
Editoriale OSD – Giugno 2026 “L’euro digitale: cosa è e perché l’Europa ne ha bisogno”
03/06/2026
Con la proposta di Regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio relativo all’istituzione dell’euro digitale, presentata a giugno 2023, l’Eurosistema si pone l’obiettivo di avviare una prima emissione della nuova valuta nel corso dell’ormai prossimo anno 2029. Questo significa che in un futuro non lontano cittadini e imprese dell’ambito europeo – ma anche turisti, viaggiatori e operatori extra UE che si trovassero ad effettuare transazioni economiche in area euro – potranno sperimentare l’utilizzo di tale valuta (euro digitale: di seguito, anche digital € o D€). L’iniziativa europea si colloca all’interno di un processo evolutivo che indubbiamente rientra nelle trasformazioni più significative affrontate dal sistema finanziario globale contemporaneo, sia per la evidente portata tecnologica innovativa dello strumento e sia soprattutto per le diverse implicazioni giuridiche, economiche e istituzionali che ad essa si accompagnano.
Sebbene, infatti, le transazioni elettroniche (Bancomat/POS, wallet digitali) siano ormai un costume acquisito delle società moderne, che progressivamente assume maggiore diffusione con l’ingresso nei mercati (qui il report 2024 della BCE sulle abitudini di pagamento dei consumatori in area euro) delle nuove generazioni di utilizzatori cd. “nativi digitali” (e sottolineando che il concetto è discutibile), in realtà è necessario porre attenzione sulla profonda diversità esistente tra la moneta elettronica e la valuta digitale di matrice europea, ormai alle porte.
Nel primo caso, si tratta di una rappresentazione digitale di valore economico corrente, emessa su supporti elettronici, o memorizzata in sistemi di pagamento sempre elettronico, utilizzata per concludere transazioni finanziarie istantanee attraverso reti di comunicazione e senza l’uso del denaro contante (il quale, invece, presuppone lo scambio fisico). Richiamando la Direttiva 2009/110/CE dell’Unione europea (attuata in Italia con d.lgs. n. 45 del 2012), la moneta elettronica costituisce un credito digitale intermediato da banche private, poiché rappresenta a) un credito nei confronti di un emittente, b) convertibile in denaro contante su richiesta, c) generalmente accettato dagli operatori economici per il pagamento di beni o servizi.
Nel caso della valuta digitale, invece, l’elemento della intermediazione scompare, poiché le Central Bank Digital Currency (CBDC) vengono emesse direttamente dalle banche centrali: nel caso dell’euro digitale, quindi, dalla BCE. A differenza delle forme di moneta elettronica “privata” – che sono gestite da emittenti commerciali – la nuova moneta a) costituisce una passività diretta dell’autorità monetaria di riferimento, b) è priva dei rischi di credito e di liquidità tipici degli operatori commerciali, c) viene iscritta al passivo del bilancio della banca centrale emittente, così replicando in modalità digitale le caratteristiche giuridiche del denaro contante e delle riserve monetarie di banca centrale.
Il fenomeno, come anticipato, è di livello globale: oltre al progetto di euro digitale, esistono altre esperienze già effettive, come il Sand Dollar delle Isole Bahamas o l’eNaira nigeriana, ma anche, e soprattutto, lo e-Yuan cinese, che dal 1º gennaio 2026 ha assunto le caratteristiche tipiche dei depositi bancari, potendo generare interessi sui saldi attivi e trasformandosi, quindi, da un semplice strumento di pagamento a un effettivo mezzo di conservazione del valore economico. In questo contesto, gli USA appaiono defilati: con l’Executive order del 23 gennaio 2025, infatti, il presidente Trump ha vietato lo sviluppo delle CBDC, in ragione dei possibili rischi di centralizzazione del sistema finanziario: l’attuale presidenza, infatti, sembra privilegiare le criptovalute, la decentralizzazione e gli operatori privati.
La lettura dello scenario internazionale suscita una domanda forse scontata: l’euro digitale serve veramente all’Europa? Se sì, perché?
La necessità che risiede dietro alla sua creazione è comprendere se, e in che modo, le valute digitali siano in grado di incidere sulla stabilità finanziaria di un Paese, sulla struttura dei mercati dei pagamenti, sull’efficacia della politica monetaria e, di conseguenza, sugli equilibri della finanza pubblica e della stessa sovranità statale.
In questo scenario, le CBDC sollevano una rilevante questione di sovranità monetaria, che presenta riflessi di geopolitica, in un contesto globale dominato da evidenti incertezze economiche, causate dai conflitti bellici in corso (su tutti, ma non solo, Ucraina o Iran), dalla crescente affermazione di “nuove” economie di massa (Cina, India) e dalla diffusione di modelli di scambio finanziario decentralizzati e, sostanzialmente, incontrollati (Bitcoin e criptovalute in genere).
L’utilità dell’euro digitale, pertanto, deve essere individuata nella sua capacità di rispondere alle trasformazioni in atto nei comportamenti di pagamento, dove – peraltro – è ormai prevalente la transazione elettronica.
