
Editoriale Osservatorio IRPA “Stato digitale” aprile 2026 – Il prezzo dell’innovazione
01/04/2026
Sinossi: Il dibattito sulla coesistenza pacifica tra le garanzie democratiche e l’innovazione tecnologica è segnato storicamente da posizioni discordanti.
Lo Stato di diritto riconosce e promuove il potenziale tecnologico. Ne vincola tuttavia lo sviluppo al rispetto di garanzie individuali e collettive che, inevitabilmente, comprimono il ritmo dell’innovazione. Sul versante opposto, l’innovazione tecnologica è presentata primariamente come viatico per superare le complessità burocratiche, a beneficio della collettività. Quest’ultima visione, seppure accattivante, è inesatta. La storia si è già occupata, a più riprese, di smentire la consequenzialità tra progresso tecnologico e benessere diffuso.
Negli ultimi anni è nata una linea di pensiero ancora più radicale ed estremista. Radicale, perché chi la sostiene propone, senza mezzi termini, la destrutturazione democratica come premessa per la modernizzazione tecnologica. Estremista, oltretutto, perché sposta pericolosamente in avanti il confine dell’erosione dei diritti democratici, in nome e per conto del progresso tecnologico.
Fino a che punto è lecito, per un governo democratico, investire in tecnologie che stimolano gli investimenti, sostengono le imprese e generano benessere economico?
La domanda, posta in questi termini, è ingannevole. Il progresso tecnologico è sicuramente una condizione abilitante per lo sviluppo del mercato. Ciò non toglie che le tecnologie generano turbolenze sui sistemi sociali e sulle comunità democratiche. Il punto, dunque, è se le si vuole minimizzare, considerandole un fenomeno temporaneo e – tutto sommato – fisiologico.
Questo non è quanto accaduto nella storia moderna. La tesi più autorevole e documentata, al riguardo, è formulata da Daron Acemoglu e Simon Johnson del Massachusetts Institute of Technology (Acemoglu ha ricevuto il Premio Nobel per l’Economia nel 2024) nel volume “Power and Progress: Our Thousand-Year Struggle Over Technology and Prosperity”. Acemoglu e Johnson hanno studiato il rapporto tra innovazione tecnologica e benessere collettivo. La prima, ci dicono, non è automaticamente vantaggiosa per tutti. Nel breve periodo, a raccoglierne i frutti sono quasi sempre i gruppi di potere consolidati. Per cui, ad esempio, le innovazioni agricole del Medio Evo crearono surplus economici di cui beneficiarono primariamente la Chiesa cattolica e la nobiltà. Più tardi, durante la prima rivoluzione industriale, la classe operaia sopportò una stagnazione salariale lunga oltre un secolo. Anche l’era digitale ci ha consegnato uno scenario in cui aumentano le disuguaglianze e si indeboliscono le democrazie.
Dunque, il nodo non è la tecnologia in sé, ma chi controlla le scelte tecnologiche e quali interessi tali scelte servono. Accolta questa tesi, la nostra domanda iniziale va riformulata. Fino a che punto è lecito, per un governo democratico, investire in tecnologie che stimolano gli investimenti, sostengono le imprese e, in fondo, generano benessere economico diffuso, senza comprimere le garanzie democratiche?
Per rispondere, possiamo guardare alle sperimentazioni che, in passato, hanno tentato di imprimere una svolta tecnocratica ai regimi democratici. Scopriamo così che raramente hanno prodotto risultati soddisfacenti. I casi più eclatanti sono quelli di Cile e El Salvador.
Tra il 1971 e il 1973 il governo di Salvador Allende tentò di usare la tecnologia cibernetica per rafforzare il controllo operaio sull’economia. Il progetto cybersyn prevedeva l’installazione di 500 macchine telex nelle principali fabbriche cilene, dal nord desertico alla Patagonia, collegate a due sale di controllo nella capitale: Santiago. Questa rete di collegamenti tra imprese e governo avrebbe consentito a quest’ultimo di prendere decisioni in tempo reale, visualizzando tutti i dati economici. Il colpo di stato del 1973 pose fine bruscamente al progetto, sostituendo i “Santiago Boys” con i “Chicago Boys” e inaugurando una nuova fase tecnocratica, basata però su privatizzazioni di massa e smantellamento del welfare. Il risultato fu una delle peggiori recessioni nella storia economica contemporanea.
