
Innovazioni tecnologiche, lavoro e amministrazione pubblica
16/09/2026
Lo sviluppo dell’Intelligenza artificiale potrebbe portare a una drastica riduzione dei posti di lavoro, con numerose attività umane svolte da software e modelli digitali. Occorre individuare risposte e soluzioni a tale sfida e queste possono provenire anche dal contributo della scienza amministrativistica, perché si tratta di problematiche che attengono al diritto amministrativo e al funzionamento delle amministrazioni pubbliche.
Si è sempre discusso dell’impatto dell’automazione – e della tecnologia in generale – sul lavoro umano. Della capacità emancipatrice delle innovazioni tecnologiche, ma anche della sostituzione, a opera delle macchine, di una molteplicità di attività lavorative svolte dagli esseri umani, nonché della necessità di rispettare diritti ed esigenze dei lavoratori quando la gestione e l’organizzazione delle unità di personale è affidata a strumenti informatici. È l’oggetto della discussione avvenuta in occasione della 113th Session of the International Labour Conference, tenutasi a Ginevra presso la sede dell’Organizzazione mondiale del lavoro nel 2025 (https://www.ilo.org/international-labour-conference/113th-session-international-labour-conference; un riferimento utile si rinviene in S.S. Bhattacharjee, N. Shivakumar, The ILO Debate on Algorithmic Management Will Define Worker Rights in the Digital Economy, 3 sett 2025, https://www.techpolicy.press/the-ilo-debate-on-algorithmic-management-will-define-worker-rights-in-the-digital-economy/).
Un elemento cruciale di questo dibattito riguarda la capacità dell’uomo di adattarsi a tali cambiamenti, modificando le proprie professionalità, reinventando mansioni, compiti e skills, per continuare a essere centrale nel processo produttivo, come user dei nuovi strumenti. Anche se gli effetti non sono ancora così evidenti (V. Bansal, AI was supposed to destroy jobs. Where’s the carnage? In The Guardian, Wed 12 Aug 2026, https://www.theguardian.com/technology/2026/aug/12/ai-job-destruction), con l’avvento e la diffusione esponenziale dell’Intelligenza artificiale anche quest’ultimo baluardo sembra essere entrato in crisi: la capacità degli algoritmi di svolgere numerose attività di carattere intellettuale o manageriale, oltre a quelle manuali e di calcolo, avrà per forza l’effetto di ridurre compiti e attività professionali da affidare alle persone fisiche. Con conseguente diminuzione dell’offerta professionale, non solo nella produzione di beni, ma anche nell’erogazione di servizi.
Esiste una letteratura che avversa questa prospettiva (a titolo di esempio, si prenda A. Fuggetta, Intelligenza artificiale e posti di lavoro, perché non sarà un’Armageddon, in Wired, 05.03.2026, https://www.wired.it/article/gen-ai-posti-lavoro-utilizzo-block/) ma, pur non volendo entrare nel conflitto tra tecno-allarmisti e tecno-ottimisti, si deve mettere in evidenza che è nella natura intrinseca (evidente eufemismo: si tratta, più correttamente, nel modo in cui è concepita e costruita) dell’Intelligenza artificiale il sostituirsi all’uomo. Non avviene per tutte le attività umane e c’è comunque bisogno di una persona fisica che interroghi la macchina e ne valuti i risultati (“human in the loop”), ma in molte di queste attività l’IA ha una velocità, una capacità di resa e di precisione, nonché risultati quantitativi tali da renderla preferibile – secondo una visione razionale – alle persone in carne e ossa. Questo porterà a incrementarne l’uso, segnatamente nelle attività economiche.
Tale aspetto presenta senz’altro numerosi e interessanti risvolti positivi: la riduzione del carico di lavoro in termini di ore professionali e di mansioni, l’emancipazione da compiti e azioni stressanti o alienanti, la capacità produttiva potenzialmente infinita, priva di interruzioni e standardizzata, la velocità di esecuzione delle prestazioni professionali. Inoltre, in un recente rapporto di Accenture si sostiene che le tecnologie di Intelligenza Artificiale porteranno entro il 2035 ad un raddoppio annuale della crescita economica nelle 12 economie più sviluppate e ne miglioreranno la produttività fino al 40 per cento (Accenture Technology Vision 2025: gli agenti IA ridisegnano il futuro delle imprese).
Nondimeno, questo sviluppo dell’IA solleva anche vari problemi. Tra questi, uno risulta particolarmente delicato e riguarda l’inscindibile connessione tra lavoro e salario, sino a qui centrale per la sopravvivenza delle nostre società: se le prestazioni sono fornite (o ridotte o modificate) dalle macchine, come si garantisce un reddito a tutti coloro che, pur volendo, non trovano lavori da svolgere?
