Gli stivali dell’impiegato nel racconto di Vitaliano Brancati
21/03/2026
Nel racconto breve “Il vecchio con gli stivali” (1945) Vitaliano Brancati mette in scena le traversìe di un impiegato statale “avventizio” (cioè provvisorio) nel contesto bolso e retorico di una Sicilia fascista. La scena si apre sulle polverose stanze di un municipio degli anni Trenta, colme di carte straripanti, inutili, burocratiche. Il protagonista, Aldo Piscitello, è un onesto impiegato che – come tanti fecero anche nel periodo fascista – non si interessa di politica. Vive nella speranza di una assunzione in pianta stabile che ritarda a venire, e che forse – lui teme – non verrà mai. Alle sue spalle una moglie pretenziosa lo incalza a farsi avanti, in primo luogo prendendo la tessera del fascio, cioè il passaporto necessario per la promozione; e soprattutto a mostrarsi fedele, anzi ligio, al verbo dominante della politica mussoliniana. Infine Piscitello, passivamente e senza crederci, si adatta: si tessera, partecipa come può ai riti del regime, va alle adunate in camicia nera, esibisce il distintivo, si sforza insomma di uniformarsi come può ai tempi nuovi. Tuttavia nel suo intimo ne soffre: sente che quella ideologia imposta, quelle manifestazioni esteriori che gli sono estranee, quel mondo di cartapesta nel quale è costretto suo malgrado non gli appartengono. Su questo piccolo-grande dramma umano, che fu forse quello di tanti impiegati pure tesserati e partecipi dei riti del regime, si incentra il racconto.
Al termine del libro, sopraggiunti gli Alleati e liberata finalmente la Sicilia, il podestà fascistissimo diventerà il sindaco della nuova amministrazione antifascista, mentre il povero Piscitello, colpevole di avere aderito al regime, indossato la camicia nera come tanti e proclamato in pubblico le parole d’ordine mussoliniane, sarà epurato: e perderà l’impiego.
Il libro, pubblicato da Bompiani, ebbe poi una fortunata traduzione cinematografica nel 1948 (“Anni difficili”, di Luigi Zampa), non senza suscitare però polemiche politiche (se ne ebbe un’eco anche in parlamento).
Se ne propone qui solo una scena, quella che dà il titolo al racconto: la faticosa, sofferta e, sotto sotto, silenziosamente odiata cerimonia del calzare gli stivali, corredo indispensabile questi ultimi dello spirito guerriero dei fascisti.
Già aveva indossato la camicia; e la moglie e i figli lo vedevano passare e ripassare in mutande bianche e camicia nera, con in mano i pantaloni alla zuava. Andava su e giù, cercando con gli occhi un luogo conveniente, e masticando, sempre meno adagio, le sue strane parole. Finalmente trovava questo luogo nella saletta da pranzo, fra la credenza e una parete. Qui sedeva su uno sgabello basso e levando in aria le gambucce stecchite, le profondava nei pantaloni alla zuava. Dopo averle cacciate più avanti che potesse, annodava i laccetti sugli stinchi; ma non era ancora finito, anzi il bello incominciava ora: davanti a lui si drizzavano gli stivali, come dicendo “Qui ti voglio, squadrista del malaugurio!”.
“Rosina!”, strillava Aldo Piscitello, ormai incapace di combattere da solo. “E tu Maria, figlia della lupa, aiutatemi!”. Madre e figlia si precipitavano dai letti, gli s’inginocchiavano davanti e sforzavano di calcargli lo stivale, spingendo per il tacco, mentre egli, afferrato ai tiranti, faceva forza fino a scoppiare. Ma lo sforzo di tutti e tre riusciva vano, ed egli si abbatteva gridando: “Chiamate il portiere, non siete buone a nulla!”.
Ma il portiere, fiduciario di un circolo rionale, l’unica persona dell’edificio che possedesse un calzastivali, era andato al piano di sopra ad aiutare il presidente del tribunale che, grasso com’era, si spremeva tutto, e riduceva con le lacrime agli occhi, prima di essere pronto per l’adunata.
Con l’aiuto di Dio, Aldo Piscitello riusciva a mettersi in piedi e, indossata la giacca d’orbace, si affibbiava il cinturone di cuoio sulla pancia magra: poi andava allo specchio, mentre la moglie, con un sospiro, diceva alla figlia: “Cerca lo strofinaccio”. Non era mai accaduto infatti che, dopo aver riflesso il proprio padrone in divisa, lo specchio non rimanesse con uno scarabocchio sulla superficie: una sorta di pendaglio scivolante, qualcosa che, sciogliendosi a mano a mano, faceva sì che lo specchio sembrasse ridere malignamente o, il diavolo sa come, piangere.
Vitaliano Brancati, Il vecchio con gli stivali, Milano, Bompiani, 1946, ma qui si cita l’ed. Firenze, Passigli, 2025, con prefazione di Leonardo Sciascia, donde è tratta (dalle pp. 24-25) la citazione.
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