Quel che resta della discrezionalità: l’eredità di Giannini alla prova del tempo

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DI Elisabetta Morlino

La riflessione di Massimo Severo Giannini sulla discrezionalità amministrativa rappresenta uno dei contributi più centrali e fecondi del diritto pubblico italiano, poiché attraverso di essa l’autore elabora una visione dinamica e pluralista del potere amministrativo, capace di coniugare legalità e autonomia. A partire dalla sua opera del 1939 Il potere discrezionale della pubblica amministrazione, Giannini ridefinisce la discrezionalità non come spazio arbitrario di scelta, ma come esercizio razionale di ponderazione tra interessi pubblici e privati, segnando il passaggio dalla concezione autoritativa dello Stato alla prospettiva dello Stato pluralista e procedimentale. Il saggio si interroga su come questa idea si sia formata, evoluta e mantenga oggi la propria attualità, ponendo due domande di fondo: da un lato, quali fattori storici, biografici e dottrinali abbiano plasmato la nozione gianniniana di discrezionalità e, dall’altro, se tale nozione resista alle trasformazioni politiche e istituzionali della contemporaneità. Le risposte convergono nell’individuare tre dimensioni fondamentali del pensiero gianniniano. In primo luogo, la dimensione antiautoritaria, poiché la discrezionalità nasce nel contesto del regime fascista come strumento di autonomia e resistenza dell’amministrazione rispetto al potere politico, affermando la necessità di un’amministrazione che non sia mera esecutrice della legge ma interprete responsabile dell’interesse pubblico. In secondo luogo, la dimensione pluralista, che riconosce nell’amministrazione il luogo di mediazione tra molteplici interessi sociali e istituzionali, conferendo al procedimento amministrativo la funzione di spazio di confronto e garanzia del pluralismo democratico. Infine, la dimensione evolutiva e prescrittiva, poiché nella realtà amministrativa attuale la discrezionalità si trasforma da concetto descrittivo a criterio prescrittivo che orienta l’azione pubblica in contesti complessi, multilivello e partecipativi. La conclusione è che l’eredità di Giannini continua a offrire un paradigma teorico e operativo per guidare l’esercizio della discrezionalità nell’amministrazione contemporanea, la quale, attraverso di essa, trova un equilibrio tra autonomia decisionale, pluralismo degli interessi e rispetto della legalità.