Vi è di più. Non solo è richiesta sempre meno forza lavoro, sostituita dall’utilizzo di computer e software, ma aumenta anche la concentrazione di ricchezza in mano a chi detiene o controlla le piattaforme digitali, i capitali di investimento, i processi di produzione: l’IA presenta vantaggi diffusi, ma quelli più cospicui sono appannaggio di chi può impiegarla a fini di profitto, minimizzando, tra gli altri, i costi del personale.
Tutto questo potrebbe creare scompensi enormi – destinati ad aumentare – perché spezza quel legame fondamentale tra svolgimento di un lavoro e percezione di un reddito, che poi ricade su tutta la società in forma di consumi, investimenti, risparmi. E pone una domanda: come si affronta, sotto il profilo politico, economico, ma anche giuridico, il problema del disaccoppiamento tra lavoro e reddito?
A quanto pare una risposta non è stata ancora formulata, ma, proprio per questo, è imperativo cominciare a ragionare e a studiare il problema. A livello giurisprudenziale, sono sempre più comuni le decisioni che tutelano le condizioni dei lavoratori dipendenti dalle piattaforme (riders e simili). A livello politico-normativo, vi è già chi lo sta facendo: in Cina, un Paese in cui la centralità attribuita al lavoro è il fondamento della distribuzione, si sta discutendo di reddito di base universale, proprio per affrontare il problema della crescente disoccupazione creata dall’avvento dell’intelligenza artificiale (H. Manenti, Dal salario vitale al reddito universale? Il laboratorio cinese nell’era dell’intelligenza artificiale, 26/7/2026, https://transform-italia.it/dal-salario-vitale-al-reddito-universale-il-laboratorio-cinese-nellera-dellintelligenza-artificiale/; sulla Cina, per l’Osservatorio, si veda R. Arcangeli e N. Diana, AI Plus e la corsa cinese: innovazione, regolazione e geopolitica).
Occorre quindi trovare, in Europa e nel mondo, un modo per garantire diffusamente i benefici della “quarta rivoluzione industriale” quando il rapporto fra lavoro impiegato e valore prodotto sarà sempre più debole e insufficiente (per l’Osservatorio si veda, sempre degli stessi Autori citati, AI e regolazione: il modello europeo tra tutela dei diritti, competitività tecnologica e scenari globali).
Quello appena esposto è un problema naturalmente politico, ma anche di natura tecnico-giuridica: si pensi alla scelta tra intervenire mediante una drastica riduzione dell’orario di lavoro o tramite l’erogazione di redditi di base, che a loro volta possono essere universali o selettivi. O magari imponendo una percentuale obbligatoria di lavoratori umani all’interno delle imprese. E si tratta, quindi, di un problema di diritto amministrativo, perché riguarda il funzionamento delle pubbliche amministrazioni e il loro rapporto con i privati e perché necessariamente prevede il coinvolgimento di poteri pubblici chiamati a operare scelte e azioni fondamentali per gli interessi della collettività e degli stessi privati.
Lo è, in primo luogo, perché occorre individuare i costi di una riforma di questo genere, che avrà bisogno di contributi di tipo welfaristico e del sostegno pubblico agli individui. Occorrono quindi norme e procedure per calcolare queste spese, per gestirle e per distribuirle. Oltre che per procurarsele e per imporle a chi sarà chiamato a sostenerle. Poiché sembra difficile immaginare un trasferimento spontaneo e razionale di risorse dai vincenti ai perdenti della rivoluzione tecnologica in atto, occorre che esso sia svolto dalle amministrazioni in modo legittimo e nel nome dell’interesse pubblico.
In secondo luogo, è un problema di diritto amministrativo perché bisogna individuare, selezionare e raggiungere i destinatari degli interventi pubblicistici: chi ha diritto ai sussidi che compensano l’avvento delle innovazioni tecnologiche? In quali circostanze possono essere erogati? Con quale ammontare? Come far funzionare in modo efficiente strumenti di welfare universalistici o selettivi? Va quindi disciplinato giuridicamente l’iter che stabilisce quando e come fruire dei rimedi compensativi di natura pubblicistica alla crisi lavorativa causata dalla tecnologia, individuando competenze, processi, rimedi.
È un problema, infine, che riguarda l’attività delle pubbliche amministrazioni, perché queste saranno chiamate a seguire procedure elaborate e complesse per individuare i beneficiari, per verificare le condizioni, per controllare che non vi siano disfunzioni e illeciti. Dalla capacità operativa e dall’efficienza delle strutture pubbliche chiamate a svolgere questi compiti dipenderà l’efficacia del modello qui ipotizzato.
Per quanto detto sinora e visto lo stato attuale del processo di cambiamento innescato dalle innovazioni informatico-digitali, si ritiene indispensabile affrontare da subito il problema, avviando studi e ricerche sul tema. È una sfida che la scienza giuridica amministrativistica non può tralasciare e su cui dovrà concentrarsi da qui ai prossimi anni.

