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Ricerca scientifica e rischio dell’investimento: perché lo Stato serve

 

Ricerca scientifica e rischio dell’investimento: perché lo Stato serve (da roars.it)

(Questo articolo è stato pubblicato anche nel numero speciale di Science and Society di Aspenia online)

 

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Scriveva il Nobel per la fisica Richard Feynman: “Tra molto tempo – per esempio tra 10mila anni – non c’è dubbio che la scoperta delle equazioni di Maxwell sarà giudicata l’evento più significativo del XIX secolo. La guerra civile americana apparirà insignificante e provinciale se paragonata a questo importante evento scientifico avvenuto nel medesimo decennio”. Se le equazioni di Maxwell hanno, infatti, segnato una svolta epocale nella comprensione dei fenomeni elettromagnetici, diventando una colonna portante della fisica moderna, esse hanno anche permesso, a distanza di qualche decennio, una serie straordinaria di innovazioni tecnologiche che a loro volta ha stimolato un fenomenale sviluppo economico: ad esempio, il fatto che i segnali elettrici potessero essere inviati attraverso l’aria, come successivamente osservato da Hertz, è alla base della scoperta della radio e delle moderne telecomunicazioni.

Questo è un esempio della stretta connessione tra ricerca di base, innovazione e sviluppo. Negli ultimi 130 anni il prodotto interno lordo (PIL) pro capite degli Stati Uniti (ovvero il reddito medio lordo per individuo) è cresciuto esponenzialmente: poiché il lavoro non può crescere esponenzialmente e neppure il capitale o le terre da coltivare, cosa ha prodotto una crescita del genere? La crescita esponenziale deve provenire da una reazione a catena positiva, in cui la produzione di qualcosa consente di produrre ancora di più: qualcosa di prodotto deve essere stato esso stesso un fattore di produzione. Questo qualcosa non può che essere il progresso tecnico. Non è un caso che i paesi che investono la maggior percentuale del loro PIL in ricerca e sviluppo, oltre ad avere una maggior frazione di scienziati o ingegneri, sono quelli che sono appunto identificati come i leader tecnologici (da questa prospettiva l’Italia è invece più prossima ai paesi in via di sviluppo). Il problema cruciale dell’investimento nella ricerca di base è che i rendimenti sono ad alto rischio e si hanno generalmente su scale temporali che non sono interessanti per il singolo individuo.

È necessario peraltro ricordare che la ricerca di base rappresenta una condizione necessaria ma non sufficiente allo sviluppo economico: un aspetto diverso, ma ugualmente importante e strettamente correlato, riguarda la capacità di un paese di utilizzare le scoperte della ricerca di base con la presenza di un sistema che supporti in modo sistematico i collegamenti tra scienza e industria.

Per l’alto rischio intrinseco della ricerca di base – in cui non è mai chiaro in partenza quanto sarà il ritorno sulle risorse impiegate – è lo Stato che in genere si fa carico di questo investimento. Gli Stati Uniti sono un punto di riferimento in tal senso: nel paese per altri versi paladino del libero mercato, la ricerca di base è finanziata dal governo federale per 40 miliardi di dollari all’anno, che si assume così il rischio dell’investimento.

 

 

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