Per un verso, infatti, l’euro digitale, al pari della moneta pubblica cartacea di cui costituisce uno sviluppo, è chiamato ad assicurare la tipica funzione di stabilizzazione del sistema finanziario, a sua volta ancorata alla garanzia di immediata convertibilità dei depositi bancari in moneta pubblica a corso legale; per altro verso, il D€ dovrebbe operare come una variabile credibile nell’ambito della attuale e sostanziale egemonia degli operatori finanziari privati non europei nel mercato dei pagamenti elettronici (ApplePay, Google Pay, ma anche le tradizionali Visa e Mastercard, Pay Pal e Stripe, per quanto riguarda l’ambito statunitense; Alipay e WeChat Pay per la Cina; UPI – Unified Payments Interface, PhonePe e Paytm per l’India).
La moneta digitale europea, in effetti, si pone – quantomeno a livello progettuale – come uno strumento universale, accessibile e privo di rischio di fallimento o insolvenza. Se, da un lato, essa riduce i costi di transazione e, tra l’altro, garantisce il rispetto delle stringenti norme unionali in materia di privacy (proprio perché gestita a livello centrale), dall’altro lato opera come un propulsore regionale, diretto a ridurre la dipendenza dai sistemi di pagamento extra-europei.
In merito, si pensi che, nei pagamenti con carta, i circuiti internazionali gestiscono i due terzi dei pagamenti in area euro, con alcuni Stati membri (ad esempio, Spagna, Paesi Bassi, Austria, solo per citarne alcuni) che ancora non dispongono di un circuito nazionale di carte di pagamento e con la perdurante assenza di un sistema europeo di pagamenti digitali.
La nuova moneta, pertanto, dovrebbe contribuire a mantenere il controllo sulle infrastrutture finanziarie connesse, a tutela della sicurezza economica europea considerata in modo esteso e generale.
Solo nel momento in cui la moneta della banca centrale mantiene una certa rilevanza a livello globale (in quanto garantita, affidabile, diffusa e, di conseguenza, credibile), la sovranità monetaria dell’area euro può essere adeguatamente preservata, rispetto ai nuovi strumenti finanziari messi in campo da altri soggetti (quali le criptovalute e le stablecoins, ancorate al valore del dollaro). In altri termini, la versione digitale dell’euro appare in grado di coniugare la necessaria apertura alla innovazione, e alle modalità elettroniche di pagamento correnti, con la sicurezza tipicamente assicurata da una valuta di banca centrale.
Sussiste in materia, poi, come in parte accennato, una rilevante questione di equilibri geopolitici, sui quali una rafforzata sovranità monetaria europea appare in grado di influire. Ne costituisce un esempio la strategia cinese di potenziamento e diffusione del renminbi digitale (cioè il citato e-Yuan), che punta alla creazione di infrastrutture alternative rispetto ai circuiti tradizionalmente legati al dollaro e al sistema SWIFT.
Nonostante, però, questo potenziale ruolo nevralgico dell’euro digitale, non mancano aspetti critici e ostacoli operativi. Tra questi figurano sia gli alti costi di implementazione (tra 4 e 5,8 miliardi di euro, secondo la BCE) che i possibili effetti di crowding-out nei confronti degli operatori privati. Si tratta, in quest’ultimo caso, del massiccio spostamento di capitali, già allocati presso istituti bancari privati, verso depositi in euro digitale, in ragione della maggiore affidabilità dell’emittente: ciò produrrebbe effetti negativi sulla stabilità finanziaria, sulla funzione allocativa del credito e sulla maggiore dipendenza degli intermediari dall’autorità monetaria centrale.
Una elevata diffusione della valuta europea digitale quale strumento di pagamento, inoltre, potrebbe incidere negativamente sulla remunerazione derivante dal canale delle commissioni bancarie (i cd. attivi), favorendo una progressiva disintermediazione bancaria, a favore della banca centrale. Questo esporrebbe tutto il sistema ai rischi derivanti dalla centralizzazione operativa, in cui la BCE costituisce il nodo critico di funzionamento e, perciò, rimane più vulnerabile (sia in generale, sia rispetto alle attuali dinamiche informatiche e di cybersicurezza).
L’euro digitale, pertanto, si rivela un fenomeno complesso e ambivalente, in grado di incidere – sia positivamente che negativamente – sulla stabilità finanziaria, sulla sovranità monetaria e sulle dinamiche geopolitiche di livello globale.
Se, come visto, da un lato esso sembra in grado di rafforzare la sicurezza e l’efficienza dei sistemi di pagamento, contribuendo alla creazione di un sistema europeo “proprietario”, non per finalità protezionistiche ma di sicurezza economica, dall’altro lato è in grado di generare nuove fragilità, in ragione della riduzione delle funzioni intermediarie del sistema bancario tradizionale e dei rischi, soprattutto informatici, della centralizzazione operativa.
Come ogni trasformazione profonda, in conclusione, anche quella legata all’introduzione di una valuta europea centrale digitale richiederà un adeguato periodo di prova e adattamento, durante il quale osservare e cercare di risolvere le probabili problematiche legate alla sua introduzione. Un fattore evolutivo del sistema monetario e finanziario europeo come quello concepito, pur rimanendo alternativo e non sostituivo della valuta tradizionale, infatti, non può essere considerato riduttivamente, quale mera innovazione tecnologica.

