Home > Letture e interventi > Interventi > Il 27 del mese. Patemi, traversie, drammi di un misero impiegato alle prime armi

Il 27 del mese. Patemi, traversie, drammi di un misero impiegato alle prime armi

28/03/2026

Ambrogio Basletta (nato a Vigevano nel 1848 e morto a Firenze nel 1919), già impiegato alle Poste, infine maggiore dell’Esercito con la passione della letteratura, è stato un autore prolifico, per quanto minore, tra la fine dell’Ottocento e la Grande Guerra. È qui ripreso soprattutto per avere scritto La vita burocratica. Bozzetti, edito da Enrico Voghera nel 1895. Questo libro raccontava con una vena umoristica le traversìe di un impiegato statale della fine di quel secolo, alle prese con le assurdità e le rigidità della vita burocratica. Era dedicato così: “A S.E. il Comm. Avv. C. Finocchiaro Aprile che, reggendo con alto intelletto e nobile cuore, il dicastero delle Poste e telegrafi, non fa provare agli umili collaboratori suoi i dolori e i disinganni di una vita freddamente burocratica, l’autore dedica con affettuosa riverenza”.

Basletta scrisse però anche molto altro: per esempio è suo il libro Cuori e fucili. Libro pel soldato italiano (Roma. Tipografia dell’ospizio San Michele, 1896); suo Carlo Alberto a Vigevano (1848-49). Cronaca paesana con una appendice, ripubblicato Forgotten Books, 2018; e ancora di Basletta sono Cuor di Regina. Libro per le giovinette italiane, Roma, Unione cooperativa legatori di libri, 1900; e I nostri soldatini grigi. In pace e in guerra. Sfumature e bozzetti, Milano, Enrico Voghera, 1914.

Ampi stralci di La vita burocratica furono ripubblicati nell’immediato dopoguerra dalla rivista “Burocrazia”, un periodico che allora si rivolgeva agli impiegati statali. Il libro (147 pagine) contiene una sequenza di interessanti, a volte sapidi bozzetti: “Il 27 del mese”, “Come si parte”, “Il mio primo direttore, Frugolino”, “Le raccomandazioni”, “Una lettera d’ufficio”, “Il monte di pietà”, “Una promozione fuori turno”, “Due sottoscrizioni”, “Povero babbo!”, “Il gran correttore”, “In pensione”.

Da “Il 27 del mese” è tratto questo primo brano (altri ne seguiranno nelle prossime schede):

Il 27 del mese – i miei colleghi lo sanno – è il giorno destinato alla riscossione dello stipendio. Mi rammento ancora con che batticuore andai, nel mattino di uno di quei giorni, per la prima volta dacché ero a Firenze, alla tesoreria. Promosso a lire 1200, avrei riscosso novantatré lire; una piccola fortuna per me che in provincia, dopo due anni di lavoro non rimunerato, non riscuotevo che sessantuno lire ad ogni fine mese. Abituato ad un vivere parco, ad accontentarmi del poco, mi pareva che quella somma – novantatré lire! – mi danzasse, rappresentata da tanti biglietti nuovi da due lire, dinanzi agli occhi in una ridda fantastica. Novantatré lire! Avrei abbandonato subito la cameretta che, per venti franchi, mi affittavano in via Canacci, una cameretta dove soffocavo la notte dal caldo, che si apriva sui tetti, che aveva una finestra colla inferriata come quella delle carceri; mi sarei permesso il lusso di andare a abitare una camera che, oltre a un buon letto col parato, avesse un cassettone di noce col marmo, delle sedie imbottite ed uno scrittoio. Là mi sarei trovato come un signore! E fantasticavo, colla spensieratezza dei miei diciannove anni, e mi credeva veramente felice – e lo ero – nel momento in cui mi presentai dal cassiere per dirgli il mio nome e il motivo che mi aveva mosso ad andarlo a trovare. Il cassiere mi porse un registro: – Prenda e firmi -. Cercai il mio nome e firmai; ma (oh! delusione!) non erano novantatré lire ma bensì solo settantasette!…Settantasette lire!

“Ma qui c’è uno sbaglio – dissi al cassiere –. Come debbo fare a vivere, con questo stipendio, nella capitale, in Firenze, dove tutto è caro?”.

“Non lo so neppure io, davvero davvero – mi rispose quasi compassionandomi: ma se c’è uno sbaglio e se ella crede di avere diritto a uno stipendio maggiore, reclami.

(…). Lo salutai e uscii. Andai difilato al ministero, mi feci annunciare [al direttore generale] e attesi il mio turno di ricevimento, che non si fece troppo aspettare. Come mi batteva il cuore! Il mio direttore generale, quell’alta carica, era seduto al suo scrittoio e fumava come un caminetto, tenendo stretto tra i denti un sigaro Cavour. Mentre mi avanzavo, egli stava consultando un registro che, come seppi dopo, era un sunto delle note caratteristiche degli impiegati. Egli stava consultando le mie, e quella lettura non deve essergli spiaciuta, perché mi accolse benevolmente e benevolmente mi domandò che cosa desiderassi. Gli esposi in poche parole la disillusione provata nel riscuotere, quella mattina, lo stipendio.  (…) Al che il direttore, togliendosi finalmente dalla bocca il sigaro, mi rispose che per sei mesi avrei percepito solamente la metà dell’aumento di stipendio accordatomi, perché così e non altrimenti era voluto dalla legge. Si meravigliava che io non conoscessi ancora questa disposizione.

Addio sogni di un avvenire meno triste! La miseria, con tutte le sue mille torture, mi si affacciò alla mente. Ma come avrei fatto a vivere? Come avrei fatto a vestirmi? (…). Dissi questo al mio superiore, ed egli, sorridendo e masticando il sigaro, soggiunse: “Si vive come si vuole. Se lei va in mercato (…) in quelle taverne dove dormono gli operai, troverà un letto per 5 soldi. Il vitto, in una grande città, si risolve sempre e presto. Alla mattina ella potrà fare una buonissima colazione con un pezzetto di cacio pecorino ed una libbra di pane scuro; alla sera potrà trovare in una cànova – ve ne sono in ogni via – una minestra per due soldi ed un piatto di carne per quattro; alla domenica potrà permettersi il lusso di un diecino di vino. Faccia i conti, tiri la somma, e vedrà che dalle lire settantasette avanzerà quanto basta ad acquistare abiti e scarpe”.

Uscii senza parlare, barcollando come un ubriaco (…). Sul limitare della porta mi fermai per riprendere fiato, perché mi sentivo soffocare. Intesi allora che il portinaio, ritto a pochi passi da me, dava degli ordini a un cameriere di trattoria: “Oggi, pel direttore generale, la colazione mi raccomando dovrà essere più del solito abbondante, perché mi disse che ha molto appetito. Per mezzogiorno in punto un fiasco di Chianti, i soliti panetti di Vienna, un riso al brodo, un mezzo pollo lesso, una bistecca di filetto, frutta e formaggio, e caffè”.

Ambrogio Basletta, La vita burocratica. Bozzetti di A. Basletta, Milano, Enrico Voghera editore, 1895 (qui ripreso da “Burocrazia”, I, n. 2, novembre 1946, pp. 30-32).

Relatore non socio: