Giustizia e amministrazione

Il Consiglio di Stato sui benefici concessi agli ebrei perseguitati dal fascismo

(…) è irragionevole e sproporzionata la pretesa dell’Amministrazione di far dipendere (in senso sfavorevole al richiedente) il possesso di un requisito per l’accesso a un beneficio di legge, dall’applicazione di una norma razziale (l’art. 8, lettera d, dell’abrogato R.D.L. n. 1728 del 17.11.1938) lesiva dei diritti fondamentali della persona e, soprattutto, rispetto alla quale le leggi post razziali n. 336/1970, n. 541/1971 e n. 17/1998 hanno inteso porre rimedio. Viene tradito, nella sostanza, lo spirito stesso della nuova disciplina.

Con un’interessante pronuncia resa lo scorso 12 ottobre, il Consiglio di Stato ha rigettato l’appello proposto dalla Presidenza del Consiglio dei ministri – Commissione per le provvidenze agli ex perseguitati politici antifascisti o razziali, per la riforma di una sentenza del T.A.R. del Lazio con la quale era stata dichiarata l’illegittimità del diniego di attribuzione dei benefici previsti dalle leggi 8 luglio 1971, n. 541, e 24 maggio 1970, n. 336.

Con il provvedimento oggetto di contesa, l’amministrazione aveva rigettato la richiesta avanzata da una cittadina italiana di origine ebraica, ritenendo insussistenti i requisiti previsti dall’art. 8, lett. d), del R.D.L. del 17.11.1938, mancanti gli altri elementi indicativi dell’appartenenza della ricorrente alla razza ovvero alla religione ebraica, quali “l’iscrizione a una comunità israelitica o una manifestazione di ebraismo fatta in qualsiasi modo”, e non comprovato che all’epoca delle leggi razziali l’interessata fosse stata considerata dall’apparato statale quale appartenente alla razza ebraica e che, quindi, fosse stata soggetta alla concreta applicazione della normativa antiebraica.

Nella propria definitiva pronuncia, il Consiglio di Stato ha ritenuto infondato l’appello proposto dall’amministrazione statale, rigettando le diverse censure da questa prospettate.

Preliminarmente, i giudici di Palazzo Spada hanno rammentato che la legge n. 336 del 24.5.1970 riconosce taluni benefici in favore dei dipendenti civili di ruolo e non di ruolo dello Stato, compresi quelli delle amministrazioni e delle aziende con ordinamento autonomo, ai quali possa riconoscersi lo status soggettivo di “ex combattenti, partigiani, mutilati ed invalidi di guerra, vittime civili di guerra, orfani, vedove di guerre, o per causa di guerra, profughi per l’applicazione del trattato di pace e categorie equiparate” (artt. 1 e 2).

Il riconoscimento degli anzidetti benefici è stato esteso dalla legge 8 luglio 1971, n. 541 “anche agli ex deportati ed agli ex perseguitati, sia politici che razziali, assimilati agli ex combattenti” (articolo unico).

Il legislatore, con la legge n. 17 del 16 gennaio 1978, ha chiarito che:

1. Ai fini dell’applicazione della legge 8 luglio 1971, n. 541, la qualifica di ex perseguitato razziale compete anche ai cittadini italiani di origine ebraica che, per effetto di legge oppure in base a norme o provvedimenti amministrativi anche della Repubblica sociale italiana intesi ad attuare discriminazioni razziali, abbiano riportato pregiudizio fisico o economico o morale. Il pregiudizio morale è comprovato anche dalla avvenuta annotazione di «razza ebraica» sui certificati anagrafici.

2. A norma dell’art. 6, legge 16 maggio 1967 n. 261, nell’esame delle domande la Commissione per le provvidenze ai perseguitati politico-razziali “può ritenere validi, a comprovare le persecuzioni e la insorgenza delle infermità, atti notori e testimonianze dirette, quando non sia possibile il reperimento di documenti ufficiali”.