Nel 2021, il Presidente di El Salvador Nayib Bukele ha imposto il Bitcoin come moneta legale, promettendo una rivoluzione finanziaria per i più poveri e un afflusso di capitali cripto che avrebbe garantito prosperità e crescita economica. Le successive oscillazioni del valore del Bitcoin portarono al collasso dell’economia salvadoregna e alla decisione del Fondo Monetario Internazionale di negare nuovi prestiti fino all’abbandono del progetto Bitcoin, avvenuto formalmente nel 2024. Va precisato che la scelta di Bukele del 2021 si accompagnò a misure liberticide: lo scioglimento dell’Assemblea nazionale, la sostituzione dei giudici della Corte suprema e la modifica della Costituzione per consentire la propria rielezione.
Nemmeno le sperimentazioni in corso registrano una pacifica coesistenza tra regime democratico e sviluppo tecnologico. Le 1246 deregolamentazioni in 20 mesi, l’abolizione di 10 ministeri e il licenziamento di oltre 53.000 dipendenti pubblici da parte di Javier Milei mirano ad aprire l’Argentina all’estrazione mineraria di litio per l’intelligenza artificiale, ai data center delle grandi aziende tecnologiche e alla finanza cripto. Secondo alcuni analisti l’Argentina è sulla strada per diventare una “colonia di dati”. In Asia, l’esempio di Singapore mostra chiaramente il trade-off tra prosperità economica e libertà civili e politiche. La Cina guarda al “modello Singapore” come ispirazione ideologica per la coesistenza tra sviluppo e autoritarismo.
Il tema della coesistenza pacifica tra sviluppo tecnologico e garanzie democratiche rimane attuale. In anni recenti è nata una nuova linea di pensiero, ancora più radicale ed estremista. Questa linea di pensiero propone la destrutturazione democratica come premessa per la modernizzazione tecnologica. Ne sono promotori i magnati del capitalismo tecnologico che propongono spazi pubblici – in realtà domini privati – liberati dalla tassazione per le imprese e dalle regole che disciplinano la convivenza civile, con un solo uomo al comando e constituency di azionisti. In questo nuovo modello ideologico fatto di deregolazione e capitale democrazia e tecnologia non sono compatibili. La seconda ostacola la prima, perché portatrice di una ideologia egalitaria che deprime la spinta creativa dell’innovazione e mina la capacità competitiva degli Stati.
Tra gli osservatori più acuti di questo fenomeno c’è Francesca Bria, che parla di Autoritarian Stack per descrivere l’architettura del potere rappresentata da aziende private (Palantir, Anduril, SpaceX) sostenute da venture capital ideologici e chiamate, con la seconda amministrazione Trump, a gestire funzioni statali sovrane, dalla difesa ai dati pubblici. Ne abbiamo avuto prova con la vicenda che ha coinvolto a vario titolo Palantir, Anthropic e OpenAI nel supporto all’intelligence statunitense. Per la prima volta nella storia l’amministrazione americana ha usato gli strumenti giuridici per tutelare la sicurezza nazionale contro un’impresa statunitense (Anthtopic) come ritorsione al tentativo di questa di preservare salvaguardie etiche sui propri prodotti.
Per sovvertire la deriva tecnologica autoritaria si suggeriscono investimenti nelle infrastrutture pubbliche e costruzione di alternative tecnologiche sovrane. Soluzioni affascinanti, non semplici. Ci portano direttamente al dibattito – annoso anch’esso – tra regolazione europea delle tecnologie e innovazione nordamericana (e più recentemente asiatica e mediorientale). Eravamo abituati a criticare l’Unione europea per il deficit democratico. Dal 2009, più o meno in coincidenza con il Trattato di Lisbona, questa critica è stata soppiantata dai giudizi negativi verso un’economia europea ingolfata e incapace di competere. Sono accuse fondate. Basta leggere il rapporto di Enrico Letta sul mercato unico e quello di Mario Draghi sulla competitività. Ma, soprattutto, sono accuse che espongono prepotentemente l’Europa al dilemma dell’innovazione democratica. Semplificare e innovare, o regolare, ma senza crescere?

