Giustizia e amministrazione

Corte Costituzionale: l’AGCM non è legittimata a sollevare questione di legittimità costituzionale

Con sentenza n.13 del 31 gennaio 2019, la Corte Costituzionale ha stabilito che l’Autorità garante della concorrenza e del mercato (AGCM) non è legittimata a sollevare questione di legittimità costituzionale in via incidentale e pertanto ha dichiarato inammissibili le questioni di legittimità costituzionale degli artt. 93-ter, comma 1-bis, della legge n. 89/2013 (come introdotto dalla l. n. 205/2017) e 8, comma 2, della legge n. 287/1990, sollevate in riferimento agli artt. 3, 41 e 117, primo comma, della Costituzione (quest’ultimo in relazione all’art. 106, par. 2, del TFUE).

La Corte, in particolare, pur riconoscendo di aver in passato accolto delle opzioni ermeneutiche estensive riguardo alle nozioni di “giudice” e di “giudizio” – considerando legittimati a sollevare questione di legittimità costituzionale anche organi non incardinati in un ordine giudiziario per “consentire il più ampio accesso possibile alla giustizia costituzionale ed escludere l’esistenza di “zone franche” dal controllo di costituzionalità” – ha chiarito di aver sempre ritenuto essenziale il requisito della terzietà.

Requisito che mancherebbe nell’AGCM.

L’Autorità, difatti, non solo è parte (resistente) del processo amministrativo avente ad oggetto l’impugnazione dei suoi provvedimentiche sono dunque sottoposti al vaglio del giudice amministrativo, al pari di qualsiasi altro provvedimento – ma, in forza dell’art. 21-bis della legge n. 287/ 1990, “ha anche assunto la inedita posizione di parte processuale ricorrente per l’impugnazione davanti al giudice amministrativo degli atti di qualsiasi amministrazione pubblica che violino le norme a tutela della concorrenza e del mercato”. La veste processuale di parte riflette, nell’opinione della Corte, “la natura del potere attribuito all’Autorità: una funzione amministrativa discrezionale, il cui esercizio comporta la ponderazione dell’interesse primario con gli altri interessi pubblici e privati in gioco. Essa, infatti, al pari di tutte le amministrazioni, è portatrice di un interesse pubblico specifico, che è quello alla tutela della concorrenza e del mercato (artt. 1 e 10 della legge n. 287 del 1990), e quindi non è in posizione di indifferenza e neutralità rispetto agli interessi e alle posizioni soggettive che vengono in rilievo nello svolgimento della sua attività istituzionale”.

L’incompatibilità tra la posizione di giudice e di parte processuale nel giudizio avverso i propri provvedimenti, ribadita da numerose pronunce, sarebbe sufficiente per escludere anche la possibilità, prospettata dal rimettente, di una sua configurazione di giudice “ai limitati fini” per la ritenuta esigenza di garantire il rispetto del principio di costituzionalità, evitando quindi l’esistenza di zone franche o di zone d’ombra, nelle quali il controllo di costituzionalità sarebbe del tutto escluso o si configurerebbe come “«estremamente difficile», o più difficile o «poco agevole»”. La Corte ha difatti chiarito che esiste una sede giurisdizionale agevolmente accessibile in cui può essere promossa la questione di legittimità costituzionale. Così, nel caso di specie, l’eventuale atto di archiviazione dell’Autorità garante, che dovesse ritenere preclusa la prosecuzione del procedimento sanzionatorio nei confronti del Consiglio notarile di Milano in forza delle censurate disposizioni (in particolare dell’art. 93-ter, comma 1-bis, della legge 16 febbraio 1913, n. 89), “potrebbe essere impugnato dal notaio segnalante e da quello interveniente, interessati alla prosecuzione del procedimento finalizzato all’accertamento della natura in tesi anticoncorrenziale e abusiva delle funzioni di vigilanza esercitate dal CNM e al conseguente ordine di eliminazione delle condotte integranti illecito antitrust”.

La Corte Costituzionale ha pertanto concluso nel senso di ritenere le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 93-ter, comma 1-bis, della legge n. 89 del 1913 e dell’art. 8, comma 2, della legge n. 287 del 1990, sollevate dall’AGCM, inammissibili per difetto di legittimazione del rimettente.