Come notato dal Consiglio di Stato, tale ultima disposizione

scolpisce in maniera netta il significato da dare al concetto di “ebraicità” del soggetto richiedente, che è legato all’origine dello stesso richiedente e non al possesso di ulteriori (e non previsti, dalla legge) requisiti.

Pertanto, il Consiglio di Stato ha ritenuto che è legittimato a presentare la richiesta dei benefici in questione colui che è cittadino italiano, che ha un’origine ebraica e che assume di essere stato oggetto di persecuzione in dipendenza della detta origine. Per contro, la pretesa dell’amministrazione di ancorare l’origine ebraica del richiedente alla nozione di “razza ebraica” contenuta nell’art. 8, lett. d), del R.D.L. n.1728 del 1938 si configura come operazione logico-giuridica non corretta per due motivi:

a) il primo motivo è di ordine esegetico: la norma posta dalla legge n. 17/1978 è chiara nella sua formulazione e perfettamente auto-applicativa, senza necessità di ulteriori o diverse specificazioni contenute in testi normativi diversi, tanto più se oggetto di intervenuta abrogazione;

b) il secondo motivo è di ordine sostanziale: è irragionevole e sproporzionata la pretesa dell’Amministrazione di far dipendere (in senso sfavorevole al richiedente) il possesso di un requisito per l’accesso a un beneficio di legge, dall’applicazione di una norma razziale (l’art. 8, lettera d, dell’abrogato R.D.L. n. 1728 del 17.11.1938) lesiva dei diritti fondamentali della persona e, soprattutto, rispetto alla quale le leggi post razziali n. 336/1970, n. 541/1971 e n. 17/1998 hanno inteso porre rimedio. Viene tradito, nella sostanza, lo spirito stesso della nuova disciplina.

La ratio legis dell’attribuzione del beneficio, infatti, riposa sulla necessità di compensare con attribuzioni economiche pregiudizi patiti da soggetti (cittadini italiani) per il fatto in sé di avere un’origine ebraica e rispetto ai quali il torto subito (fisico, economico o morale) è dipeso dall’applicazione di una norma di legge o dall’adozione di un atto amministrativo.

Sicché il pretendere, oggi, di far uso di concetti e di categorie giuridiche elaborate al tempo della vigenza delle leggi razziali, finirebbe inevitabilmente per implicare la perpetuazione, in senso sfavorevole all’interessato, dell’efficacia di definizioni giuridiche basate sul concetto di appartenenza alla razza e sorte all’unico scopo di discriminare tra di loro gli individui.

La riprova di ciò è contenuta nello stesso art. 8, lettera d), R.D.L. n. 1728 del 17.11.1938, la cui chiara formulazione manifesta che, in disparte i natali del soggetto (“colui che, pur essendo nato da genitori di nazionalità italiana, di cui uno solo di razza ebraica”), ciò che rappresentava un disvalore giuridico per il legislatore dell’epoca era l’appartenenza del medesimo alla religione ebraica o la sua iscrizione ad una comunità israelitica ovvero l’avere fatto in qualsiasi modo una manifestazione di ebraismo.

Il legislatore del 1978, invece, del tutto coerentemente col sistema di benefici costruito con la legge n. 336 del 1970 e poi esteso nel suo ambito soggettivo di efficacia con la legge n. 541 del 1971, ha assunto quale unico presupposto (concorrente, ovviamente, con quello del possesso dello status di cittadino italiano) quello di avere un’origine ebraica, al di là e a prescindere dalla professione di fede, dalla formale appartenenza ad una comunità israelitica e dal compimento di atti di manifestazione di ebraismo.

La Corte soggiunge significativamente che

sarebbe davvero ben strano far dipendere (oggi) il possesso di un requisito, in senso sfavorevole al richiedente, dalla presenza di condizioni estrinseche (il culto della religione, la formale iscrizione ad una comunità, la effettiva manifestazione di fede) che all’epoca delle stesse leggi razziali erano considerate indice di disvalore giuridico solo laddove sussistenti e non, invece, mancanti.

Leggi la sentenza.

Giuseppe Sciascia