Una polemica del 1996 tra Giorgio Bocca e Leo Valiani: luci ed ombre dell’amnistia Togliatti
17/10/2026
Nel dicembre del 1996 una piccola ma nient’affatto banale “guerricciola” scoppiò tra due eminenti esponenti della cultura antifascista italiana, Giorgio Bocca e Leo Valiani,. Parzialmente ne fu coinvolto anche l’allora direttore del “Corriere della sera”, Paolo Mieli. Tema, l’amnistia voluta dal ministro della Giustizia comunista Palmiro Togliatti, cioè il perdono ai fascisti (salvo reati gravissimi) concesso loro nel 1946.
La “querelle” non era senza appigli nella situazione del momento, giacché Valiani la evocava riferendosi anche alle dirompenti inchieste dei primi anni Novanta da parte del pool di magistrati detto di Mani pulite. Sosteneva Mieli: l’amnistia del dopoguerra era stata necessaria e opportuna per “evitare che una formidabile tela di ricatti soffocasse sul nascere l’Italia democratica”. Altrettanto poteva accadere nell’Italia delle grandi inchieste.
Pronta la replica di Bocca, editorialista di “Repubblica”, il quotidiano di Scalfari allora principale concorrente del “Corriere”: l’amnistia “togliattiana dell’autunno 1945 (così scriveva Bocca)”, era stata sbagliata, giacché non si rivolgeva tanto a chi avesse avuto qualche parte ai fasti ventennali del regime (c’era già stata per quelli una amnistia di fatto) piuttosto mirava a salvare i fascistissimi, che nel 1943-45 avevano aderito al regime nazifascista di Salò. Valiani però non era uomo da lasciarsele cantare. La sua risposta a Bocca, pubblicata sul “Corriere”, fu meticolosa, sferzante e forse persino troppo polemica. Ma metteva in chiaro il problema storiografico della amnistia, il che al di là di tutto era la prima cosa da farsi.
Sbaglia Giorgio Bocca a scrivere (su “Repubblica” di ieri, 9 dicembre) di “amnistia togliattiana dell’autunno 1945”. L’amnistia, Togliatti, guardasigilli nel governo di De Gasperi, la concesse nel giugno 1946, dopo la vittoria della Repubblica nel referendum istituzionale. Sbaglia ancora Bocca nel ritenere che quell’amnistia non riguardava i fascisti ma solo i responsabili della Repubblica di Salò. Riguardava in realtà gli uni e gli altri. (…) I fascisti suscettibili di essere condannati o epurati erano molto numerosi. L’applicazione delle norme penali e dei procedimenti di epurazione a loro carico era difficilissima. Per di più numerosi giudici erano stati anch’essi fascisti. I decreti antifascisti penali ed epurativi vennero violentemente contestati dalla destra durante i due governi di Bonomi. La loro insufficiente applicazione venne criticata invece da sinistra dal Psi e dal Partito d’azione che anche perciò uscirono dal governo alla fine del 1944. Vi rientrarono dopo l’insurrezione del Nord nell’aprile 1945, allorché la carica di capo del governo fu conferita (nel giugno 1945) a Ferruccio Parri. Con Nenni vicepresidente del Consiglio e alto commissario per l’epurazione e Togliatti ministro della Giustizia, a Parri furono richieste, dal Cln Alta Italia) (…) leggi penali ed epurative ancora più severe (…).
La fine della guerra rivelava, però, l’entità dei sacrifici che l’Italia doveva sopportare. Una parte del Paese non ne dava più la colpa ai fascisti, ma al governo. L’opposizione di destra cresceva fortemente col Movimento dell’uomo qualunque. Lo stesso Partito liberale, che faceva parte del governo, non esitava ad attaccare Parri. (…). Nell’illusione che ciò potesse salvare il governo, io, che non ricoprivo alcuna carica pubblica all’infuori di quella di consultore, suggerii a Parri di fare qualche concessione sull’epurazione e di prendere lui l’iniziativa di un’amnistia. La risposta fu che né l’uno né l’altro suggerimento potevano essere accolti. Egli si era già impegnato con Nenni per un’epurazione ancor più rigorosa di quella in atto.(…).
Il decreto di epurazione che Nenni redasse con l’avallo di Parri, e che Parri fece pubblicare sulla “Gazzetta Ufficiale” fu rifiutato dal Partito liberale, i cui ministri si dimisero. Dalla crisi che si aprì uscì vincitore De Gasperi, con il quale Nenni e Togliatti si misero d’accordo. Nenni rinunciò al proprio decreto. “Mi sono liberato dei tizzoni ardenti”, annotò nelle sue carte personali.
Leo Valiani, Amnistia, lezione di storia. Gli svarioni di Bocca, in “Corriere della sera”, 10 dicembre 1996.
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