Giustizia e amministrazione

Diritto alle prestazioni sociali per familiari residenti nello stato membro d’origine: il caso Bogatu.

Con un’interessante pronuncia resa lo scorso 7 febbraio nella causa C-322/17, la Corte di Giustizia ha affermato che la disciplina europea in materia di applicazione e coordinamento dei regimi sociali ai lavoratori che si spostano sul territorio dell’Unione deve essere interpretata nel senso che l’ammissibilità di una persona a prestazioni familiari nello Stato membro competente non richiede che tale persona eserciti un’attività professionale subordinata in tale Stato membro né che quest’ultimo le versi una prestazione in denaro a motivo o in conseguenza di tale attività.

La vicenda riguardava un cittadino rumeno che aveva esercitato un’attività professionale subordinata in Irlanda tra il 26 maggio 2003 e il 13 febbraio 2009, data di cessazione del suo rapporto di lavoro. Da allora egli aveva percepito, in ordine successivo, una prestazione di disoccupazione a carattere contributivo (dal 20 febbraio 2009 al 24 marzo 2010), poi una prestazione di disoccupazione a carattere non contributivo (dal 25 marzo 2010 al 4 gennaio 2013) e, infine, un’indennità di malattia (dal 15 gennaio 2013 al 30 gennaio 2015). Presentata una domanda di prestazioni familiari, il ministero irlandese competente lo informava della decisione di accogliere detta domanda, salvo per quanto riguardava il periodo compreso tra il 1° aprile 2010 e il 31 gennaio 2013; gli comunicava che il rifiuto relativo a tale periodo era motivato dal fatto che il sig. Bogatu non soddisfaceva, durante questo periodo, alcuna delle condizioni che gli consentivano di ricevere prestazioni familiari per i figli residenti in Romania, in quanto non esercitava un’attività professionale subordinata in Irlanda o, in mancanza, non vi percepiva una prestazione a carattere contributivo.

Dinanzi all’Alta Corte irlandese, il sig. Bogatu sosteneva che la motivazione del rifiuto opposto dall’amministrazione irlandese fosse fondata su un’interpretazione errata del diritto dell’Unione. La Corte irlandese sospendeva quindi il procedimento sottoponendo e di sottoporre alla Corte le seguenti questioni pregiudiziali:

«1)      Se il regolamento n. 883/2004 e, in particolare, il suo articolo 67, in combinato disposto con l’articolo 11, paragrafo 2, dello stesso, esigano che, ai fini dell’ammissibilità a una “prestazione familiare” (…), una persona sia un lavoratore subordinato (…) nello Stato membro competente o che, in alternativa, riceva una prestazione in denaro di cui all’articolo 11, paragrafo 2, del regolamento.

2)      Se il riferimento a una “prestazione in denaro” di cui all’articolo 11, paragrafo 2, del regolamento [n. 883/2004] debba essere interpretato nel senso che riguarda unicamente il periodo durante il quale il richiedente riceve effettivamente una prestazione in denaro, o se indichi qualsiasi periodo in cui un richiedente dispone di una copertura assicurativa per una prestazione in denaro futura, a prescindere dalla circostanza che tale prestazione sia stata o meno richiesta alla data della domanda di prestazione familiare».

Nella pronuncia la Corte osserva che l’articolo 67 del regolamento n. 883/2004 prevede che una persona ha diritto alle prestazioni familiari ai sensi della legislazione dello Stato membro competente, anche per i familiari che risiedono in un altro Stato membro, come se questi ultimi risiedessero nel primo Stato membro. Come risulta dalla formulazione di tale articolo, quest’ultimo, pur facendo riferimento ai diritti riconosciuti a una «persona», non richiede che tale persona disponga di uno status specifico, e quindi, in particolare, dello status di lavoratore subordinato. Ciò premesso, lo stesso articolo non precisa i requisiti cui può essere soggetto il diritto di tale persona alle prestazioni familiari, ma rinvia, al riguardo, alla legislazione dello Stato membro competente. Secondo la Corte, l’articolo 67 del regolamento n. 883/2004 dev’essere letto in combinato disposto, segnatamente, con l’articolo 68, paragrafo 1, lettera a), di tale regolamento, che risulta applicabile quando le prestazioni familiari sono previste a diverso titolo dalla legislazione di più Stati membri e che impone l’applicazione, in tal caso, di regole di priorità consistenti nel tener conto, nell’ordine, dei diritti conferiti a titolo di un’attività professionale subordinata o autonoma, poi, di quelli conferiti a titolo dell’erogazione di una pensione e, infine, di quelli conferiti a titolo della residenza. Poiché detta disposizione elenca vari titoli sulla cui base una persona può aver diritto a prestazioni familiari, tra i quali quello fondato su un’attività professionale subordinata, non si può ritenere che l’articolo 67 del regolamento n. 883/2004 si limiti al solo titolo relativo a tale attività.

Per quanto riguarda, poi, l’obiettivo perseguito dall’articolo 67 del regolamento n. 883/2004, la Corte osserva che il legislatore dell’Unione, nell’adottare tale regolamento, si è proposto, in particolare, di ampliare il suo ambito di applicazione a categorie di persone diverse dai lavoratori subordinati rientranti nel regolamento n. 1408/71 e, segnatamente, alle persone economicamente inattive che non erano previste da quest’ultimo. Tale obiettivo emerge, in linea generale, dalla scelta operata dal legislatore dell’Unione di precisare, all’articolo 2, paragrafo 1, del regolamento n. 883/2004, che quest’ultimo si applica, in particolare, ai «cittadini di uno Stato membro» che sono o sono stati soggetti alla legislazione di uno o più Stati membri, mentre l’articolo 2, paragrafo 1, del regolamento n. 1408/71 prevedeva che questo regolamento precedente si applicasse ai «lavoratori» che sono o sono stati soggetti alla legislazione di uno o più Stati membri. Detto obiettivo si riflette, nel caso specifico delle prestazioni familiari, nell’utilizzo, all’articolo 67 del regolamento n. 883/2004, del termine «persona», laddove l’articolo 73 del regolamento n. 1408/71, sostituito dal precedente, faceva riferimento al «lavoratore subordinato». A tal proposito, l’articolo 67 del regolamento n. 883/2004 riflette la volontà del legislatore dell’Unione di non limitare più il diritto alle prestazioni familiari ai soli lavoratori subordinati, ma di estenderlo ad altre categorie di persone. Alla luce dell’insieme di tali elementi, l’articolo 67 del regolamento n. 883/2004 dev’essere interpretato nel senso che esso non richiede che una determinata persona eserciti un’attività professionale subordinata nello Stato membro competente per poter beneficiare in tale Stato di prestazioni familiari. In secondo luogo, dall’articolo 11, paragrafo 2, del regolamento n. 883/2004, cui il giudice del rinvio fa riferimento nella sua questione, discende che una persona che riceve una prestazione in denaro a motivo o in conseguenza di un’attività professionale subordinata, e quindi una prestazione in denaro che trae origine dall’esercizio precedente di un’attività del genere, dev’essere considerata, ai fini della determinazione della legislazione applicabile a tale persona, come se esercitasse detta attività.