeta raffinato («allora – racconta Pablo ridendo –  quanto mi volevano bene al mio paese!»), è ora un poeta che migliaia e migliaia di lavoratori intendono e amano. E non ha, per ottenere questo, dovuto avvilire la sua arte, né venire a patti con essa. Al contrario, in lui il poeta è cresciuto insieme con l’uomo; e l’uno e l’altro sono grandi. Per un mese di seguito, fino alla sua partenza per la Polonia (che notte fu quella del distacco da lui, in una stanza dell’Hotel National a Mosca, dove risuonarono fino all’ora della partenza i versi del suo Canto general e il tintinnare dei bicchieri) ho poi visto Pablo quasi ogni giorno, ho letto i   suoi poemi, abbiamo discusso e commentate le nostre impressioni di viaggio, affrontando insieme — lui più valorosamente — i colpi della vodka. Sono stato con lui a Stalingrado, che è una delle sue citta, come Madrid, come Parigi.

Pablo è cittadino di Stalingrado per diritto di poesia, da quando nel ‘42 (in quell’epoca stava in Brasile) scrisse il Canto d’amore a Stalingrado e andò poi ad affiggere il suo poema per le cantonate, perché la gente capisse che cosa voleva dire la resistenza di Stalingrado, allora. Lui l’aveva capito. Lui, poeta, aveva capito molte cose che restano oscure ai letterati, già nel  ‘36, a Madrid,  nelle trincee dove  «los rojos» cantavano i suoi versi.

Libero Bigiaretti, Incontro con Pablo Neruda, in “Mondoperaio”, a. II, n. 48, ottobre 1949, p. 12.

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