Giustizia e amministrazione

Una interessante pronuncia in tema di ottemperanza

 

 

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Il Tar Veneto (Sez. II, 27 ottobre 2016, n. 1203) ha rigettato un ricorso per ottemperanza presentato dalla ricorrente vittoriosa nel giudizio principale poiché, dall’esecuzione della sentenza non ancora passata in giudicato, potrebbero derivare effetti irreversibili per la fattispecie concreta. Il Collegio ha osservato, infatti, che non si può prescindere dal considerare il carattere di provvisorietà che caratterizza il godimento del bene della vita riconosciuto dalla sentenza di primo grado appellata, in contrapposizione alla definitività della situazione che si ricollega all’esecuzione del giudicato. Tale diversità comporta che i rimedi esperibili per l’esecuzione della sentenza di primo grado appellata non possano spingersi fino a delineare un assetto definitivo e immutabile degli interessi in gioco, tale da neutralizzare o rendere inutile la successiva pronuncia giurisdizionale (cfr. Consiglio di Stato, Sez. IV, 9 ottobre 2002, n. 5352; Tar Lombardia, Milano, Sez. IV, 20 gennaio 2005, n. 137; Tar Sicilia, Catania, Sez. I, 25 ottobre 2006, n. 1958; Tar Lombardia, Brescia, Sez. I, 12 gennaio 2016, n. 25). In altre parole, poiché l’esecuzione del giudicato e l’esecuzione della sentenza non sospesa sono istituti differenti, le regole applicabili all’uno ed all’altro caso, sotto il profilo dell’ampiezza dei poteri del giudice, sono del pari differenti, atteso che una totale esecuzione delle statuizioni rese in primo grado, ove queste fossero poi modificate in appello, comporterebbe una serie di effetti problematici, dovendosi poi modificare la situazione di fatto venutasi a creare a causa di detta esecuzione, in modo da conformarla alla definitiva statuizione del giudice d’appello. Per tali ragioni, la giurisprudenza ha ritenuto che il giudice adito per l’esecuzione di sentenza non sospesa debba “procedere con prudente ed equilibrato apprezzamento nell’adozione di provvedimenti esecutivi implicanti pur sempre effetti necessariamente interinali del decisum”, rilevato che “la sentenza di primo grado non ha, quanto agli effetti conformativi, la forza espansiva propria della res judicata. Sicché le statuizioni con essa dettate devono essere tali non solo da non compromettere l’assetto degli interessi in gioco, ma da consentire nella sopravvenienza di un giudicato che dovesse, in ipotesi, vedere soccombente il ricorrente già vittorioso in primo grado la ricostituzione della situazione quo ante” (cfr. Tar Lombardia, Brescia, 21 gennaio 2013, n. 63). In definitiva, i giudici amministrativi hanno affermato che non può essere accolta la domanda di esecuzione della sentenza non sospesa giacché, a differenza di quanto accade in caso di actio judicati, il decisum è ancora in formazione e si consoliderà solo a seguito della pronuncia di secondo grado, e solo in quel momento diverrà attuale l’esame delle altre questioni sollevate dalle parti in merito alle sopravvenienze in fatto ed in diritto intervenute successivamente alla sentenza di primo grado.

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