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Silvio e Beppa, una famiglia antifascista negli anni della resistenza al regime

31/10/2026

Silvio Trentin (1885-1944) è stata una delle figure più limpide, anche se non sempre adeguatamente studiate, della Resistenza. Di famiglia borghese, si formò in quanto giurista nell’Università di Pisa e fu apprezzato docente di diritto amministrativo nell’ateneo di Camerino. Dopo la guerra mondiale (nella quale si guadagnò varie decorazioni) sposò Giuseppina (Beppa) Nardari (1892-1967), dalla quale ebbe i figli Giorgio e Franca e più tardi Bruno (figura rilevantissima nel dopoguerra nel sindacalismo della sinistra). Dopo aver subito (ma per poco) la fascinazione del primo fascismo, Trentin fu eletto deputato nel 1919 nella lista della Democrazia sociale per la circoscrizione Venezia-Treviso. E a questi territori, tormentati dalla recente guerra, dedicò il suo primo generoso impegno di riformista, ideando nel 1920 l’Ente di ricostruzione e rinascita agraria delle province di Venezia e Treviso. Non rieletto nel 1921, si dedicò all’università: prima a quella di Macerata, poi all’Istituto di scienze economiche e commerciali Ca’ Foscari di Venezia. Nel 1922 assistette da lontano alla marcia su Roma ma dopo l’assassinio di Matteotti si accostò senza esitazioni all’Unione nazionale di Giovanni Amendola e aderì al fronte dei partiti aventiniani. Studiava intanto le forme nuove del diritto, in particolare quelle del nascente diritto regionale del quale sarebbe diventato un apprezzato specialista. Reagì al fascismo e alle persecuzioni emigrando con la famiglia in Francia (nel 1926, l’anno in cui lo fece Gobetti) e qui si inserì pienamente nella emigrazione antifascista facente capo alla cosiddetta Concentrazione. Ben presto divenne strettamente sodale di Emilio Lussu nonché di Carlo Rosselli scappati al confino di Lipari. Aderì a Giustizia e Libertà e nei primi anni Quaranta alla resistenza francese. Rientrato in Italia, dopo un arresto da parte della polizia fascista, sarebbe morto nella clinica del piccolo centro veneto di Monastir.
Sin qui Silvio Trentin. Ma non è di lui che si parla nelle righe seguenti, bensì della moglie Beppa. Una figura destinata forse a restare in secondo piano, diversamente da quanto accadde per altre tra le “donne della Resistenza” e dell’antifascismo (Marion Rosselli, Joyce Lussu). Ma tuttavia, come si vedrà subito dal brano qui ritagliato, tutt’altro una donna di personalità tutt’altro che banale, degna erede degli ideali del marito.

Beppa non era Marion, non era Joyce. Era una ragazza di provincia. Di famiglia benestante, ma chiusa entro le mura di una piccola città veneta, cresciuta secondo tutti i canoni dell’educazione delle ragazze tradizionale, ottocentesca, impartita rigidamente da un padre autoritario. Diploma magistrale, poi a casa, con le due sorelle. Il padre aveva destinato solo il figlio maschio agli studi universitari. Il pianoforte, lo studio del francese, il corso di infermiera, opere di carità, ma anche buone letture che ne coltivavano l’acuta sensibilità e le più profonde aspirazioni: il mondo di Beppa in attesa di un matrimonio che la liberi da questo limbo. L’amore per il brillante e affascinante professore di diritto, dalla personalità magnetica e dal temperamento determinato, le schiude un avvenire carico di promesse, più vitale. Le mogli di Carlo Rosselli e di Emilio Lussu, provviste di altra educazione, altri interessi e frequentazioni, sapevano già a quale destino andavano incontro unendosi ai loro compagni, anche perché loro stesse partecipi, pienamente consapevoli, della stessa scelta, e delle conseguenze e dei rischi che questa comportava. Amelia Rosselli, nelle sue Memorie, pensando all’amata moglie del figlio Nello, Maria, si chiede: “Ha un uomo il diritto di rendere infelice, con le sue disavventure politiche, la compagna che ha acconsentito, con tanta dedizione, a dividere la sua vita?”. (…) E così Beppa, compagna di esilio partecipe e fidata. Anch’essa, come altre vedove-eredi illuminate, prima di morire raccoglierà le carte di Silvio affidandole all’amica Ada Gobetti perché trovino una buona accoglienza accanto a quelle di Piero. (…). Figli e marito le devono tutto. Prende in mano con forza infaticabile la situazione familiare, amministrativa, logistica, il restauro e l’organizzazione della prima casa di Pavie; impara a usare la macchina da cucire per rivoltare i vecchi vestiti e la macchina da scrivere per ricopiare tutti gli articoli, i libri, le lettere di Silvio; riesce a garantire sempre un aspetto decoroso alla casa senza più gli aiuto a cui era abituata; accetta di fare traduzioni e lezioni in italiano per tentare di far quadrare i conti: la commessa nella libreria ecc. (…).
Dopo la morte di Silvio affianca il figlio Giorgio nella sua Resistenza nel Trevigiano, dopo la guerra si adopera con il CLN nell’assistenza ai reduci dai lager, nell’associazionismo femminile. (…) Fino alla fine dei suoi giorni, tiene accanto al suo capezzale, in una teca di vetro, la maschera funebre di Silvio.

Luisa Bellina, Casa Trentin. L’esilio, in Liberare e federare. L’eredità intellettuale di Silvio Trentin, a cura di Fulvio Cortese, Firenze, Firenze University Press, 2016, pp. 153-166, qui, con qualche omissione, le pp. 162-164.

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