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Ugo La Malfa e l’entrata nello SME: “se falliamo, falliamo tutti”.

28/02/2026

Alla Camera dei deputati, il 13 dicembre 1978, si svolse un dibattito di storica importanza, sebbene forse non tutti i parlamentari presenti ne cogliessero le reali implicazioni. Si era a pochi mesi di distanza dall’assassinio di Moro, in una delle fasi più tragiche e incerte della vita della Repubblica. All’ordine del giorno fu posta l’adesione dell’Italia allo SME, il Sistema Monetario Europeo, passo decisivo verso l’unità europea. Protagonisti di quel dibattito furono alcuni dei leader dei principali partiti; non tutti, per la verità, entusiasti del passo che si proponeva di compiere. 

Uno di essi si stagliò su tutti gli altri, però, per la nettezza dei suoi argomenti e per la passione che pose nel suo discorso: fu l’anziano Ugo La Malfa. La Malfa sapeva di essere solo, intuiva la reticenza dello stesso premier Andreotti e le corpose resistenze sparse nella Dc; l’opposizione dei comunisti; la probabile astensione dei socialisti; l’avversione delle destre. Giorgio Napolitano, che forse allo SME di suo non sarebbe stato ostile (lui, il più europeista dei comunisti), era vincolato dal mandato della maggioranza del suo partito, perplessa e anzi, nella versione che si proponeva, decisamente contraria. Fu infatti il principale oppositore di La Malfa. Luigi Spaventa, un economista prestigioso che militava nella Sinistra eletta coi voti comunisti, aveva già esposto tutte le sue obiezioni al testo.

Il discorso di La Malfa sarebbe stato l’ultimo tenuto alla Camera (morì qualche mese dopo, il 26 marzo 1979). Fu memorabile. Pronunziato con voce affaticata e rotta, fu un nobilissimo, appassionato appello alle ragioni, “politiche” e non meramente “tecniche”, della causa europea.  Quasi il suggello posto a una lunga e mai tradita militanza, che lo aveva visto sin giovanissimo a fianco dei grandi europeisti come Altiero Spinelli, Eugenio Colorni o Ernesto Rossi. Ma soprattutto a nessuno poteva sfuggire in quell’aula che l’appello aveva un destinatario preciso: si rivolgeva al Partito comunista. Ai comunisti La Malfa, che in loro aveva negli ultimi tempi molto creduto e sperato, fiancheggiando come nessun altro leader aveva fatto l’esperimento Moro, chiedeva ora pressantemente di superare le remore, “tecniche” (come appunto le chiamava), e di abbracciare in toto la motivazione “politica” del voto, per dare una prova all’Europa di convinto europeismo.

L’intervento di La Malfa ebbe pochi applausi. Ma impressionò molto l’aula. Parlò dopo di lui Napolitano, soffermandosi sulle debolezze del testo e annunciando il voto contrario del Pci; seguirono altri interventi. Ma alla fine il vecchio La Malfa ebbe la meglio. La proposta fu approvata. L’Italia entrava nello SME.

Signor Presidente, onorevoli Colleghi, come uomo al quale si attribuisce una qualche competenza tecnica, devo dare ai miei colleghi giustificazione per il fatto di aver dato prevalente importanza al fatto politico rispetto al fatto tecnico. Noi sappiamo tutti, onorevoli Colleghi, che questo sforzo di costruzione europea ha attraversato, negli ultimi tempi, una fase estremamente delicata. Tutti abbiamo avuto la consapevolezza che o si riusciva a fare un passo avanti, o saremmo rapidamente tornati indietro. Come forze del Parlamento europeo, noi abbiamo chiesto ai capi di governo, ai rappresentanti degli Stati, uno sforzo per uscire da questa situazione. Dirò che, quando ho sentito molti dei miei colleghi che frequentavano il Parlamento europeo proporre arditi progetti di avanzamento, quasi sempre io sono rimasto silenzioso, perché considero ed ho considerato sempre che il primo apporto all’avanzamento della costruzione europea sia quello di porre il proprio paese nelle condizioni migliori possibili per perseguire obiettivi europei. Una spinta ad andare avanti, comunque, c’è stata, e ce ne dobbiamo assumere la responsabilità tutti, e non soltanto la democrazia cristiana, o i liberali, o i socialdemocratici, o i repubblicani, ma anche i colleghi comunisti ed i colleghi socialisti. La Comunità, del resto, quando ha presentato una relazione sul sistema monetario europeo, nella persona del suo presidente, ha dato una indicazione ai capi di Stato e di governo dell’aspirazione profonda della Comunità in sé considerata, che più di ogni singolo Stato poteva sentire la situazione difficile in cui ci si andava a collocare. Ebbene, io ho seguito con grande attenzione il dibattito, ed ho sentito esprimere la preoccupazione del come e dove noi ci lanciamo.

Ma voi credete, onorevoli Colleghi, che il compito del presidente della Repubblica francese sia stato facile? Credete che egli non abbia rischiato nulla, che si senta in una posizione così forte, per cui quello che per lui è facile è per noi estremamente difficile? Chi conosce la condizione politica della Francia sa che il presidente Giscard ha sfidato la sua maggioranza gollista sul terreno di un avanzamento dell’Europa, e ha sfidato un partito comunista che, a differenza del nostro, non mostra nessuna propensione a partecipare alla vita europea. Ebbene, un uomo che, come lui, si trova al vertice dello Stato e che rischia tutto il suo avvenire politico sulla carta europea non merita forse la nostra considerazione, al di là di ogni valutazione degli aspetti tecnici del problema?

Guardiamo dall’altra parte. Troviamo il cancelliere Schmidt, e troviamo facile qualche volta financo parlare di “germanizzazione” dell’Europa. Io vorrei che questo termine sparisse dal nostro linguaggio, perché se poteva essere appropriato in un’altra epoca storica, sarebbe ingiusto e immorale farlo valere in questa situazione. Anche Schmidt dall’alto della potenza del marco, avrebbe potuto rifugiarsi in se stesso. La Germania è lo Stato più forte dal punto di vista economico e monetario: perché rischiare? Anch‘egli, infatti, rischia, anch’egli può fallire, perché anche nel suo paese si può pensare ad un rischio che potrà essere pagato dal punto di vista politico. (…).

 Non possiamo, onorevoli Colleghi, esimerci dal fare con gli altri questo sforzo; non possiamo assumerci la responsabilità di mancare –  qualunque sia la nostra condizione –  a questo appuntamento. Come noi oggi ci siamo impegnati in questo dibattito, ci impegneremo domani a continuare lo sforzo, a discutere, a trattare, ma senza perdere di vista il fatto che se falliamo, falliamo tutti.

Se questa Europa non riesce a realizzarsi come unità contro le spinte particolari, viene a mancare un grande momento della storia europea, ma viene a mancare anche un grande momento della storia del mondo.

Atti Parlamentari Camera dei deputati, Legislatura VII, Discussioni, seduta di mercoledì 13 dicembre 1978, pp. 25005-25010.

Relatore non socio: