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Una pronuncia del Consiglio di Stato in materia di “numero chiuso” universitario

 

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Il Consiglio di Stato, Sesta Sezione, con sentenza n. 2746/2015, si è pronunciata sulla legittimità dell’atto con cui un’università italiana denegava ad alcuni studenti il trasferimento da un ateneo straniero per non avere superato in Italia l’esame di ammissione al corso di laurea.

Il Collegio, nel respingere le doglianze sulla sentenza gravata, decide nel senso dell’illegittimità del diniego in ragione della vigente normativa nazionale ed europea, sostenendo, sul primo versante, che “mentre […] i test di accesso mirano a valutare la preparazione di colui che, terminata la scuola superiore, deve ancora entrare nell’università, per quelli già inseriti nel sistema (e cioè iscritti ad università italiane o straniere) non si tratta più di accertare, ad un livello di per sé presuntivo, l’esistenza di una predisposizione di tal fatta, quanto, semmai, di valutarne l’impegno complessivo di apprendimento dimostrato dallo studente con l’acquisizione dei crediti corrispondenti alle attività formative concluse“, così come chiarito dall’Adunanza Plenaria (28 gennaio 2015); e rilevando, sul secondo versante, che “una limitazione, da parte degli Stati membri, all’accesso degli studenti provenienti da università straniere per gli anni di corso successivi al primo […] si porrebbe in contrasto con il principio comunitario di libera circolazione“.

Ne deriva la conclusione per cui: “l’università italiana non può opporre all’istanza di trasferimento il solo fatto del mero mancato superamento dei test di accesso, ma deve in concreto valutare il periodo formativo svolto all’estero e tenere conto dei posti disponibili per i trasferimenti“.

A distanza di pochi mesi dall’ondata di pronunce con cui i Tribunali Amministrativi di molte regioni accoglievano i ricorsi avverso l’esito dei test d’ingresso di diversi atenei italiani, la decisione del Consiglio di Stato riporta al centro del dibattito pubblico il tema dell’accesso programmato alle università. Il c.d. “numero chiuso” non rischia di rivelarsi un meccanismo di selezione dei soli studenti che non possono permettersi un ricorso al TAR o la retta di un corso di laurea all’estero?

Flavio Valerio Virzì

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