Contratti pubblici

Una sentenza della Corte di Giustizia UE sulle disposizioni italiane in materia di concessioni per l’attività di raccolta delle scommesse

CVRIA.euCon sentenza del 28 gennaio 2016, nella causa C-375/14 avente ad oggetto una domanda di pronuncia pregiudiziale sollevata dal Tribunale di Frosinone nel luglio 2014, la Corte di Giustizia dell’Unione europea ha dichiarato il contrasto tra alcune previsioni recate dalla disciplina italiana in materia di concessioni per l’attività di raccolta di scommesse e gli articoli 49 e 56 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE).

La Corte ha stabilito che le predette norme del TFUE devono essere interpretate nel senso che ostano a disposizioni nazionali restrittive, quali quelle oggetto del procedimento principale, che impongano al concessionario di cedere a titolo non oneroso, all’atto della cessazione dell’attività per scadenza del termine della concessione, l’uso dei beni materiali e immateriali di proprietà che costituiscono la rete di gestione e di raccolta del gioco, qualora tale restrizione ecceda quanto è necessario al conseguimento dell’obiettivo effettivamente perseguito da detta disposizione. La Corte ha inoltre rimesso al giudice del rinvio la verifica circa il rispetto di tale requisito di proporzionalità, anche tenendo conto del valore venale dei beni oggetto della cessione forzata.

La domanda pregiudiziale aveva origine da un sequestro di apparecchiature informatiche eseguito nei confronti di una cittadina italiana che gestiva un “centro di trasmissione dati” all’interno del quale veniva svolta un’attività non autorizzata di raccolta di scommesse. L’attrice nel giudizio principale adiva il Tribunale di Frosinone per l’annullamento della decisione del Tribunale di Cassino che aveva convalidato il sequestro e disposto il sequestro preventivo di tali apparecchiature; nella propria azione, la stessa faceva menzione del ricorso proposto dalle società del gruppo Stanley International Betting – cui ella aderiva nella sua attività di raccolta scommesse – avverso la gara di appalto organizzata, ai sensi dell’articolo 10, commi 9 octies e 9 novies, del decreto legge del 2 marzo 2012, n. 16, per le concessioni di giochi di azzardo in Italia, lamentandone il carattere discriminatorio. Il giudice del rinvio osservava che l’articolo 25 dello schema di convenzione da adottare per la gara di cui all’articolo 10 poc’anzi richiamato, prevedeva l’obbligo per il concessionario di cedere a titolo non oneroso, all’atto della cessazione dell’attività per scadenza della concessione o per effetto di provvedimenti di decadenza o di revoca, l’uso dei beni materiali e immateriali di proprietà che costituiscono la rete di gestione e di raccolta del gioco; il giudice rimettente osservava che una tale disposizione poteva risultare particolarmente svantaggiosa quando la cessazione dell’attività avvenisse per il semplice fatto della scadenza del periodo di concessione. La parte attrice nel giudizio principale aveva inoltre osservato che la disposizione in questione risultava discriminatoria poiché stabiliva una differenza di trattamento tra gli operatori che avevano ottenuto una concessione in occasione della gara d’appalto organizzata ai sensi dell’articolo 10 e gli altri operatori che avevano ottenuto una concessione in occasione di gare d’appalto precedenti, posto che questi ultimi avevano potuto godere di un periodo di ammortamento dei beni più lungo.

La Corte ha analizzato la questione secondo quattro profili.

In primo luogo, ha ricordato che devono considerarsi restrizioni della libertà di stabilimento e/o della libera prestazione di servizi tutte le misure che vietino, ostacolino o rendano meno allettante l’esercizio delle libertà garantite dagli articoli 49 e 56 TFUE; nel caso di specie, la disposizione dell’articolo 25 della convenzione era in effetti potenzialmente in grado di rendere meno allettante l’esercizio dell’attività di raccolta delle scommesse, in quanto il rischio per un’impresa di dover cedere, senza contropartita economica, l’uso dei beni in suo possesso, può impedire a quest’ultima di trarre profitto dal proprio investimento. In secondo luogo, la Corte ha ritenuto non accoglibile la censura circa la discriminatorietà della disposizione, rimettendo tuttavia al giudice del rinvio qualsiasi ulteriore valutazione sotto tale profilo. In terzo luogo, la Corte ha riconosciuto che l’obiettivo perseguito dalla norma de qua, rappresentato dalla lotta contro la criminalità collocata ai giochi, poteva astrattamente giustificare una restrizione delle libertà fondamentali quale quella in questione del procedimento principale, spettando tuttavia al giudice del rinvio individuare gli obiettivi effettivamente perseguiti da detta disposizione. Venendo al vaglio di proporzionalità tra disposizione e obiettivi, la Corte ha rimesso anche tale aspetto al giudice del rinvio, invitando lo stesso a valutare se la restrizione imposta fosse o meno idonea a realizzare lo scopo perseguito, una volta che quest’ultimo fosse stato – in concreto – individuato.

Giuseppe Sciascia

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