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Raccomandazioni al Ministero

17/04/2026

Di Ambrogio Basletta di Vigevano e del suo libro “La vita burocratica” si è in queste schede già diverse volte trattato. Prima di essere ufficiale dell’Esercito e scrittore prolifico su molti temi, egli era stato impiegato dello Stato. Aveva conosciuto da vicino, dunque, quelle che erano state già descritte da Vittorio Bersezio nella sua commedia in piemontese del 1862 come “Le miserie di Monsù Travet”. Qui ci si sofferma su un tema tipico della vita degli impiegati (non solo nei tempi remoti di Basletta), quello dei trasferimenti e soprattutto delle “raccomandazioni”.

Le raccomandazioni. Servono o non servono? Valgono o non valgono? (…) Nel 1869 un ukase mi traslocò di punto in bianco a Firenze, quale comandato al Ministero di…[1]. A Torino avevo lasciato la moglie e quattro figli (…). Un giorno mia moglie mi scrive, con frasi disperate, che aveva i due maschi a letto colpiti di bronchite. Figurate l’animo mio e come rimasi! Andai quella mattina all’ufficio arrovellato (…). Come avrei fatto per rimediare a quello stato di cose? Eravamo al 10 del mese e il mio avere ammontava a 60 lire: ne spedii tosto telegraficamente 50 a mia moglie, che sospettavo in bisogno estremo, e, preso, come si suol dire, il mio coraggio a due mani, mi recai di filato per parlare al mio direttore generale, esporgli la triste condizione in cui mi trovavo, chiedergli un congedo di qualche giorno subito e il trasloco per Torino.

Il mio illustre superiore mi accolse con un cipiglio che non prometteva nulla di buono. Mi guardò, mi squadrò dall’alto in basso, mi fissò e finalmente aprì il discorso col suo solito:

“Sa che ho molto da fare. Perché è venuto a disturbarmi? Che cosa vuole? Si sbrighi”.

Fui eloquente. Gli spiegai dei miei malatini, del bisogno in cui mi trovavo di andarli a vedere subito ecc. ecc. Mi ascoltò senza batter palpebre; al termine del mio dire, con una freddezza calcolata che mi agghiacciò il sangue, mi rispose letteralmente come se fosse sua intenzione di farmi maggiormente soffrire:

“Se ella vuole allontanarsi da Firenze, posso accontentarla anche subito traslocandola a suo piacere a Sassari, o a Girgenti. Dei figli, della moglie è inutile che me ne parli: ella sa meglio di me che il Governo stipendia l’impiegato e non la famiglia. Fece male ad ammogliarsi: che necessità aveva lei di mettere su casa? Ci sono tante donne al mondo per sbizzarrirsi! E perché non calcolò e non ponderò le conseguenze della famiglia? E perché, le domando io, avendo fatto il primo sbaglio di legarsi per tutta la vita a una donna, volle concedersi anche il lusso dei figliuoli? ..Si calmi. Torni al suo ufficio: a Torino non ci sono né ci saranno per anni e anni posti vacanti (…). I congedi – lo sa meglio di me – sono sospesi sino a nuovo ordine: il fondo sussidi è esaurito. Per cui non le rimane che calmarsi, tornare al suo ufficio e lavorare”.

Uscii senza ribatter parole, tanto mi aveva sorpreso e addolorati il discorso del mio superiore. Mi appoggiai alla parete del lungo corridoio per non cadere, ché le gambe mi vacillavano sotto: sentivo ronzarmi le orecchie. (…)

Alla mattina dopo ebbi un’idea luminosa. Uscito prestissimo di casa andai alle Cascine, dove, a quell’ora, in un viale appartato, erra solito di fare la trottata su un bel cavallo morello un generale in riposo (…). Come lo scorsi venire alla mia volta, mi tolsi il cappello e gli dissi:

“Generale, generale, fui vostri soldato nella campagna del ‘66”.

Quel generale, che era la cortesia in persona, fermò di botto il cavallo e mi chiese bonariamente di c he abbisognassi. Gli raccontai dall’a alla z tutto; e lo pregai perché si fosse degnato d’interessarsi di me; chè, così facendo, avrebbe salvato un padre di famiglia dalla disperazione. Mi ascoltò in silenzio; indi, commosso oltremodo al racconto delle mie sventure, mi promise che, non appena tornato in città, si sarebbe con piacere occupato di me. Ed ecco (…) ciò che successe il dopo pranzo. Il direttore generale venne in ufficio con una insolita puntualità d’orario e mi mandò a chiamare. Non appena fui in sua presenza volle stringermi la mano e mi costrinse, con dolce violenza, a sedermi accanto. Era lieto, ilare, felice.

“Ah, ella è in buoni rapporti col generale…? Eh, una gran brava persona, quel valoroso soldato! Mi ha parlato, saranno due ore, di lei in termini molto lusinghieri, dicendomi anche che ella andrebbe volentieri a Torino. È vero?”.

“Sì – gli risposi – ma in quella città non ci sono presentemente posti disponibili”.

“Ma chi le disse questo? – saltò su a dire il direttore, come se io avessi pronunciato la più grande delle corbellerie – . Ma chi le disse questo? Mi dica, quando vorrebbe essere destinato a Torino?”

Ero dinanzi, me ne accorsi, a un abile commediante. Risposi franco:

“Anche stasera stessa”.

“Ed ella partirà stasera. È contento? Il generale mi parlò pure di certe strettezze finaziarie..via, via, non faccia il viso rosso, non dica di no, metta di parlare a suo padre. Quanto avrebbe bisogno? Duecento lire le bastano per ora?”.

Dissi si sì. (…) A questo punto del suo discorso i alzò in piedi; io l’imitai, ed egli, prendendomi a braccetto, mi condusse nel vano di una finestra e mi recitò le parole che 1ui trascrivo fedelmente, perché mi sono rimaste impresse come se fossero state incise nel mio cervello:

“Ella è sempre stato un ottimo impiegato: e però vede che la tratto come un amico vero e proprio. Senta: per tutto ciò che le potrà occorrere scriva a me direttamente, senza tanti complimenti. Ora però a mia volta le chieggo un favore: potrò fra due, fra tre mesi contare su di lei?  Io sono vecchio e stanco: vorrei ritirarmi, ma desidererei entrare nel Consiglio di Stato…Il Generale è onnipotente. Mi raccomanderà, a suo tempo?”.

Risposi naturalmente di sì.

Ambrogio Basletta, La vita burocratica. Bozzetti di A. Basletta, Milano, Enrico Voghera editore, 1895 (qui ripreso da “Burocrazia”, II, n. 3, marzo 1947, pp. 80-82).

[1] Il testo non lo riporta ma in realtà Basletta era stato assegnato alle Poste e telegrafi.

 

Relatore non socio: