Giustizia e amministrazione

Relazioni stabili di cittadini dell’Unione e diritto di soggiorno: la CGUE si pronuncia

Lo scorso 12 luglio, la Corte di Giustizia dell’Unione europea ha adottato un’interessante sentenza a fronte di un rinvio pregiudiziale da parte dell’Upper Tribunal (Immigration and Asylum Chamber) del Regno Unito.

La questione riguardava una cittadina sudafricana che aveva intrattenuto una relazione more uxorio con un cittadino inglese, e che si era vista negato il diritto di soggiorno da parte delle autorità inglesi. Nell’interessare la Corte di Lussemburgo, il tribunale inglese chiedeva: i) Se i principi sanciti nella [sentenza del 7 luglio 1992, Singh (C‑370/90, EU:C:1992:296),] obblighino uno Stato membro a rilasciare o, in alternativa, ad agevolare il rilascio di un’autorizzazione al soggiorno a una persona non cittadina dell’Unione, che sia il partner non coniugato di un cittadino dell’Unione il quale, dopo aver esercitato il diritto conferitogli dal [t]rattato [FUE] alla libera circolazione in un altro Stato membro per svolgervi un’attività lavorativa, faccia ritorno con detto partner nello Stato membro di cui ha la cittadinanza; ii) in subordine, se sussista un obbligo di rilasciare o, in alternativa, di agevolare il rilascio di tale autorizzazione al soggiorno in forza della direttiva [2004/38]; iii) qualora il diniego di un’autorizzazione al soggiorno non sia fondato su un esame approfondito della situazione personale del richiedente, né sia giustificato da motivi adeguati o sufficienti, se tale provvedimento risulti illegittimo in quanto in contrasto con l’articolo 3, paragrafo 2, della direttiva [2004/38]; iv) se risulti compatibile con la direttiva [2004/38] una disposizione di diritto nazionale che impedisca di impugnare dinanzi a un giudice il provvedimento di un’autorità amministrativa con cui è negata la concessione della carta di soggiorno a una persona la quale rivendichi la propria condizione di membro della famiglia allargata.

Sciogliendo tali dubbi interpretativi, la Corte ha affermato quanto segue:

1)      L’articolo 21, paragrafo 1, TFUE deve essere interpretato nel senso che esso obbliga lo Stato membro di cui il cittadino dell’Unione possiede la cittadinanza ad agevolare il rilascio di un’autorizzazione al soggiorno peri il partner non registrato, che sia cittadino di uno Stato terzo e con il quale il cittadino dell’Unione abbia una relazione stabile debitamente attestata, laddove detto cittadino dell’Unione, dopo aver esercitato il suo diritto alla libera circolazione in un altro Stato membro per svolgervi un’attività lavorativa, conformemente alle condizioni previste dalla direttiva 2004/38/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 29 aprile 2004, relativa al diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri, che modifica il regolamento (CEE) n. 1612/68 e abroga le direttive 64/221/CEE, 68/360/CEE, 72/194/CEE, 73/148/CEE, 75/34/CEE, 75/35/CEE, 90/364/CEE, 90/365/CEE e 93/96/CEE, faccia ritorno con il suo partner nello Stato membro di cui possiede la cittadinanza per soggiornarvi.

2)      L’articolo 21, paragrafo 1, TFUE deve essere interpretato nel senso che un provvedimento di diniego di rilascio di un’autorizzazione al soggiorno per il partner non registrato, cittadino di uno Stato terzo, di un cittadino dell’Unione il quale, dopo aver esercitato il suo diritto alla libera circolazione in un altro Stato membro per svolgervi un’attività lavorativa, conformemente alle condizioni previste dalla direttiva 2004/38, faccia ritorno con il suo partner nello Stato membro di cui ha la cittadinanza per soggiornarvi, deve essere fondato su un esame approfondito della situazione personale del richiedente e deve essere motivato.

3)      L’articolo 3, paragrafo 2, della direttiva 2004/38 deve essere interpretato nel senso che i cittadini di Stati terzi indicati in tale disposizione devono disporre di un mezzo di impugnazione per contestare un provvedimento di diniego di rilascio di un’autorizzazione al soggiorno adottato nei loro confronti, in seguito al cui esperimento il giudice nazionale deve poter verificare se il provvedimento di diniego si fondi su una base di fatto sufficientemente solida e se le garanzie procedurali siano state rispettate. Fra tali garanzie si annovera l’obbligo, per le autorità nazionali competenti, di effettuare un esame approfondito della situazione personale del richiedente e di motivare ogni rifiuto di ingresso o di soggiorno.