Giustizia e amministrazione

Azioni esperibili in sede di ricorso straordinario al Capo dello Stato

 

Con il parere dell’11 giugno 2018, n. 1517, la Seconda Sezione del Consiglio di Stato, affrontando il tema della natura del ricorso straordinario al Presidente della Repubblica, ha fatto luce su quali azioni è possibile esperire in tale sede.

In primo luogo, la Sezione consultiva può pronunciare – sussistendone i presupposti stabiliti dall’art. 31, co. 3, c.p.a. – sulla fondatezza della pretesa dedotta dal ricorrente con l’azione di adempimento. Ciò in quanto la possibilità di integrare il contenuto del decisum risponde ad esigenze di valorizzazione delle istanze di giustizia dei cittadini e, lungi dall’alterare il carattere tipicamente impugnatorio di tale rimedio, va a completare quel percorso di garanzia di effettività che il variegato modularsi dei contenuti veicolati nei pareri decisori, vuoi in termini propositivi, vuoi attraverso la individuazione comunque di un provvedimento da “aggredire”, ha nel tempo inteso assicurare. Infatti, la natura accessoria dell’azione di condanna al rilascio di un provvedimento richiesto ex art. 34, co. 1, lett. c), c.p.a., pur originatasi nell’ambito della giurisdizione generale di legittimità, ben si attaglia ad un rimedio tipicamente demolitorio come il ricorso straordinario al Presidente della Repubblica.

In secondo luogo, è stato affermato che in sede di ricorso straordinario al Capo dello Stato sono precluse le azioni di mero accertamento ovvero le pronunce dichiarative di pretese patrimoniali, nonché quelle specificatamente previste dal codice del processo amministrativo in materia di accesso agli atti amministrativi e di risarcimento del danno. Le esigenze di economicità, speditezza e concentrazione della tutela, infatti, non consentono di superare le pregiudiziali sistematiche dell’inquadramento del ricorso straordinario come giurisdizionale a tutti gli effetti allo scopo di ammettere anche l’azione risarcitoria di natura accessoria nell’ambito dello stesso. Tale ipotesi ricostruttiva sarebbe percorribile solo aderendo alla tesi della assimilazione del “rimedio giustiziale”, pur connotato da innegabili peculiarità, al procedimento giurisdizionale. Invero, pur non sottacendo la natura sostanzialmente giurisdizionale del rimedio in parola, i Supremi Consessi che hanno affrontato la questione (cfr. Cons. St., A.P., nn. 9 e 10 del 2013; Corte cost. n. 74 del 2014; Cass. civ., S.U., 25 settembre 2012, n. 23464) non hanno dissipato tutti i dubbi di inquadramento dogmatico dell’istituto. Pertanto, la Sezione ha ritenuto preferibile riferirsi a tale rimedio come “una sorta di tertium genus intermedio di amministrazione giustiziale”.

 

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