Giustizia e amministrazione

Deindicizzazione e diritto all’oblio: le conclusioni dell’avvocato generale della Cgue nel caso “Google”

Nel 2015, la “Commissione nazionale per l’informatica e le libertà” francese adottava una decisione nella quale diffidava Google ad eliminare tutte le estensioni di nomi di dominio dal suo motore di ricerca a seguito dell’accoglimento della richiesta di una persona fisica diretta a far eliminare i link verso pagine Internet dall’elenco dei risultati visualizzato in esito a una ricerca a partire dal suo nome. Google si rifiutava di dare seguito a tale diffida, eliminando i link dai soli risultati visualizzati in esito a ricerche effettuate a partire dai nomi di dominio corrispondenti alle varianti del suo motore di ricerca negli Stati membri dell’Unione europea. A fronte di tale inadempimento, la Commissione francese ha applicato nei confronti di Google una sanzione, avverso la quale il colosso informatico ha proposto ricorso in annullamento innanzi al Conseil d’État.

Il giudice amministrativo francese ha sottoposto alla Corte di Giustizia una serie di questioni pregiudiziali ai fini della risoluzione della controversia.

Nelle sue conclusioni, pubblicata lo scorso 10 gennaio, l’avvocato generale ha sottolineato che le disposizioni del diritto dell’Unione applicabili a casi della specie non regolano espressamente la questione della territorialità della deindicizzazione, ritenendo quindi necessaria una distinzione a seconda del luogo a partire dal quale è effettuata la ricerca. Secondo l’avvocato Szpunar, le disposizioni europee non possono essere interpretate nel senso di avere effetto oltre l’ambito territoriale degli Stati membri dell’Unione. Ancora, ad avviso dell’avvocato generale, occorre effettuare un bilanciamento tra il diritto fondamentale all’oblio e il legittimo interesse del pubblico ad avere accesso a una data informazione ricercata; qualora si ammettesse una deindicizzazione mondiale, le autorità europee non sarebbero in grado di definire e determinare il diritto a ricevere informazioni, e ancor meno di effettuarne un bilanciamento con gli altri diritti fondamentali della protezione dei dati e alla vita privata. Ciò a maggior ragione in quanto siffatto interesse del pubblico ad avere accesso ad un’informazione varierà necessariamente da uno Stato terzo all’altro, secondo la sua ubicazione geografica.

Nel caso in cui fosse possibile procedere ad una deindicizzazione su scala mondiale, sussisterebbe il rischio che sia impedito di aver accesso alle informazioni a soggetti che si trovano in Stati terzi e che, per reciprocità, gli Stati terzi impediscano di aver accesso alle informazioni a soggetti che si trovano negli Stati membri dell’Unione.

L’avvocato generale propone quindi alla Corte di dichiarare che il gestore di un motore di ricerca non è tenuto, allorché accoglie una richiesta di deindicizzazione, di effettuare tale deindicizzazione su tutti i nomi di dominio del suo motore affinché, indipendentemente dal luogo a partire dal quale è effettuata la ricerca in base al nome del richiedente, i link controversi non compaiano più. Inoltre, una volta che sia stato accertato il diritto a una deindicizzazione all’interno dell’Unione, il gestore del motore di ricerca deve adottare tutte le misure a sua disposizione per garantire una deindicizzazione efficace e completa nel territorio europeo, incluso mediante la tecnica del geo-blocking a partire da un indirizzo IP che è reputato essere ubicato all’interno di uno Stato europeo, e ciò indipendentemente dal nome di dominio utilizzato dall’utente Internet che effettua la ricerca.

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