Nel tripudio della vittoria della Dc Longanesi perde il suo panettone
10/10/2026
Leo Longanesi (1905-1957) fu un giornalista di fama, ideatore geniale e fondatore di fortunate imprese editoriali, pittore caricaturista dalla vena felice, maestro d’aforismi rimasti celebri. Uscito, come egli stesso ebbe a scrivere, “da una famiglia metà rossa e metà nera”, fu vicino se non addirittura interno al fascismo nel ventennio, fondatore e collaboratore di giornali e riviste (tra le quali, dal 1926, “L’Italiano”), amico personale però di artisti e scrittori non necessariamente fascisti (Morandi, Maccari, Cardarelli, coi quali diede corso al movimento culturale “Strapaese”). Inventò – durante il regime – la cosiddetta “fronda”, che fu alla fine niente di più né di meno di una disincantata pratica salottiera dello sberleffo ai gerarchi del fascismo trionfante: punture di spillo, che il regime sorvegliò attraverso i suoi apparati, tollerò, talvolta utilizzò nelle sue frequenti beghe interne.
Nel 1926 il suo libro (il primo) “Vademecum del perfetto fascista” era un vero concentrato della fronda (suo il famoso motto “Mussolini ha sempre ragione”). Nel 1937 il versatile giornalista inventò “Omnibus”, “settimanale di attualità politica e letteraria”, modernissimo per stile e contenuti, stampato con tecnica innovativa (largo spazio alle immagini), edito da Rizzoli, forte di collaborazioni prestigiose quali quelle di Montanelli, Moravia, Brancati, Flaiano, Soldati, Pannunzio, Benedetti, Savinio. Sarebbe poi stato sospeso su denuncia del Minculpop, il potente organo della censura fascista.
Caduto finalmente il regime (come del resto era nelle lucide previsioni del Longanesi ultima maniera) si aprì la seconda stagione dello scrittore, quella del dopoguerra, alla quale appartengono le pagine qui riprodotte.
Nel 1945 nacque la casa editrice Longanesi, nel 1950 la rivista “Il Borghese”. Nessuno meglio di Longanesi seppe in quegli anni interpretare il qualunquismo tipico di un certo intellettuale italiano. Egli aveva attraversato il fascismo con scettico distacco (anche se ne aveva di fatto fiancheggiato il potere e ne aveva sostenuto le iniziative illiberali); ora guardava alla ascesa dei nuovi governanti (segnatamente alla Dc di Alcide De Gasperi) con tutta l’ironia che gli era congeniale. Epperò, pur non condividendone la politica, ne appoggiava di fatto le fortune elettorali in una chiave fortemente anticomunista.
Come si vede bene in questi due brani tratti da un suo libro dei primi anni Cinquanta, nei quali sono raccontate quasi minuto per minuto le fatidiche attese di una sezione Dc nel giorno storico del 18 aprile, quello che avrebbe segnato l’inizio della lunga era democristiana.
Prodigatosi sino ad estenuarsi nella campagna per lo Scudo crociato, Longanesi, spossato cerca rifugio nella sezione. E nell’entusiasmo generale di chi lo circonda, piuttosto che interessarsi alla gara dei voti fa la posta a una residua fetta di panettone. Ma quando è sul punto di raggiungere l’agognata meta se la vede sottrarre da un militante più rapido di lui, un “ometto dagli occhiali di stagno”, dipinto in poche battute come l’elettore democristiano tipico. Morale non detta ma subdolamente suggerita al lettore da Longanesi: quando si tratta di mangiare i dc non li batte nessuno.
“Il vostro dovere è difendere la libertà!” ci avvertivano gli altoparlanti e gli avvisi murali: “Votate contro i russi! Arrestate l’avanzata sovietica!”. Feci del mio meglio per far vincere la libertà. Seguii i consigli dati dalle Orsoline a mia figlia: “Difendi il Papa”. Per tutto quell’interminabile e afoso 18 aprile, corsi in automobile da un paese all’altro, a sventolare la bandiera crociata. Poi, alla sera, stanco di ripetere le stesse frasi che suonavano come una nenia al mio orecchio, avvilito dalla mia rettorica, con le scarpe coperte di polvere e la gola secca, sfinito, senza più argomenti, mi sdraiai sul sofà dell’ufficio propaganda della sezione democristiana. Mi tolsi le scarpe e chiusi gli occhi; ma la parola “democrazia” mi ronzava nel cervello come un calabrone. “Democrazia, democrazia, democrazia…”. In un incubo che non mi lasciava prendere sonno; da quattro giorni, da quattro interminabili giorni, non avevo parlato che di democrazia: “No, non è quella, è questa”; “la vera è qui, non là”; “la democrazia è una sola, la nostra..”, e tante ne avevo dette intorno alla “sana democrazia” che, ormai, quella parola viveva di vita propria nel mio cervello e agiva a modo suo: correva da un angolo all’altro della mia mente, si affacciava al balcone, cantava la Marsigliese, si nascondeva dietro le altre povere idee che da anni riposano sotto i miei capelli, si concedeva ogni libertà; quella, perfino, di non farmi prendere sonno. Mai come in quella notte rimpiansi le monarchie assolute e le dittature, le quali, pensavo, garantiscono almeno il sonno dei cittadini, e sono i grandi sonniferi popolari (…).
Guardai in basso: scorsi il tavolo e sul tavolo le bottiglie di birra e i bicchieri vuoti e il cabaret di metallo sul quale era rimasta una fetta gialla con tre chicchi di uva passa. “Ho fame”, pensai, “ora me la mangio”. “Certo, non è questo il momento più propizio per biascicare, non è davvero il caso di pensare al panettone; ma io ho fame. Bisogna ch’io agisca con rapidità e che assuma un’aria distratta”. Mi guardai in giro: gli occhi dei presenti seguivano il leader [della sezione] il quale taceva (…). “Appena dice una parola, mi avvicino al cabaret”, dissi fra me. Squillò il telefono. Il leader impugnò l’apparecchio. “Pronto, sì, sono io…”, disse. Ecco, il suo viso di rischiarò, le sue labbra screpolate e secche si aprirono in un sorriso ebete e dolce. Un’alba di vittoria? Dalla notte del suo volto uscì l’alba della speranza e il sole della rinata fiducia illuminò i presenti. “Questo è il momento buono”, pensai, “è il momento di lanciarsi sulla fetta”, e mi sollevai con aria distratta. La fetta di panettone era lì, a due metri mi aspettava, era mia…
Ma non avevo ancora mosso il piede che una mano bianca, dalle vene verdognole, una mano più lesta della mia, aveva già rapito quella soave fetta di panettone. Era la mano dell’ometto dagli occhiali di stagno, la mano del pallido fanatico ascetico compagno di fede. Egli ora biascicava e sorrideva, i suoi occhi luccicavano di gioia: egli aveva vinto, aveva battuto l’“idra bolscevica”; e quella fetta era sua, più sua che mia.
Leo Longanesi, Un morto fra noi, Milano, Longanesi, 1952, pp. 238-239, 242-243.
Relatore non socio:

