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Il Gran Correttore: uno scorcio di vita burocratica di fine Ottocento

02/05/2026

Si è già parlato, in queste “schede” di Ambrogio Basletta di Vigevano, giovanissimo impiegato dello Stato a fine Ottocento, poi ufficiale dell’Esercito, scrittore di penna felice e cultore di svariati interessi; e si è dato un primo cenno tratto dal suo libro “La vita burocratica”, edito da Enrico Voghera nel 1895. Qui si propone un altro brano dello stesso volume, relativo al lavoro d’ufficio, e in particolare alla scrittura.

Il Gran Correttore. Con cotesto nome solevasi designare un capo stanza il quale aveva la smania di correggere meticolosamente le minute dei suoi subordinati. Non c’era frase che egli non ritoccasse, non c’era lettera che non rifacesse, il più delle volte, quasi sempre, da cima a fondo; non c’era parola sulla quale egli non trovasse da ridire e da intavolare una discussione filologica.  Nessuno addetto a quella sezione sapeva quale via seguire per dare nel segno e nel gusto del Capo; tutti copiavano le lettere, state corrette ieri e le ripresentavano, ma venivano loro restituite infarcite di nuove e capricciose aggiunte.

Uno spirito ameno ne pensò una bellissima: siccome egli era sempre il più tartassato, così un certo giorno in cui doveva trattare una pratica uguale ad altra precedentemente sfogatadal Capo in persona, andò in archivio e copiò tale e quale, cambiando puramente e semplicemente, s’intende, la data e il luogo di destino, della vecchia minuta del suo superiore. Così, senza aggiungervi nulla di suo, rispettandovi sino allo scrupolo, la punteggiatura e l’ortografia, la presentò al visto. Successe il finimondo! La voce del capo stanza si fece subito sentire d’un lato all’altro degli uffici:

“Ma che cosa faccio d’impiegati che non sanno mettere un rigo in carta?”.

(…) “Ma me lo dica come posso presentare al capo divisione una minuta simile? Dove mi trova lei, qui, il senso comune? Ma impari, perdio! Che frasi sono queste? Che costrutto c’è?, che nessun nesso esiste tra il principio e la fine? È un ammasso di sciocchezze – scusi se le parlo francamente, è la mia abitudine , ella lo sa – un ammasso di sciocchezze che non dicono nulla di nulla!”.

Lo spirito ameno si succiò, in apparenza visibilmente imbarazzato, quella lunga ramanzina: dopo di che (…) rispose, ma lentamente, come se gli riescisse penoso il parlare: “Convengo con Lei: cotesta lettera non ha né capo né coda”. “Meno male! E perché l’ha scritta così, allora?”. “Ecco, Le dirò (…) siccome la pratica da sfogare era piuttosto barbina, così sono andato in archivio ed ho…copiato”. “Che cosa?”. “Una minuta di lettera già spedita, in un caso identico”. (…) “E il minutante chi era?”. “Non lo so”. “Voglio divertirmi, vada a prendermi quel modello di bello scrivere; voglio proprio conoscere  il nome della cima che lo ha fatto. Deve essere una gran testa quadra”. “Vado subito”.

Cinque minuti dopo lo spirito ameno era di ritorno con la minuta. Apriti cielo! Il capo stanza, come si accorse che era farina del suo sacco, arrossì fin nel bianco degli occhi e diede una guardataccia, di quelle che non si dimenticano, al suo impiegato, indovinando il tiro birbone che gli aveva fatto. Rimessosi, dopo qualche secondo dalla rabbia e dalla stizza: “Vada al suo posto, gli disse, la chiamerò più tardi”.

La novelletta di quel tiro birbone fece presto (…) il giro di tutto il Ministero. (…) Ebbe però una pratica soluzione: che il capo stanza, accortosi di averla fatta grossa, passò la revisione delle minute al segretario più anziano.

Ambrogio Basletta, La vita burocratica. Bozzetti di A. Basletta, Milano, Enrico Voghera editore, 1895 (qui ripreso da “Burocrazia”, II, n.8-9, agosto-settembre 1947, pp. 209-210).

Relatore non socio: